Con lo stop dell’invio del petrolio venezuelano, l’isola rischia una crisi umanitaria senza precedenti. E nel mentre il regime prepara il terreno per l’arrivo di un altro Castro alla presidenza, il nipote di Fidel e Raul
Cuba si avvia inesorabilmente verso il collasso economico. Dai treni alle fabbriche, tutto sarà presto fermo, impattando ancora di più la già debole economia cubana. Con l’intervento dell’amministrazione di Donald Trump in Venezuela, si è fermato il flusso di petrolio venezuelano che reggeva i conti e accendeva letteralmente l’infrastruttura produttiva e quotidiana dell’isola.
L’allarme è stato lanciato ieri dal quotidiano The New York Times: “Cuba ha bisogno di 100.000 barili di petrolio al giorno per mantenere le luci accese, dicono gli esperti, e per mantenere in funzione i suoi autobus, treni e fabbriche. Ma a causa del presidente Trump, non è abbastanza”. L’invio in questi giorni sarebbe di massimo 35.000 barili, secondo gli esperti. I cubani ricevono soltanto una parte del greggio di cui hanno bisogno e questo deficit innescherà probabilmente una più grave crisi umanitaria, “diversa da qualsiasi altra che il Paese abbia mai sperimentato”, si legge sul quotidiano americano.
Tutto potrebbe fermarsi. Dalle macchine a diesel e benzina agli autobus e agli aerei. Persino molte tv non riescono più a trasmettere il segnale. Cuba soffre già da prolungati blackout ma il buio potrebbe essere ancora più profondo, impattando negativamente l’economia.
La dipendenza economica di Cuba dal Venezuela è cominciata più di 20 anni fa, quando l’allora presidente Hugo Chavez firmò un accordo con l’amico e alleato Fidel Castro per fornire petrolio in cambio di supporto medico e di sicurezza, e questo scambio si è mantenuto il tempo. Infatti, 32 degli agenti morti nell’arresto di Nicolas Maduro a Caracas erano dei servizi cubani. Subito dopo l’intervento in Venezuela, il presidente Trump ha dichiarato che si sarebbero fermate le spedizioni di petrolio a Cuba.
Jorge R. Piñon, ricercatore per l’Istituto di Energia dell’Università del Texas, ha dichiarato al New York Times che se Cuba perde il petrolio venezuelano “l’impatto sarà fondamentalmente catastrofico. La catena di eventi è che l’economia cubana crolla letteralmente, non c’è cibo nei mercati, i treni non si muovono, gli autobus non si muovono”.
I disagi per la mancanza di combustibile a Cuba potrebbe provocare una serie di proteste, come accaduto in passato, quando il regime ha risposto duramente. Secondo alcune organizzazione di difesa dei diritti umani, nelle manifestazioni del 2021 sono state arrestate più di 1400 persone.
Quello di Cuba è di fatto un regime totalitario. Che si vuole prolungare nel tempo. Infatti, il sistema politico cubano ha preparato il terreno per la nomina di Óscar Pérez-Oliva Fraga, nipote di Raul e Fidel Castro, come nuovo presidente ed erede dell’egemonia familiare.
Nell’ultimo anno il giovane Pérez-Oliva Fraga, figlio di Mirsa Fraga Castro e nipote di Angela Castro, sorella maggiore di Fidel e Raul Castro, è salito di posizioni, passando da diversi incarichi tecnici fino a diventare deputato dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, un requisito indispensabile per diventare presidente di Cuba.
Pérez-Oliva Fraga ha 54 anni ed è ingegnere elettronico. Ha lavorato per imprese di importazioni e istituti di commercio estero di Cuba. A ottobre del 2025 è entrato a fare parte del Consiglio di ministri come vice primo ministro. È descritto dal regime come un elemento “disciplinato e con dominio dei rapporti economici internazionali, ma la sua promozione non sarebbe vincolata alla crescita economica bensì a un riposizionamento dopo la diminuzione delle esportazioni con Cina e Russia. Con Pérez-Oliva Fraga si vuole un rinnovo generazionale mantenendo la stampa dei Castro.















