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Salute globale e geopolitica. L’Africa tra Usa, Cina e il dilemma Ue

Di Mario Di Giulio

La salute in Africa è ormai un campo di competizione geopolitica tra Stati Uniti e Cina, dove dati e tecnologia contano quanto farmaci e infrastrutture. Washington privilegia accordi bilaterali e supremazia tecnologica, Pechino un modello statalista. L’Europa resta ai margini, forte nelle regole ma debole nella strategia. La cooperazione sanitaria diventa così una nuova leva di potere globale. L’opinione di Mario Di Giulio, docente di Law of Developing Countries all’Università Campus Bio-Medico di Roma e avvocato attivo nei Paesi africani

La salute in Africa è diventata un terreno di confronto strategico tra le grandi potenze. Non si tratta più soltanto di cooperazione contro HIV, malaria o tubercolosi, né della semplice distribuzione di vaccini o del rafforzamento dei sistemi sanitari attraverso ONG e istituzioni multilaterali.

Vaccini, farmaci, infrastrutture e soprattutto dati sanitari si configurano oggi come strumenti di sicurezza nazionale, controllo tecnologico e posizionamento geopolitico.

Gli accordi firmati dagli Stati Uniti con diversi Paesi africani alla fine del 2025 segnano un passaggio strutturale: l’Africa entra pienamente in una competizione globale che non riguarda più solo il confronto con la Cina, ma ridefinisce in profondità le regole di gestione dei dati sanitari e della supremazia scientifica.

Una strategia “America First” applicata alla salute globale

La nuova America First Global Health Strategy non rappresenta una semplice scelta di campo, ma l’evoluzione operativa di una serie di decisioni politiche adottate dall’amministrazione statunitense insediata nel 2025. Decisioni che hanno progressivamente ridimensionato il ruolo degli Stati Uniti nel multilateralismo sanitario, riaprendo il dibattito sul rapporto con l’Organizzazione mondiale della sanità e con alleanze storiche come GAVI (Global Alliance for Vaccines and Immunization).

In questo contesto, Washington ha privilegiato un approccio bilaterale selettivo. Gli accordi siglati con Kenya, Uganda, Botswana, Etiopia, Sierra Leone e Madagascar legano i finanziamenti — stimati complessivamente in alcuni miliardi di dollari USA — a meccanismi di co-investimento obbligatorio e al raggiungimento di obiettivi misurabili.

In questo nuovo paradigma, la salute smette di essere un bene pubblico globale gestito da agenzie internazionali e diventa una leva di influenza diretta, capace di incidere sulla resilienza delle catene produttive e sulla preparazione alle emergenze sotto l’egida statunitense.

Dati sanitari e sorveglianza: il nuovo “oro nero”

Il nodo più sensibile riguarda la governance dei dati. Le recenti direttive statunitensi trattano le informazioni sanitarie come infrastrutture critiche per la sicurezza nazionale. Di conseguenza, gli accordi bilaterali prevedono piattaforme digitali interoperabili, spesso gestite da aziende statunitensi, e flussi informativi in tempo reale funzionali non solo alla sorveglianza epidemiologica, ma anche all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale in ambito biomedico.

La condivisione dei dati viene presentata come essenziale per la prevenzione e la risposta alle emergenze. Tuttavia, le clausole che impongono il trasferimento di campioni patogeni e dati genomici per periodi prolungati — anche fino a 25 anni — sollevano interrogativi rilevanti sulla tutela della privacy e sulla sovranità informativa dei paesi africani.

Nonostante l’Africa CDC (Centres for Diseas Control and Prevention) , agenzia di sanità pubblica che fa capo all’Unione africana, stia guidando un processo di armonizzazione continentale volto a bilanciare flussi transfrontalieri e diritti individuali, l’approccio bilaterale degli Stati Uniti rischia di aggirare queste tutele, trasformando l’accesso ai dati in una sorta di “remunerazione implicita” per gli investimenti ricevuti.

Modelli in competizione: Stati Uniti, Cina e il vuoto europeo

In Africa si confrontano oggi modelli profondamente diversi di cooperazione sanitaria.

La Cina promuove la Health Silk Road, che combina investimenti infrastrutturali e sistemi di sorveglianza sanitaria a forte impronta statale.

Pur in assenza di prove pubbliche di una raccolta sistematica di dati personali su larga scala, il modello cinese resta marcatamente government-centric, privilegiando il controllo pubblico e l’integrazione con le strategie di sicurezza nazionale.

Gli Stati Uniti, al contrario, puntano su un’impostazione orientata al mercato e sulla supremazia tecnologica. Questa linea ha però generato attriti anche con alleati storici.

Le tensioni con l’Unione europea, emerse con particolare evidenza nel corso del 2025 sul tema della regolamentazione delle piattaforme digitali e dei flussi di dati, mostrano come Washington consideri sempre meno accettabili vincoli normativi percepiti come ostacoli ai propri piani strategici.

Il dilemma europeo: potenza normativa senza leva strategica

In questo confronto, l’Unione europea occupa una posizione ambigua. Da un lato dispone di risorse finanziarie significative e di un apparato normativo avanzato in materia di protezione dei dati, ricerca e salute globale.

Dall’altro, fatica a tradurre questi strumenti in una strategia geopolitica coerente. In Africa, l’approccio europeo continua a privilegiare un linguaggio valoriale e regolatorio, spesso disgiunto da investimenti infrastrutturali comparabili a quelli statunitensi o cinesi.

Il risultato è un paradosso: l’Europa ambisce a fissare standard globali, ma rischia di farlo in assenza di una reale capacità di influenza sul terreno.

In un contesto in cui dati sanitari, piattaforme digitali e capacità di analisi biomedica diventano asset strategici, la scelta di non usare la salute come leva di potere potrebbe relegare la UE a un ruolo di rule-taker, chiamata ad adattarsi a modelli e architetture decise altrove.

La salute come campo di potere

Per i Paesi africani, il progressivo ridimensionamento del multilateralismo sanitario introduce nuove forme di dipendenza. Alcuni governi, come quello del Kenya, hanno già visto i propri tribunali intervenire sugli accordi bilaterali per dubbi legati alla protezione dei dati personali, segno che la resistenza non è più soltanto politica, ma anche giuridica.

Il nuovo scenario africano del 2026 non è più fatto solo di ospedali o farmaci forniti in nome dell’altruismo. È uno spazio geopolitico e digitale in cui la capacità di proteggere, governare e valorizzare i dati sanitari contribuisce a ridefinire alleanze e rapporti di forza.

In questo quadro, la cooperazione sanitaria diventa un indicatore di potere: un terreno su cui si misureranno, nel prossimo decennio, il ruolo dell’Africa e la capacità delle grandi potenze di modellare gli equilibri globali attraverso tecnologia e biologia.


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