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Asset congelati e Big Tech. Le due carte che l’Ue può giocare con Russia e Usa

Di Gloria Bartoli

Non è necessario attendere decisioni internazionali: l’Europa è giustificata a confiscare le riserve russe come contromisura della violazione russa del diritto internazionale. Sul come farlo, molte le soluzioni possibili. E sui giganti della rete… Il commento di Gloria Bartoli, economista e docente della Luiss e membro del Gruppo dei 20

Quando abbiamo sentito che Donald Trump e Vladimir Putin si erano parlati più di 2 ore per produrre non il cessate il fuoco completo già approvato dall’Ucraina, ma uno ridotto alle sole istallazioni energetiche, abbiamo tutti pensato che il resto della telefonata avesse trattato di Groenlandia e Panama in cambio dell’Ucraina. Infatti, il giorno dopo la Casa Bianca ha confermato che quanto richiesto da Putin fin da prima della negoziazione, tenersi i territori ucraini invasi, era anche parte dell’accordo tra i due. Le garanzie per la sicurezza dell’Ucraina dovrà offrirle l’Europa. L’impegno americano previsto per la sicurezza dello sfruttamento delle miniere estorte all’Ucraina sembra sia scomparso nella nuova versione del contratto imposto all’Ucraina che si dovrebbe far carico di eventuali danni alle attrezzature minerarie causati da azioni militari-da parte di chi?

L’Europa invece ha approvato un piano di riarmo epocale per la deterrenza futura, ma sembra aver dimenticato 2 carte decisive da usare subito: la prima da togliere dal tavolo delle trattative sul cessate il fuoco e la seconda da mettere sul tavolo delle trattative sulle tariffe di Trump. Infatti, se non usiamo le armi che abbiamo già, non potremo sfuggire agli scherni di Trump e di Putin, altro che deterrenza. La prima carta è la ragguardevole somma di 300 miliardi di riserve russe che sono state bloccate al momento delle prime sanzioni dopo l’invasione in Ucraina.

Se non decidiamo noi europei cosa farne, Trump e Putin decideranno per noi. In un articolo sul FT, Martin Sandbu considera tutti i pro e contro all’impiego dei 183 miliardi di euro che sono depositati a Euroclear in Belgio e del resto che, essendo in valute diverse dall’euro, è depositato in Uk e Canada perlopiù, ma dipende dalle decisioni europee. Questi soldi sono la sola fonte sicura di fondi per la ricostruzione dell’Ucraina, stimata dalla Banca Mondiale a più di 500 miliardi.

La scadenza delle sanzioni europee è semestrale e scade a luglio. Se i supporters di Putin in Eu guidati da Orban riusciranno a bloccare le sanzioni, chi crede a una telefonata di Trump per far pagare al suo amico guerrafondaio i danni che ha fatto? Putin preleverà e basta. L’Europa ha deciso recentemente di usarne i rendimenti per un prestito all’Ucraina. Ma l’obiezione che la confisca di tutto il capitale sia impossibile secondo le regole internazionali è stata smentita in questi 3 anni in cui i giuristi internazionali hanno sviscerato tutte le possibili complicazioni della confisca e trovato numerose soluzioni, riportate in uno studio per il Parlamento Europeo sulle opzioni legali per la confisca di beni statali russi a sostegno della ricostruzione dell’Ucraina.

La conclusione è che non è necessario attendere decisioni internazionali: l’Europa è giustificata a confiscare le riserve russe come contromisura della violazione russa del diritto internazionale. Sul come farlo, molte le soluzioni possibili. Se ci saranno elezioni in Ucraina dopo il coprifuoco e quindi la possibilità di un ritorno alla corruzione pre Zelenski, preferibile la soluzione di spostare le riserve russe in una nuova banca comprata da un consorzio di paesi amici che emetta bonds per le riparazioni oppure in un trust fund le cui decisioni finanziarie siano legate alle riparazioni.

La seconda carta da mettere invece sul tavolo delle negoziazioni sulle tariffe è il mercato europeo per le Big Tech del digitale e le piattaforme di social media. Abbiamo visto con tristezza le Big Tech US allineate all’investitura di Trump e ascoltato il vice di Trump, Vance, tenerci una lezione sulla libertà di pensiero per sostenere l’esenzione delle Big tech americane dalle regole europee sul mercato digitale e l’IA. Trump minaccia di far valere la possanza americana contro le regole europee sulla privacy, la lotta alla disinformazione e l’antitrust. Ma è pronto questo aspirante al Nobel per la pace a togliere l’ombrello atomico all’Europa se questa non toglie le multe alle Big Tech? O se l’Europa fa valere le sue leggi per il mercato digitale per le imprese americane come per tutte le altre?

Abbiamo già pronte le multe antitrust e la misura di break-up di Google a causa del suo monopolio della search online. In realtà, il motore di ricerca di Google è già in parte superato dal mercato con altre AI e DeepSeek che ha aperto la via a procedure più convenienti. Quindi si potrebbero fare concessioni su questo terreno di cui purtroppo si parla già a Bruxelles. E’ vero che semplificare le procedure per i servizi digitali aiuta anche la crescita d’imprese europee, ma riservarci questa carta per le negoziazioni sulle tariffe ci aiuterebbe a essere inflessibili sull’applicazione delle nostre regole alle piattaforme social americane.

Queste hanno abbandonato ogni sforzo di rimuovere i discorsi d’odio: il profitto di Meta, di X etc.. è determinato dal tempo che le persone trascorrono su una piattaforma. Quando la piattaforma imposta il feed di selezione per ottimizzare l’interazione, il feed seleziona le cose che fanno arrabbiare di più le persone e offre loro opinioni progressivamente più estreme. Questo processo polarizza le opinioni in campi contrapposti e poi polarizza la società e infine le elezioni impedendo che prevalgano opinioni che concilino gli interessi diversi della popolazione e quindi imponendo i partiti estremisti (populisti, nazionalisti).

Lo ricorda Tim Berners-Lee, uno dei padri d’Internet, che spiega come il sogno di una piazza globale sia stato via via cancellato dai monopoli. Cambiare l’algoritmo per renderlo benevolo anziché polarizzante è facile per coloro che controllano le piattaforme. Molte aziende di social media, come Pinterest ad esempio, consentono alle persone di interagire e discutere idee senza promuovere contenuti tossici per i giovani e per le democrazie. Poiché le piattaforme social non si sono autoregolate, è lo Stato che deve farlo. “Abbiamo permesso a ogni piattaforma di social media di costruire un muro non scalabile con i nostri dati intrappolati al suo interno. Non abbiamo insistito per condividere le nostre foto di Facebook con i nostri colleghi di LinkedIn, per esempio. Né abbiamo insistito per usare la stessa identità e trasferire la stessa lista di amici da Instagram a X e poi a Reddit. Questo è il sistema che abbiamo già per la posta elettronica, ecco perché puoi avere un gruppo di posta elettronica che include persone che usano provider diversi come Gmail, Outlook e Yahoo. Abbiamo bisogno dello stesso tipo di interoperabilità nei social media”.

Un modo per farlo è imporre che le piattaforme di social network seguano nuovi standard. Un altro, che non esclude il precedente, è costruire piattaforme alternative usando questi standard e far capire alle persone che è meglio. In Europa abbiamo il capitale umano per costruire piattaforme che promuovano i nostri valori, ma dobbiamo adeguare al più presto le regolamentazioni dei servizi e del mercato unico dei capitali mentre teniamo ferme le regole che ci siamo dati per proteggere i nostri giovani e la democrazia.


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