Dopo gli attacchi di Usa e Israele in Iran, prende forza l’ipotesi di un intervento americano nell’isola per combattere la dittatura castrista. La strada diplomatica e la pressione (specialmente energetica). L’analisi del New York Times
Da inizio anno, quando l’amministrazione di Donald Trump ha deciso di intervenire in Venezuela per arrestare il leader del regime Nicolas Maduro, i cubani si sentono con il fiato sul collo. Il capo della Casa Bianca ha dichiarato, più volte e con convinzione, che i giorni della dittatura castrista stanno finendo, e la scorsa settimana ha confermato i preparativi per una “presa del potere amichevole”. Intanto, il regime iraniano è sotto le bombe e a Cuba tutti si chiedono se saranno loro i prossimi.
Nell’isola regna la paura. Che sia con un’invasione militare o con una strategia di pressione indiretta, certo è che a Cuba già si sentono gli effetti della dura politica estera di Trump. La popolazione soffre le conseguenze di una grave crisi energetica provocata dall’interruzione dell’invio del petrolio venezuelano, che per decenni ha sussidiato l’economia cubana. Secondo il quotidiano The New York Times, è vero che si è scatenata una grave crisi umanitaria, ma allo stesso tempo i cubani sperano che questa situazione possa porre fine alla dittatura comunista che gli ha privati della libertà, diritti umani e qualità di vita.
Tuttavia, “un conflitto militare reale potrebbe causare morti civili e questo sarebbe un prezzo da pagare troppo alto”, per cui la questione divide i cubani. La pubblicazione statunitense enfatizza le dichiarazioni del governo cubano sul tentativo di incursione armata di 10 cubani residenti negli Usa all’isola, e la risposta violenta delle guardie di frontiera che hanno provocato quattro morti e sei feriti. Intanto, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha ordinato l’aumento delle esercitazioni militari, con armi e materiali quasi inutilizzabili perché dall’era sovietica, e le forze dell’ordine controllano piazze e strade di notte.
Per l’analista Peter Kornbluh, l’uccisione dei leader iraniani è “una pugnalata alla gola” per il governo cubano perché si tratta di un indizio indiscutibile della possibilità di un cambio forzato del regime a Cuba in mano a Trump, nonostante si stia avanzando anche sul piano della diplomazia. Infatti, alcuni media sostengono che il segretario di Stato americano, Marco Rubio, abbia incontrato più volte per negoziare Óscar Pérez-Oliva Fraga, nipote di Raúl Castro e candidato alla presidenza (qui l’articolo di Formiche.net).
Secondo il New York Times, il piano di Trump è che il governo cubano crolli per il peso delle sanzioni economiche, senza necessità di alcun intervento violento. Ed è che per l’amministrazione americana sospetta di legami della dittatura castrista con gruppi terroristi internazionali e nemici degli Usa come Hamas e Hezbollah.
Ma la caduta del regime cubano “decapitando” il vertice del potere, come in Iran, potrebbe non garantire un cambiamento reale. Lillian Guerra, storica cubano-americana dell’Università di Florida, ha spiegato al New York Times che i funzionari cubani sono nervosi e fanno bene ad esserlo, ma un intervento americano simile a quello avvenuto in Iran, uccidendo Díaz-Canel o Raul Castro, lascerebbe tutto in mano alla potente Guardia Rivoluzionaria cubana e i militari, che controllano l’economia e la vita quotidiana dei cubani.
















