La rinnovata attenzione dell’Italia verso l’Indo-Pacifico, rilanciata dalla visita di Meloni in Giappone e Corea del Sud, rende centrale il ruolo dell’Asean nella strategia italiana.Vietnam, Malesia e Indonesia emergono come piattaforme chiave per supply chain, difesa e accesso al Global South, completando la dimensione tecnologica nord-asiatica con un retroterra produttivo e logistico decisivo
Con l’intensificarsi della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, che sta ridisegnando le catene del valore globali, i Paesi del Sud-Est asiatico stanno provando a trasformare la rivalità tra le due potenze in un vantaggio, cercando di rimanere integrati nelle principali filiere produttive mondiali. È anche per questo che, mentre l’Italia torna a parlare di Indo-Pacifico – e la recente visita di Giorgia Meloni in Giappone e Corea del Sud ha riacceso l’attenzione sul profilo asiatico di Roma – diventa necessario guardare oltre la “testa tecnologica” delle supply chain regionali. Perché se Seoul e Tokyo rappresentano il vertice dell’innovazione industriale, Vietnam, Malesia e Indonesia sono il livello in cui la diversificazione si materializza: produzione, logistica, risorse e rotte marittime.
Vietnam, Malesia e Indonesia non sono più periferie lontane, ma snodi decisivi di una nuova architettura economica e strategica che intreccia produzione, sicurezza e politica. Qui si gioca una partita cruciale sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, sull’accesso alle tecnologie e sulla stabilità delle rotte marittime, mentre appuntamenti elettorali e rigenerazione della classe politica dei Paesi Asean contribuiscono a definire equilibri destinati a pesare ben oltre la regione. Per Roma, investire oggi su Hanoi, Kuala Lumpur e Jakarta significa scegliere come e dove collocarsi nel nuovo disordine globale, trasformando la risposta tattica alle crisi recenti in una strategia di lungo periodo nello scacchiere Global South indo-pacifico.
Un triangolo chiave nel nuovo “disordine globale”
La crescente consapevolezza, a Washington come in Europa, di una dipendenza eccessiva del sistema produttivo dalle forniture dalla Cina ha spinto a ripensare le catene di approvvigionamento in chiave strategica e di sicurezza economica. In questo contesto, il Sud-Est asiatico si è imposto come lo spazio più credibile per strategie di friend-shoring e de-risking. È in quest’area che si ridisegnano le geografie produttive, con delocalizzazione di impianti e riallocazione di acquisti su nuovi fornitori, allo scopo di ridurre l’esposizione ai rischi politici e tecnologici.
Questa riconfigurazione, tuttavia, non implica una completa rottura con Pechino. I Paesi dell’Asean restano infatti profondamente legati all’economia cinese e questa interdipendenza rende la regione un’opzione credibile: consente di diversificare senza spezzare del tutto quei legami industriali che garantiscono costi competitivi, scalabilità e accesso ai mercati. Consolida questa relazione anche l’integrazione regionale garantita dal Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), entrato in vigore nel 2022, che riunisce Asean, Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda in quello che oggi è il più grande blocco commerciale al mondo.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, Vietnam, Malesia e Indonesia non sono quindi semplici “alternative” alla Cina, ma piattaforme attraverso cui riposizionare segmenti sensibili delle catene del valore – dall’elettronica alla green tech, dall’energia alla componentistica avanzata – in contesti capaci di mantenere un equilibrio pragmatico tra le grandi potenze.
Supply chain, potere e cicli politici
Il Vietnam è oggi il perno di questa triangolazione. È il primo partner commerciale dell’Italia nell’Asean, con un interscambio che ha superato i sei miliardi di euro nel 2023 e un export italiano cresciuto del 26 per cento nel 2024. Quasi il 40 per cento delle importazioni italiane dall’area Asean passa da Hanoi. Il rapporto con l’Italia poggia già su basi solide. Il Partenariato Strategico Globale attivo dal 2013 è oggi rilanciato in chiave di growth diplomacy. Oltre 150 imprese italiane sono presenti nel Paese e la cooperazione si estende dalle rinnovabili alle infrastrutture, dall’agritech all’agroalimentare, fino alle tecnologie di frontiera come semiconduttori, intelligenza artificiale, aerospazio e farmaceutica.
Con oltre 100 milioni di abitanti, il Paese ha registrato negli ultimi anni tassi di crescita stabilmente superiori al 7 per cento e, secondo le stime per il 2025, dovrebbe collocarsi in una forchetta compresa tra il 6,5 e l’8 per cento. Questa dinamica consolida il Vietnam come una delle principali piattaforme manifatturiere asiatiche, soprattutto nei settori dell’elettronica, del tessile e dell’assemblaggio industriale, rafforzandone il ruolo centrale nelle strategie di diversificazione delle reti industriali globali. La stabilità garantita dal Partito Comunista vietnamita offre agli investitori un quadro prevedibile, ma apre anche interrogativi politici per l’Europa, chiamata a bilanciare cooperazione economica, autonomia strategica e attenzione ai diritti in un contesto di crescente pressione geopolitica.
