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Giustizia, il referendum su Schlein e la “caciara istituzionale”. Il graffio liberale di Sterpa

Di Alessandro Sterpa

La campagna per il No al referendum sulla giustizia si sta trasformando in una “caciara” istituzionale: toni allarmistici, attacchi infondati e perfino il coinvolgimento improprio del presidente Mattarella. Tra ricorsi respinti, polemiche sulla Cassazione e un ruolo sempre più discusso di pezzi della magistratura e dell’Anm, lo scontro si radicalizza. Segno della forza trasversale del Sì e della debolezza della lettura “anti-Meloni”. Il referendum diventa così un voto sulla radicalità di una parte della sinistra e sulla leadership di Elly Schlein. Il graffio liberale di Sterpa 

Radicalizzare lo scontro. Queste appaiono le parole d’ordine che guidano i partiti e molti dei comitati che sostengono il No.

Lo si evince dalla comunicazione, piena di grida e di infondate minacce che avvertono sulla fine della democrazia e sull’abbattimento della Costituzione se vincesse il Sì.

Fino al punto che anche il Presidente Sergio Mattarella è trascinato nella guerra elettorale con accuse dirette e indirette; da ultimo, Il fatto quotidiano lo associa alla Meloni in una non meglio definita attività di contrasto ai “firmatari ritardatari” ossia quelli che hanno raccolto le firme per il referendum mentre la procedura era di fatto conclusa.

Questo perché il Capo dello Stato ha semplicemente fatto il suo lavoro ossia ha adottato un proprio Decreto che aggiorna (inutilmente, ma lo ha chiesto l’ufficio della Cassazione) il quesito senza spostare la data già fissata.

Ma non c’è solo questo.

C’era un precedente non da poco quando pochi giorni prima i “raccoglitori ritardatari” hanno impugnato la deliberazione del Consiglio dei Ministri che fissava quesito e data del voto e successivamente hanno addotto motivi aggiunti contro il decreto del Presidente della Repubblica che faceva proprie le decisioni del Governo.

In molti hanno commentato la decisione (impeccabile) del Tar che ha respinto le lamentele ma in pochi hanno ricordato che in modo del tutto inaudito i sostenitori del No hanno di fatto ritenuto che anche Mattarella avesse compiuto un atto lesivo dei diritti dei cittadini.

Si, proprio quel Mattarella, al quale si tira ogni tanto la giacchetta perché dovrebbe fermare (non promulgandola) qualche legge di questa maggioranza o magari non emanare qualche decreto-legge del Governo.

D’altronde, che destino hanno avuto le dichiarazioni a favore del Si di ex Presidenti e Giudici della Corte costituzionale?

Ritenuti meno adeguati di Marisa Laurito, Pif e Barbero a esprimersi su di una riforma costituzionale, sono stati di fatto accumunati ai fascisti che facevano il saluto romano.

Insomma, Augusto Barbera sarebbe colluso con chi urla “presente” e il collega Prosperetti, uomo di una mitezza che sconfina finanche nella bontà angelica, sarebbe alleato della destra radicale.

Poi arriva la Corte di Cassazione che, con una decisione rocambolesca, apre apertis verbis uno scontro con il giudice amministrativo e, contravvenendo alle sue stesse precedenti decisioni, fa cambiare il quesito (che nessun elettore legge…) aggiungendo il riferimento ad alcuni articoli.

Insomma, mi sembra che si voglia, come diciamo a Roma, “buttarla in caciara”.

Senza dimenticare che ad avere una lettura istituzionale davvero discutibile di questo referendum sono anche altri soggetti che hanno una rilevanza pubblica: faccio riferimento all’Anm che assiste silenziosa a magistrati in carica che fanno incontri e convegni per il No nel proprio distretto di competenza, organizza eventi tipici dei comitati elettorali mentre decine di magistrati chiedono pubblicamente (altri lo dicono, un po’ timorosi, in privato) un ruolo terzo dell’associazione e molti firmano appelli (singolarmente) per il Sì.

Ciò accade nonostante le norme e le sentenze, sia della Corte costituzionale che della Corte europea dei diritti dell’uomo, chiedano ai giudici non solo di essere ma anche di apparire imparziali, gli vietano di iscriversi ai partiti politici, senza dimenticare che anche la partecipazione assidua e strutturata ad eventi di partiti si avvicina a questo limite.

Ma il nervosismo in politica è sempre un sintomo che racconta di qualcosa di profondo.

Due cose emergono: la prima è la consapevolezza che le posizioni del Sì sono forti e radicate nel Paese, diffuse e trasversali; la seconda è che la chiave di lettura “anti Meloni” è debole e certe bugie tecniche – di chi usa per l’ennesima volta la Costituzione come strumento di parte in una competizione elettorale – hanno un sapore stantio già assaggiato dagli elettori e oggi indigesto anche a parte della sinistra.

In molti hanno maturato la consapevolezza che la classe dirigente della sinistra italiana, dalla CGIL, all’ANPI, insieme al Pd, stanno solo saldando la loro battaglia contro la Meloni con quella di alcune correnti della magistratura che intendono resistere in un ruolo di “guida” dei magistrati eletti al CSM che invece la riforma vuole liberare.

E il Paese lo sente. Non è ormai neppure una battaglia tra centro-sinistra e centro-destra, ma tra un pezzo più radicale della sinistra (anche composta da soggetti che non sanno prendere le distanze da frange estreme e pericolose, sia a Torino che nelle iniziative ProPal) e il resto del mondo, incluso quel pezzo di centro-sinistra (moderato, produttivo, riformista, di buon senso, liberale, cattolico e laico) che vuole rendere l’Italia un Paese normale come le grandi democrazie, unito dalla serenità di una misura che fa bene ai diritti.

Ecco, allora, che cosa succede se questi sono gli schieramenti in campo: il referendum diventa un voto anche su questa radicalità e chi la legittima e la guida pensando di cavalcarla per cacciare la Meloni dal governo.

Cara Schlein, questo referendum è sempre più su di te che guidi un partito che usa D’Orsi per sostenere il No, dimenticando che il Capo dello Stato il 17 novembre scorso ha convocato un Consiglio supremo di difesa sulla minaccia ibrida e cognitiva russa.

Certo, poi si toglie il post. Ma, come dire, si vedono le dita sporche di marmellata.

Facciamo così: se vince il Sì questa volta a dimettersi è chi guida il maggior partito di opposizione perché gli elettori non lo considerano in grado di creare un’alternativa politica?


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