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Minerali in cambio di sicurezza. Cosa c’è dietro l’accordo Usa-Congo

Di Mario Di Giulio

Con il patto strategico siglato da Washington con Kinshasa a dicembre 2025, gli Stati uniti si assicurano cobalto, litio, rame, oro e manganese, mentre la Rdc rafforza la propria sicurezza: una mossa che ridisegna equilibri geopolitici e mette alla prova Cina, Europa e organizzazioni regionali africane. L’opinione di Mario Di Giulio, docente di Law of Developing Countries all’Università Campus Bio-Medico di Roma e avvocato attivo nei Paesi africani

Nei giorni scorsi Reuters ha riportato che il governo della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) ha trasmesso a Washington una lista di progetti minerari a partecipazione statale offerti a investitori statunitensi. L’iniziativa si inserisce nel quadro dello Strategic Partnership Agreement tra Stati Uniti e Rdc, un accordo quadro reso operativo dal Dipartimento di Stato americano, che definisce una cooperazione strutturata e di lungo periodo tra i due Paesi.

I progetti riguardano materie prime critiche – tra cui manganese, litio e rame – pilastri delle catene di valore tecnologiche e della transizione energetica globale. L’intesa si colloca in un contesto di persistente instabilità regionale, segnato dal conflitto nell’est della RDC e dalle tensioni con il Ruanda. Essa mira a rafforzare la sicurezza del Paese africano e, contemporaneamente, a garantire l’affidabilità delle filiere di approvvigionamento occidentali, secondo logiche di friend-shoring.

Alcuni passaggi della Partnership chiariscono la logica di fondo dell’operazione.

Da un lato, Kinshasa dichiara la necessità di rafforzare stabilità e controllo della propria filiera estrattiva; dall’altro, Washington afferma il proprio interesse a costruire catene di fornitura “sicure, affidabili e durature”.

In termini analitici, si tratta di un resource-for-security swap, uno scambio strutturato tra accesso garantito alle risorse e supporto politico-militare.

Non si tratta di un modello inedito. Accordi simili hanno caratterizzato, nel secolo scorso, le relazioni tra Stati Uniti e Paesi del Golfo per la sicurezza energetica. Oggi, l’amministrazione americana persegue un duplice obiettivo: assicurarsi materiali essenziali per l’industria della difesa e delle alte tecnologie e, al contempo, attuare un de-risking strategico rispetto al ruolo dominante della Cina nelle filiere minerarie africane. Più che escludere Pechino, l’azione statunitense punta a riequilibrare un sistema che negli ultimi anni ha visto quella che viene percepita dai più come un’eccessiva concentrazione dell’influenza cinese nel cuore del continente.

In questo contesto, va ricordato che la Rdc non è nuova a modelli di scambio tra sicurezza e risorse. In passato, il Paese è stato associato, anche se è stato sempre negato ufficialmente da Kinshasa, a forme di cooperazione con attori privati legati alla sfera russa, come il Gruppo Wagner (oggi Africa Corps). Sebbene tali esperienze, e il relativo contrasto, non facciano parte dell’accordo Usa-Rdc, rappresentano un precedente utile per comprendere come Kinshasa cerchi partner esterni in grado di offrire garanzie di sicurezza concrete in cambio di asset minerari.

L’accordo Usa-Rdc apre anche a considerazioni più ampie. In primo luogo, mette in evidenza le difficoltà delle organizzazioni regionali africane nel gestire conflitti complessi, spesso aggravati da rivalità interne tra stati membri. Un esempio è il Movimento 23 Marzo (M23), un gruppo ribelle attivo principalmente nella provincia del Nord-Kivu, vicino al confine con il Ruanda. Il suo nome deriva dall’accordo del 23 marzo 2009, che sanciva la reintegrazione di ex combattenti nell’esercito congolese; il movimento ha ripreso le armi denunciando il mancato rispetto di quell’accordo. Il M23 controlla alcune aree strategiche e minerarie e la sua attività è stata spesso collegata a tensioni regionali, in particolare con il Ruanda. Il protrarsi della crisi legata al M23, nonostante i tentativi di mediazione regionale, evidenzia i limiti strutturali di queste organizzazioni.

In secondo luogo, l’intesa mette a nudo le debolezze dell’approccio europeo. Se un’impostazione di stampo coloniale non è più praticabile, l’Europa appare oggi priva della proiezione politica e militare necessaria per sostenere governi legittimi minacciati da instabilità croniche. Venuta meno l’efficacia dell’Onu come cornice operativa per la stabilizzazione, molti paesi africani si rivolgono a potenze in grado di offrire garanzie dirette, come gli Stati Uniti, meno vincolati a un multilateralismo in crisi.

Da questa dinamica emergono due considerazioni amare, per l’Europa e per i popoli africani. A distanza di cinque secoli, sembra riproporsi una vicenda nota alla storia italiana: quella di chiamare in aiuto il “cavaliere bianco” d’oltreconfine, per scoprire poi che tanto bianco non era. Dalla chiamata di Carlo VIII di Francia da parte degli Sforza di Milano alla battaglia di Fornovo del 1495 (momento emblematico in cui gli stati italiani tentarono, tardivamente e con scarsi risultati, di opporsi uniti all’invasore da loro stessi invitato), la storia insegna che gli interventi esterni raramente sono disinteressati e che il prezzo della sicurezza si paga, prima o poi, sotto forma di sovranità ceduta o risorse alienate.


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