Considerato esclusivamente come accordo commerciale, l’Ue–Mercosur risulta moderatamente vantaggioso nel breve termine ma non realmente trasformativo. Esso rischia anzi di promuovere la persistenza di un modello di specializzazione e di vantaggio comparato essenzialmente arretrato e poco evolutivo. L’analisi di Pasquale Lucio Scandizzo
L’accordo Ue–Mercosur può essere valutato con due giudizi solo apparentemente contraddittori. Da un lato, l’intesa può essere criticata perché basata su una logica commerciale tradizionale, con effetti macroeconomici limitati e costi concentrati in alcuni settori sensibili. Dall’altro, essa può essere difesa come un accordo “strategico”, capace di rafforzare il ruolo globale dell’Europa. Integrare queste due letture consente di coglierne il significato economico e geopolitico più profondo, in particolare dal punto di vista italiano.
Bisogna anzitutto riconoscere che l’accordo Ue–Mercosur interviene in un momento in cui il modello export-led di sviluppo perseguito dall’Italia e dall’intera Europa negli ultimi 20 anni è entrato in crisi. Per questa ragione l’accordo produce per l’Italia benefici economici positivi ma strutturalmente ambigui, perché interagisce con una struttura produttiva che combina nicchie tecnologicamente avanzate con un nucleo dominante di esportazioni tradizionali a basso contenuto tecnologico.
Le simulazioni basate su modelli di equilibrio economico generale computabile (Cge) mostrano che la riduzione dei dazi Mercosur sui beni industriali europei genera un aumento delle esportazioni italiane e del valore aggiunto manifatturiero, con un impatto sul Pil nell’ordine di circa +0,1 per cento a regime. L’impatto di per sé è modesto, ma la composizione di questi flussi è cruciale per valutarne la sostenibilità e gli ulteriori benefici e costi nel medio-lungo periodo.
Gli aumenti delle esportazioni stimati dai modelli Cge, infatti, riflettono solo una risposta di prezzo e di domanda date le specializzazioni produttive e i livelli tecnologici esistenti: la riduzione dei dazi rende più convenienti prodotti già apprezzati per caratteristiche non tecnologiche, in un quadro evolutivo sostanzialmente statico, inducendo una riallocazione delle importazioni a favore dell’offerta italiana. L’accordo, in altri termini, rafforza specializzazioni esistenti, ma non ne corregge le fragilità strutturali e minaccia di rafforzarne l’inerzia e le ricadute negative sulla dinamica della produttività.
Benché l’Italia esporti una quota non trascurabile di beni che incorporano tecnologie avanzate (macchinari industriali complessi, automazione, farmaceutica, chimica fine, mezzi di trasporto specializzati, elettromedicale) questi comparti rappresentano solo il 15–20% dell’export totale, che riflette invece una specializzazione produttiva ancorata in modo statico a settori tradizionali a basso contenuto tecnologico. L’export italiano è infatti dominato da settori tradizionali: moda, tessile, mobili, arredo, meccanica leggera, beni di consumo durevoli e agroindustria, in cui la tecnologia incorporata nel prodotto è generalmente bassa e non include automazione intelligente, elettronica o software avanzato.
La competitività internazionale di questi beni poggia su qualità, design, reputazione e capitale simbolico più che su vantaggi tecnologici difendibili. Se da un lato consente risultati commerciali positivi, esso contribuisce anche ad intrappolare il Paese in un modello industriale a basso contenuto di tecnologia e capitale umano e con scarse prospettive di crescita endogena. L’Europa soffre complessivamente anch’essa di un ritardo tecnologico ed evolutivo, basato su una dinamica limitata della sua specializzazione produttiva, incoraggiata da un modello di crescita trainato da surplus commerciali persistenti, ma la struttura delle esportazioni distingue nettamente l’Italia da altri grandi paesi europei.
Germania e, in misura diversa, Francia presentano una quota significativamente più elevata di esportazioni ad alto e medio-alto contenuto tecnologico, con maggiore integrazione tra hardware, elettronica, software e sistemi digitali. In termini di vantaggio comparato, l’Italia è relativamente più forte nei beni differenziati tradizionali e nei macchinari specializzati di nicchia, ma svantaggiata nei settori dove la competizione si gioca sulla scala della produzione, le piattaforme tecnologiche e la capacità di integrazione digitale. Questo divario spiega perché gli shock tariffari positivi, come quelli generati dall’accordo Ue–Mercosur, possano solo favorire limitati guadagni per l’Italia nel breve periodo senza colmare e minacciando anzi di aggravarne il gap strutturale rispetto ai partner più tecnologicamente avanzati.
