Ci sono tematiche che stuzzicano d’incanto la mobilitazione politica della sinistra italiana mentre ci sono argomenti che, pur gravissimi, devastanti e terribili, non scuotono affatto le coscienze. Soprattutto di quei settori che hanno, come ovvio, maggiore dimestichezza con la piazza. La riflessione di Giorgio Merlo
Le piazze in Italia tacciono. O meglio, si mobilitano più per decreto che non per convinzione. Certo, è difficile restare muti e immobili di fronte a ciò che capita in un Paese governato da uno dei regimi più spietati e più feroci del pianeta. E, di conseguenza, si è aperto anche un timido – anzi, un timidissimo – dibattito sulle ragioni politico e culturali che alimentano, comunque sia, questo perdurante silenzio.
Eppure, dopo la cattura da parte americana del dittatore dispotico e sanguinario del Venezuela Maduro e, soprattuto, davanti alle violenze atroci compiute dal regime violento, omicida e teocratico dell’Iran, ci sarebbero moltissime ragioni e spunti per scendere in piazza. Subito, però. Appena si sentono e si vedono quelle terribili immagini – poche per la verità, perché il regime iraniano le vieta – che arrivano da quel Paese. Ma il silenzio prevale, rotto solo da ragioni puramente protocollari se non addirittura burocratiche. Salvo piccolissimi gruppi che, meritoriamente, manifesteranno nei prossimi giorni a difesa del dissenso iraniano. Però, per non essere ipocriti e per evitare di essere anche intellettualmente disonesti, è bene subito ricordare che coloro che storicamente governano e mobilitano le piazze nel nostro Paese – cioè, la sinistra nelle sue multiformi e variegate espressioni – sono collocati prevalentemente, se non quasi esclusivamente, sul versante cosiddetto “progressista”. Era così nella prima repubblica, cioè per lunghi 50 anni, ed è rimasto così anche nella seconda repubblica. Senza alcun cambiamento significativo.
Ora, è di tutta evidenza che quando si scende – o non si scende – in piazza ci sono delle ragioni politiche, e culturali, che spingono in quella direzione. E quindi, per fermarsi a ciò che è capitato negli ultimi mesi, si protesta prontamente a difesa di Gaza e del popolo palestinese contro Israele, contro gli Stati Uniti D’America e contro il governo Meloni perché filo occidentali e ritenuti, secondo questa versione, responsabili di ciò che è capitato in Medio Oriente. Mentre, e specularmente, non si protesta affatto né a difesa del popolo venezuelano vessato da anni da un regime sanguinario e né, tantomeno e soprattutto, a difesa del drammatico dissenso iraniano perché sono Paesi ritenuti anti occidentali e quindi, bene o male, c’è qualche elemento di convergenza. Ed è anche inutile insistere perché i più sofisticati ti spiegano, nei vari talk televisivi compiacenti, anche le ragioni per cui è inutile protestare a favore del dissenso iraniano, ritenuto un Paese troppo lontano e che non centra nulla con le eventuali responsabilità politiche italiane. Una tesi un po’ bizzarra perché, se fosse vera, andrebbe riscritta la storia politica italiana dagli anni ‘60 agli anni ‘90 quando la sinistra scendeva massicciamente in piazza per la difesa di Paesi, di sistemi ideologici e di presunti miti – meglio dire di regimi dittatoriali e dispotici – che non avevano nulla a che fare con i concreti interessi del nostro Paese. Ma in un’epoca dove la memoria storica è evaporata tutto diventa lecito e ammissibile.
Insomma, è inutile dedicare intere paginate di riflessioni al riguardo. La ragione, come emerge in tutta la sua limpidezza, a prescindere dalle singole e del tutto legittime opinioni politiche, è molto più semplice di quel che appare. E cioè, ci sono tematiche che stuzzicano d’incanto la mobilitazione politica della sinistra italiana mentre ci sono argomenti che, pur gravissimi, devastanti e terribili, non scuotono affatto le coscienze. Soprattutto di quei settori che hanno, come ovvio, maggiore dimestichezza con la piazza. E, piaccia o non piaccia, occorre pur dire che le motivazioni che spingevano la sinistra italiana a scendere in piazza negli anni ‘60, ‘70 e ‘80 – soprattutto le frange più massimaliste, radicali ed estremiste – restano le stesse anche oggi, seppure in un contesto profondamente diverso come quello contemporaneo. E cioè, l’anti americanismo, il persistente anti occidentalismo e la diffidenza verso tutto ciò che è riconducibile a quella cultura, a quella tradizione, a quei valori e a quella civiltà. Spiace dirlo, ma la verità, purtroppo, è solo questa. Il resto è propaganda.















