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Una rete senza alleanze. Il segreto della cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang

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Dall’Ucraina al Golfo, la cooperazione tra Mosca, Pechino, Teheran e Pyongyang diventa un sistema in rete che fa circolare tecnologie e lezioni operative. E Washington rischia di sprecare il vantaggio delle sue alleanze con una politica transazionale e divisiva. L’analisi pubblicata da Foreign Affairs

Né la Russia né la Cina sono entrate nella guerra tra Iran e Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. È questa la constatazione da cui parte l’analisi pubblicata su Foreign Affairs da Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, gli stessi autori che due anni fa, sulla stessa rivista, avevano coniato il termine “asse dello sconvolgimento” (axis of upheaval) per indicare la rete di cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Oggi i due esperti tornano sul tema per sostenere che quella rete, nata attorno all’invasione dell’Ucraina, ha superato la prova della trasferibilità.

Gli esempi citati sono eloquenti. Prima dell’attacco missilistico iraniano del 17 luglio contro la base di Muwaffaq Salti, in Giordania, costato la vita a tre militari americani, Teheran avrebbe ricevuto da entità cinesi immagini satellitari ad alta risoluzione dell’obiettivo. Altre immagini sarebbero arrivate dopo, utili alla valutazione dei danni. Due giorni prima del raid del 27 marzo su Prince Sultan, in Arabia Saudita, quattordici satelliti spia russi avevano sorvolato la base. I funzionari americani hanno poi concluso che Mosca aveva fornito intelligence a supporto dei colpi di precisione iraniani. A questo si aggiungono droni iraniani perfezionati sul campo di battaglia ucraino e ingegneri russi impegnati nello sviluppo di missili da crociera supersonici. Secondo gli autori, la cooperazione tra i quattro Paesi non è più una somma di scambi bilaterali al servizio della guerra russa, ma un sistema con delle fondamenta solide che is replica con facilità anche mutandone il contesto.

Il caso dei droni è emblematico. Gli Shahed iraniani sono stati prodotti in Russia con componenti cinesi, modificati di continuo in risposta alle difese ucraine e istituzionalizzati da Mosca con la creazione delle Forze dei sistemi senza pilota. Quelle stesse innovazioni ora tornano all’Iran insieme alle lezioni tattiche maturate in Ucraina. La Corea del Nord ha osservato la produzione nello stabilimento di Yelabuga e ottenuto aiuto per la propria. Mentre la Cina ha ricevuto addestramento e dati preziosi sulle prestazioni delle sue componenti in combattimento.

Il sostegno resta volutamente circoscritto, con l’eccezione rappresentata dall’invio delle truppe nordcoreane a combattere contro l’Ucraina. Per gli autori non è un segno di debolezza, ma anzi il tratto distintivo di queste partnership, basata sull’ aiutare quando conviene tenendo bassi i rischi. E ogni conflitto avvantaggia anche gli altri. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto impennare il prezzo del greggio, regalando entrate al Cremlino e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sul petrolio russo; allo stesso tempo, lo spostamento di difese aeree e portaerei verso il Medio Oriente ha lasciato l’Indo-Pacifico più sguarnito, a beneficio di Pechino.

E a Ovest? Gli Stati Uniti, notano gli autori, partivano con la rete più ampia e capace, ma molti partner si sono mostrati riluttanti e alcuni hanno negato, almeno per un periodo, forme specifiche di accesso militare. Dazi, minacce alla sovranità di Canada e Danimarca, aperture a Kim Jong Un a scapito di Seul, pressioni su Kyiv e perfino la minaccia di bombardare l’Oman finiscono, notano Fontaine e Kendall taylor, per rafforzare l’asse e indebolire la coesione occidentale.

Adesso, concludono, l’imperativo è di non fare ulteriori danni. Subito dopo, rafforzare i partner con filiere affidabili, condivisione tecnologica e una redistribuzione degli oneri che non corra più veloce delle capacità alleate. Il monito finale è che la competizione tra reti sarà lunga, quasi globale e senza scorciatoie. E l’occidente deve essere pronto.


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