Skip to main content

El Rodeo I, com’è il carcere dove sono stati detenuti Trentini e Burlò

Stato di isolamento, niente bagni e poco cibo. La denuncia dell’Osservatorio Penitenziario Venezuelano sulle condizioni crudeli dei centri di detenzione e tortura del regime chavista dove sono stati tenuti i due italiani

È la fine di un incubo per due italiani prigionieri politici di Nicolas Maduro, il cooperante Alberto Trentini e l’imprenditore Mario Burlò, liberati all’alba di oggi dal carcere El Rodeo 1 di Caracas. Secondo il ministro degli Affari esteri, Antonio Tajani, nelle prossime ore rientreranno in Italia. Domenica il regime chavista ha deciso di aprire le porte del centro di detenzione ai familiari dei prigionieri (quasi tutti per motivi politici), dopo un anno e mezzo di isolamento. La misura di allentamento delle limitazioni arriva in un momento di grande tensione in seguito all’arresto di Maduro e l’intervento degli Stati Uniti nel Paese sudamericano.

Ma com’è e come si vive in questo carcere politico della dittatura chavista? El Rodeo I fa parte di un complesso di tre strutture penitenziarie, gli altri due si chiamano Rodeo II e Rodeo III. In tutto il complesso ci sono 3000 detenuti. Si trova in una cittadina a circa 45 minuti fuori di Caracas, in una zona che appartiene alla Gran Capitale. Secondo l’Osservatorio Venezuelano dei penitenziari è diventato uno spazio dedicato alle torture che compiono le autorità e forze dell’ordine contro i prigionieri. Quasi tutti gli stranieri privati della loro libertà, accusati di tradimento e spionaggio, sono reclusi al Rodeo I.

In un report presentato dall’ong venezuelana si legge che in carcere i detenuti vivono in stato di isolamento in celle di 2 metri per 2, senza alcuna ventilazione. In uno spazio disegnato per sei persone convivono fino a 20 persone. L’attività fisica è limitata. Il letto è di cemento e il materasso di gommapiuma, alcuni devono dormire con lenzuola attaccate come amache e hanno una sola latrina. Molte volte i detenuti devono fare i loro bisogno in buste di plastica, e non ci sono docce.

Non c’è un’alimentazione sufficiente e bilanciata (mangiano quasi solo “arepa”, piadine di mais tipiche venezuelane, senza alcun ripieno). Sono esposti ad alte temperature e sono vulnerabili a contrarre malattie batteriche, gastrointestinali e della pelle. Sono stati registrati casi di prigionieri con dissenteria per più di 15 giorni, funghi nella pelle, denutrizione e malattie mentali.

In un articolo del quotidiano colombiano El Tiempo del 2025, in riferimento ai detenuti colombiani a El Rodeo I, si legge che quando un prigioniero ha bisogno di un medicinale i famigliari lo consegnano ai custodi ma viene somministrato solo quando le autorità carcerarie lo considerano necessario.

D’altra parte, il personale del carcere non ha alcuna identificazione, veste solo un uniforme e il volto è coperto con un passamontagna nero. Sul braccio sinistro ha uno pseudonimo. “Le poche visite sono intimidatorie – si legge nel report -, non c’è alcuna privacy e non c’è contatto diretto tra il detenuto e il famigliare. La visita ha una durata da 10 a 20 minuti”. Un’altra questione importante che sottolinea l’ong sono le morti dei prigionieri politici sotto custodia dello Stato venezuelano: negli ultimi anni sono stati registrati ufficialmente più di 22 detenuti deceduti, solo a El Rodeo I, anche se la cifra potrebbe essere più alta. Il sovraffollamento nelle carceri del Venezuela è del 145% e dal 2017 sono morti 507 detenuti. “Condizioni che creano una situazione crudele, disumana e degradante”, conclude il report.


×

Iscriviti alla newsletter