La Malesia gioca una partita diversa ma complementare. Terza economia dell’Asean e seconda per reddito pro-capite, è un hub logistico e tecnologico avanzato, ponte naturale tra Asia orientale e mercati occidentali. Rappresenta un laboratorio di convergenza tra energia, green tech e difesa. Il primo Business Forum Italia-Malesia ha certificato nel 2024 un interscambio di 3,1 miliardi di euro, con un export italiano in crescita del 23,4 per cento e oltre 150 aziende coinvolte. L’accordo di difesa governo-a-governo, che coinvolge Fincantieri e Leonardo, rafforza la cooperazione nella sorveglianza marittima e nella cantieristica, inserendosi in un contesto politico interno ancora fluido.
Qui, però, il fattore politico pesa di più. Il sistema è segnato da una competizione elettorale frammentata e da governi di coalizione, elementi che introducono incertezza nelle politiche industriali e negli investimenti di medio periodo, rendendo necessaria da parte degli interlocutori esterni una diplomazia più flessibile e paziente.
L’Indonesia completa il quadro. Con i suoi oltre 270 milioni di abitanti, risorse naturali strategiche e una posizione centrale sulle rotte marittime globali, Jakarta è destinata a diventare uno degli attori chiave del Global South. Il tasso di crescita è simile a quello della Malesia e si regge su domanda interna, ricchezza di materie prime e investimenti in transizione energetica e infrastrutture. Le elezioni presidenziali del 2024 hanno aperto una nuova fase, segnata da continuità nella proiezione regionale e nella modernizzazione militare, ma anche da interrogativi sulla capacità di tenere insieme nazionalismo economico, attrazione di capitali esteri e ambizioni geopolitiche.
Scenario in evoluzione tra elezioni e rischio geopolitico
Per l’Italia, lavorare in quest’area significa agganciarsi a economie in espansione strutturale, capaci di offrire non solo diversificazione manifatturiera ma anche accesso a mercati interni in rapida crescita, in un contesto politico che, pur con le sue fragilità, resta più prevedibile rispetto ad altre aree del Global South.
Nel prossimo biennio lo scenario resterà fragile. Le tensioni nel Mar Cinese Meridionale potrebbero intensificarsi, generando instabilità politica ed economica. A questo si sommano possibili shock commerciali o tecnologici e una competizione crescente tra potenze esterne per l’accesso a risorse, infrastrutture e influenza politica. In Paesi come Vietnam, Indonesia e Malesia – a cui si aggiungono Filippine e Thailandia – fasi di transizione politica o di riequilibrio istituzionale interno, che possono tradursi in cambiamenti nei settori strategici, potrebbero rendere il quadro regolatorio meno prevedibile, aumentando l’incertezza per governi e imprese senza però mettere in discussione la stabilità complessiva dell’area.
Qui l’Italia ha una carta da giocare. La sfida sarà incentrata sulla capacità di trasformare l’attuale finestra di opportunità in un radicamento strutturale, rafforzando la presenza industriale e tecnologica prima che l’innalzamento del tasso di rischio renda più selettivo e competitivo l’accesso al mercato indo-pacifico. Investire su Vietnam, Malesia e Indonesia non significa solo rispondere alle esigenze di stabilità del sistema produttivo, ma costruire in quel teatro strategico una presenza credibile come partner industriale, fornitore di tecnologie e di soluzioni per la transizione energetica.
Nella stessa cornice va letta la recente attenzione italiana verso Corea del Sud e Giappone, che non rappresenta un capitolo separato quanto piuttosto la dimensione high-tech di una traiettoria che, per essere credibile, deve poggiare anche sul livello Asean. Seoul e Tokyo costituiscono la testa tecnologica delle supply chain asiatiche, con un ruolo centrale in semiconduttori, automotive avanzato, elettronica e tecnologie per la transizione energetica, mentre Vietnam, Malesia e Indonesia ne rappresentano il retroterra produttivo, logistico e di risorse.
L’Italia può inserirsi lungo questo asse come ponte europeo tra innovazione e manifattura, collegando l’hi-tech coreano e giapponese alle piattaforme industriali dell’Asean e rafforzando così la propria presenza lungo l’intera catena del valore indo-pacifica. In questa prospettiva, la diplomazia economica italiana mira a superare la logica dei rapporti bilaterali isolati, costruendo un posizionamento più sistemico che tenga insieme tecnologia, produzione, sicurezza e accesso ai mercati del Global South. Se accompagnata da continuità politica, coordinamento europeo e strumenti finanziari adeguati, questa traiettoria può trasformare l’asse Hanoi–Kuala Lumpur–Jakarta in un pilastro stabile della proiezione strategica italiana in Asia, proprio in una fase in cui le scelte di localizzazione industriale tendono a consolidarsi.
In uno scenario segnato da alleanze fluide e competizione sistemica, la capacità italiana di combinare flessibilità, credibilità industriale e bassa conflittualità strategica può rivelarsi un asset nel lungo periodo, in un approccio di sistema che integra la forza dei grandi gruppi industriali e la flessibilità delle Pmi, utilizzando la difesa come leva per costruire filiere industriali e partenariati di lungo periodo. Vietnam, Malesia e Indonesia emergono come interlocutori privilegiati non solo nei documenti del Maeci, ma soprattutto nelle missioni politico-imprenditoriali della Farnesina, perché combinano mercati dinamici, accesso alle catene del valore asiatiche e una certa autonomia strategica nello scontro tra grandi potenze.
















