Skip to main content

Quel Copasir dimenticato. Il silenzio che reggeva lo Stato raccontato da Volpi

Di Raffaele Volpi

Il tempo del Covid è è stato dimenticato. E insieme a quel tempo è stato rimosso anche ciò che, nel silenzio, ha continuato a far funzionare una parte essenziale dello Stato. Il racconto di Raffaele Volpi, ex presidente del Copasir

Ci sono periodi che non vengono archiviati perché superati, ma perché troppo densi. Il tempo del Covid è uno di questi. E insieme a quel tempo è stato rimosso anche ciò che, nel silenzio, ha continuato a far funzionare una parte essenziale dello Stato. Roma, allora, non era una capitale: era uno spazio vuoto. Via del Corso senza passi, Largo Chigi senza voci, lo sguardo che correva fino all’Altare della Patria attraversando solo aria e pietra. Una città sospesa, attraversata soltanto da chi non poteva fermarsi: forze dell’ordine, apparati di sicurezza, funzioni essenziali. Tutto il resto era chiuso, confinato, trattenuto. In quel vuoto, il Copasir non si è fermato. Non era scontato.

Non lo era per i parlamentari che raggiungevano Roma percorrendo autostrade irreali, deserte, quasi ostili. Non lo era per chi arrivava da fuori, trovando una città senza servizi, senza normalità, senza nemmeno un luogo dove fermarsi la sera. Non lo era per i funzionari, per il personale, per chi garantiva la tutela e la sicurezza del Comitato in condizioni mai sperimentate prima. Eppure si andava. Sempre. I componenti c’erano. I funzionari c’erano. Chi doveva garantire continuità istituzionale c’era. E dentro quelle stanze, mentre fuori l’Italia era ferma, si affrontavano questioni che andavano ben oltre l’emergenza sanitaria: sicurezza nazionale, sistemi di controllo, flussi di dati, proposte tecnologiche presentate come risolutive, interlocuzioni internazionali non sempre decifrabili.

In un tempo in cui tutto veniva semplificato per necessità, il compito del Comitato era esattamente l’opposto: complicare, verificare, dubitare. In quei mesi arrivavano soluzioni che promettevano certezze, spesso sostenute da istituti autorevoli e circuiti scientifici e finanziari apparentemente incontestabili. Ma proprio allora emerse la necessità di guardare più a fondo, di capire chi finanziava, chi orientava, quali interessi strategici si muovevano dietro proposte che si dichiaravano neutrali, anche quando questo significava confrontarsi con influenze esterne, indirette, difficili da spiegare pubblicamente. Di tutto questo, però, non si è parlato.

E non perché non ci fosse nulla da dire. Si è taciuto perché il silenzio era parte del mandato. Durante quel periodo, da presidente del Copasir, ho rilasciato pochissime dichiarazioni. Quasi nessuna. Non per prudenza personale o calcolo politico, ma per rispetto rigoroso della funzione. Chi opera sulla sicurezza nazionale sa che non tutto ciò che conta può essere raccontato e che ci sono momenti in cui la parola indebolisce e il silenzio protegge. Quel silenzio, oggi, forse risulta comodo a chi allora non volle ascoltare, o a chi comprese che avevamo ascoltato fin troppo. In una fase in cui la politica rappresentativa era compressa, la società civile chiusa nelle case e il potere decisionale concentrato nell’urgenza, il Copasir ha rappresentato uno dei pochi presìdi di equilibrio istituzionale: non visibile, non narrabile, ma necessario; non opposizione né propaganda, ma vigilanza e responsabilità. Oggi, a distanza di pochi anni, colpisce un altro dato: molti di coloro che hanno vissuto quell’esperienza non siedono più in Parlamento. È un fatto. Io stesso non sono stato riconfermato. Non lo si dice per lamento o nostalgia, ma perché forse non è un elemento neutro.

Quell’esperienza ha prodotto consapevolezze difficili da ricondurre alla normalità politica successiva, ha mostrato fragilità strutturali e intersezioni tra emergenza, tecnologia e interessi strategici che non potevano essere semplificate senza conseguenze. E forse ciò che si è capito allora, prima, durante e subito dopo, è risultato ingombrante. Non scandaloso, non eversivo, semplicemente non addomesticabile. La politica, quando l’emergenza finisce, tende a rimuovere ciò che ricorda quanto sia stata fragile, e insieme all’emergenza rimuove anche i presìdi che hanno funzionato senza clamore e senza racconto.

Quel Copasir ha svolto il proprio dovere fino in fondo, nel rispetto pieno del mandato e nel silenzio che quel mandato imponeva. E forse è proprio per questo che oggi è così facile dimenticarlo. Forse avevamo capito troppo. A chi c’era, ai componenti del Comitato sempre presenti, ai funzionari, al personale, a chi ha garantito tutela e sicurezza in giorni in cui farlo non era scontato, va un ringraziamento che non è personale ma che dovrebbe appartenere a tutto il Paese, perché in quel tempo sospeso, quando quasi nulla funzionava come prima, qualcosa ha continuato a reggere, e lo ha fatto in silenzio


×

Iscriviti alla newsletter