L’antiamericanismo storico alimenta il parallelo di Meloni con Trump, diventato strumento per criticare le politiche del governo. Nessuna buona azione in politica estera viene riconosciuta al Presidente e quello che sembrerebbe essere il suo maggior successo non sarebbe tale… L’opinione del prof. Franco Carinci
Non è più tempo di accusare Meloni per una ascendenza fascista sulla base della sua ritrosia a dichiararsi antifascista; una pretesa che sarebbe stata per lo meno paritaria se al tempo stesso si fosse richiesto alla Schlein di confessarsi anticomunista. Il che avrebbe prodotto scandalo per la massa sullo stesso piano di fascismo e comunismo, essendo questo ultimo il genoma stesso di quel PCI nato dalla scissione di Livorno, mai formalmente sconfessato, anche se oggi appare fin troppo facile iniziare la storia da Berlinguer, lasciandosi alle spalle il Migliore, con tutte le feroci battaglie condotte contro il piano Marshall, la Nato, la nascente Comunità europea, cioè l’Italia del futuro.
A togliere appeal a quella richiesta di dichiararsi antifascista è stata la stessa Meloni con la sua esplicita condanna del regime, nel giorno dell’olocausto, da qui la necessità di cambiare l’imputazione: trumpista. C’era una rispondenza nella sua base, in un antiamericanismo figlio della mitizzazione dell’Unione sovietica, tramutatosi in un sorso in rancore dopo il suo crollo, per essere rimasti orfani per colpa degli Stati Uniti, cioè di un presidente come Ronald Reagan che la sinistra considerava un pessimo attore semi rimbambito ma che disintegrò l’impero del Male. Trump si presta benissimo ad essere demonizzato, per il suo carattere rozzo e prepotente, ma si cominciò col dire che stava trasformando la democrazia in una democratura, senza escludere che al termine del mandato forzasse per poter correre per un altro, aprendo lo spazio ad una guerra civile. Certo era ritenuto un razzista feroce, con l’uso della Ice, contrabbandata come polizia privata composta da criminali, colpevole del “massacro” di Minneapolis, qualcosa di molto simile, secondo la vulgata sinistrorsa, alla politica anti-immigratoria realizzata in Italia.
Nessuna buona azione in politica estera riconosciuta al Presidente. L’attacco al Venezuela era definito il frutto di una autentica ingordigia del Petrolio, senza dar atto che la cattura di Maduro ha favorito l’apertura di un processo di ritorno alla democrazia; la trattativa per la fine della guerra in Ucraina una finzione per far guadagnare tempo all’amico Putin nella conquista totale del Donbass, senza scontare che la garanzia contro future incursioni dell’Ucraina la si aspetta dagli Stati Uniti, non senza ricordare che l’avanzata russa è ritardata dall’accecamento dovuto al venir meno dell’accesso allo Starlink di Musk.
Quello che sembrerebbe essere il maggior successo di Trump non sarebbe tale: a Gaza non ci sarebbe neppure una tregua, come testimoniato dal quotidiano stillicidio di morti ad opera dei bombardamenti israeliani. Insomma nessun miglioramento, fin quasi a far pensare che fosse meglio ieri che oggi. Non parliamo poi del Board of Peace, liquidato come una struttura privata, dominata in ogni minimo dettaglio da Trump, anche dopo la fine del suo incarico, con ad unico scopo una enorme operazione speculativa. Niente di quello previsto dall’Onu, con una compagnia di aderenti caratterizzate dall’essere monarchie assoluta o democrature, che evidentemente si ripromettono un ritorno finanziario; ci sono poi gli osservatori, trattati, da noi, come una sorta di utili idioti, fra cui si distingue proprio l’Italia, che ne sarebbe invece impedita dalla sua Costituzione.
Ora a scorrere la lista dei partecipanti a pieno titolo si scopre che ci sono quasi tutti i Paesi arabi interessati sicuramente alla ricostruzione di Gaza, fra loro non pochi capaci di pagare la quota di un miliardo; ma la lista non finisce qui, vi prendono parte i due più grandi Paesi musulmani che certo devono essere considerati democratici, l’Indonesia e il Pakistan, nonché buon ultimo quel Vietnam, per cui i più vecchi di noi hanno manifestato. Non ci sono i palestinesi, ma non solo non c’è uno stato, ma Gaza, dovrebbe essere rappresentata da Hamas, non dall’Autorità palestinese che ne venne espulsa in libere elezioni un ventennio fa.
La politica è l’arte del possibile, c’è qualche alternativa praticabile: l’Onu, che peraltro non è affatto una organizzazione paritaria essendo in mano alle cinque potenze detentrici del potere di veto, ha dato via libera al piano di Trump; l’Ue non ha la capacità né la convinzione per fare alcunché, sempre rinviando al magico momento della Federazione. Perché non seguire il consiglio del buon Peter Gomez, autorevole voce de Il Fatto Quotidiano, di aspettare per vedere il seguito?















