Il report del Belfer Center di Harvard esamina come la Russia potrebbe testare la Nato attraverso operazioni limitate e pressione nella zona grigia, puntando più alla coesione politica dell’Alleanza che alla conquista territoriale. Una sfida che riguarda tempi decisionali e resilienza europea
Mosca può ottenere un risultato strategico decisivo spingendo l’Alleanza in una crisi di attribuzione, consenso e tempo decisionale, trasformando la dimensione politica in un canale operativo. Secondo l’Harvard Belfer Center, l’Europa si muove oggi in uno degli scenari di insicurezza più pericolosi degli ultimi decenni, con attori ostili che combinano tattiche asimmetriche e sottosoglia e minacce aperte per indebolire la Nato e imporre, di fatto, un veto sulle scelte geopolitiche dei propri vicini.
Attraverso scenari concreti, sequenze plausibili e vincoli decisionali esplicitati, il report offre una mappatura dei possibili scenari di minaccia diretti verso la Nato. Due i casi di riferimento: un’escalation della zona grigia che culmina in un’incursione limitata per una presa di territorio simbolica; oppure, meno probabile ma maggiormente impattante, una grande offensiva convenzionale per isolare i Baltici tagliando il corridoio di Suwałki. Entrambi gli scenari sono pensati per chiarire cosa vuole ottenere Mosca, che cosa può fare in tempi brevi, e soprattutto dove si inceppa il processo occidentale quando la crisi corre più veloce della politica.
La frattura è la conquista
L’assunto strategico più rilevante è anche quello meno spettacolare. Il Cremlino, scrivono gli autori, mira a “fratturare l’Alleanza” come fine ultimo. Il report mette in guardia dall’idea che Mosca punti a ricostituire integralmente lo spazio sovietico o imperiale tramite conquista convenzionale, ritenendo questo uno scenario a bassa probabilità. Più probabile, viceversa, che cerchi di erodere la fiducia nel Trattato Atlantico iniziando la sua frammentazione dagli Stati più vulnerabili e impattando sull’idea che la garanzia collettiva sia fattibile, automatica e certa.
Lo scenario “più probabile” che il report colloca nell’orizzonte dei prossimi tre anni corrisponde ad un salto di qualità nelle operazioni sottosoglia, arrivando fino ad ipotizzare un’incursione limitata sul fianco nord-orientale. Il tutto coerente con la dottrina russa dell’uso limitato della forza, nonché all’interno di un ecosistema percettivo reso insicuro e poco stabile dalla postura statunitense, la cui variabile sarebbe in grado, sottolineano gli analisti del Belfer Center, di aprire finestre di opportunità utilizzabili da Mosca per la conduzione di operazioni asimmetriche limitate ma sufficienti a “stressare” l’Articolo 5.
Abbastanza aggressivi da cambiare lo status quo, abbastanza ambigui da dividere le risposte
La Russia, dopo i costi e gli errori dell’Ucraina, avrebbe incentivi a cercare una via di mezzo tra la cautela delle operazioni coperte in Europa e l’escalation cinetica del 2022. Una “Goldilocks zone”, così viene definita dal report di Harvard, per un’aggressione opportunistica ma calibrata, che vuole erodere la percezione di sicurezza europea senza innescare automaticamente una risposta Nato su larga scala. Un uso della coercizione all’interno della zona grigia che sfrutta deniability, proxy, Fimi, disinformazione e Cib per erodere consenso politico e sicurezza percepita, incidendo sul consenso interno europeo e Nato e sfruttando i tempi decisionali occidentali come moltiplicatori di efficacia.
Il report analizza, inoltre, il meccanismo decisionale del Cremlino. Secondo quanto osservabile pubblicamente, Putin lavorerebbe con un piccolo cerchio di insider, con flussi informativi frammentati e ordini trasmessi tramite canali disparati. Questo garantirebbe ulteriore asimmetria decisionale e temporale tra gli attori Nato ed europei e la Russia, con decisioni rapide, accentrate e meno vincolate da procedure istituzionali, ma anche più opache e difficili da leggere con indicatori occidentali tradizionali.
Gli scenari e le vulnerabilità
Tra gli scenari esaminati nel report, tra un impiego limitato della forza e un’aggressione – meno probabile – su larga scala, il fattore dell’asimmetria decisionale tra Russia e Nato (e Europa) rappresenta, secondo gli analisti, una vulnerabilità non trascurabile. Mosca, sostengono gli autori, userebbe ambiguità iniziale per rallentare e disturbare il processo decisionale Nato ed Eu. Da qui il tema dell’attribuzione. Il report indica la necessità per Nato ed Europa di essere pronti a lavorare secondo modalità multilaterali, anche in formati ad hoc, per rendere l’attribuzione più rapida e quindi ridurre lo spazio politico della negabilità, cercando una maggiore efficacia nella compressione dei tempi decisionali. Ciò richiederebbe anche una decisione ex ante su quali indicatori giustifichino l’attribuzione pubblica e su come declassificare contenuti senza bruciare fonti e metodi, evitando una perdita di iniziativa nella fase di comprensione iniziale dello scenario di crisi.
Tra legittimità politica e tempistica operativa, gli analisti del Belfer Center avvisano: occorre aggiornare, onde evitare che il ritardo diventi il punto di ingresso della strategia avversaria, autorità legali e processi di coordinamento per consentire azione agile anche quando il consenso Nato “formale” è in ritardo.
Laddove la decisione è lenta e la soglia tra guerra e pace è contesa, per gli attori ostili attaccare risulta politicamente agevole ed economicamente vantaggioso, mentre difendersi senza modificare le proprie strutture diviene politicamente stressante ed economicamente non sostenibile. Che riguardi l’applicazione dell’Articolo 5 o l’unanimità politica europea, la razionalità strategica avversaria risiede nel colpire la coesione interna, sfruttando l’ambiguità e la negabilità delle proprie azioni come canali operativi.
