Gli aumenti delle esportazioni stimati dai modelli Cge riflettono soprattutto una risposta di prezzo: la riduzione dei dazi rende più convenienti prodotti già competitivi per ragioni non tecnologiche, inducendo una riallocazione della domanda a favore dell’Italia. L’accordo rafforza quindi le specializzazioni esistenti, ma rischia anche di cristallizzarle ulteriormente, se non viene accompagnato da politiche che spostino progressivamente il baricentro dell’export verso segmenti a maggiore intensità tecnologica e potenzialità di crescita.
In questa prospettiva, il pericolo principale dell’accordo Ue-Mercosur è che esso possa ulteriormente incoraggiare una politica commerciale basata sulle differenze di prezzo ottenute comprimendo i salari e i prezzi dei beni intermedi, a parità di tecnologie esistenti. Questo pericolo è tanto maggiore quanto più si considera che la fase attuale di sviluppo globale indica il contenuto tecnologico dei processi e dei prodotti come la base più importante di un vantaggio comparato dinamico. il valore principale dell’accordo Ue–Mercosur non è quindi nei suoi effetti commerciali diretti, positivi in una visione statica, ma pericolosi in una prospettiva dinamica, quanto piuttosto nella creazione di una cornice istituzionale stabile che possa stimolare e sostenere una strategia di upgrading.
Senza tale cornice, che dovrebbe informare l’intera politica industriale dell’Italia, sarebbe difficile sviluppare cooperazioni industriali, tecnologiche e ambientali realmente produttive con l’America Latina. Con essa, potrebbe diventare invece possibile usare l’espansione degli scambi come leva per integrare componenti digitali, servizi avanzati e standard tecnologici nelle produzioni oggi più tradizionali. Il nodo centrale resta però l’Europa. Rispetto alle prospettive dell’accordo, essa ha di fronte la stessa sfida dell’Italia, poiché la dipendenza dal modello export-lead ha creato anche per i paesi europei nel loro complesso una tendenza a sfruttare le rendite temporanee della specializzazione produttiva tradizionale a spese della innovazione e del vantaggio comparato dinamico.
All’interno dell’Europa, d’altra parte, a parità di accesso ai mercati Mercosur, l’Italia compete con paesi che dispongono di sistemi produttivi più digitalizzati, maggiori investimenti in R&S e una più forte capacità di scalare l’innovazione. Se questi nodi non sono affrontati, l’accordo rischia di amplificare uno svantaggio comparato latente: l’Europa e l’Italia sembrano guadagnare quote oggi, ma entrambe rischiano di perdere terreno domani, anche a spese l’una dall’altra. In sintesi, Ue–Mercosur è per l’Italia un accordo utile ma non risolutivo: valorizza l’esistente, ma mette in evidenza la necessità di una trasformazione strutturale senza la quale il divario tecnologico con altri paesi europei è destinato ad ampliarsi.
In conclusione, considerato esclusivamente come accordo commerciale, l’Ue–Mercosur risulta moderatamente vantaggioso nel breve termine ma non realmente trasformativo. Esso rischia anzi di promuovere la persistenza di un modello di specializzazione e di vantaggio comparato essenzialmente arretrato e poco evolutivo. Il suo significato muta, tuttavia, se viene letto come un’architettura istituzionale di avvio. Il valore dell’intesa non si esaurisce nei flussi di scambio immediati, bensì nella creazione di un quadro stabile di regole, standard e aspettative che rende possibile una cooperazione più profonda tra Europa e America Latina.
Al di là dell’effetto prezzo, l’incremento delle esportazioni di macchinari italiani, per esempio, può favorire joint venture e iniziative industriali fondate su tecnologia incorporata, know-how e standard produttivi, con potenziali spillover industriali. Sul fronte ambientale, pur con limiti evidenti, l’accordo apre un canale di dialogo su sostenibilità, tracciabilità e filiere verdi. Analogamente, l’espansione degli scambi può sostenere servizi avanzati, digitalizzazione e cooperazione tecnologica.
In un contesto geopolitico frammentato, l’intesa rafforza il ruolo normativo europeo in America Latina. Per l’Italia, è importante che ciò si traduca in opportunità coerenti con le proprie specializzazioni industriali attuali, ma anche e soprattutto, potenziali, in un quadro di modernizzazione e di investimento in tecnologia e capitale umano. In definitiva, il valore dell’accordo risiede meno negli effetti immediati e più nel potenziale trasformativo che abilita nel medio-lungo periodo.
















