L’ordine internazionale costruito dopo il 1945 è in una fase di trasformazione, segnata dal ritorno della competizione tra potenze e dal ridimensionamento del multilateralismo tradizionale. Per l’Europa la scelta è se restare potenza economica priva di piena soggettività strategica oppure compiere un salto federale. Dalla risposta europea dipenderà non solo l’equilibrio dell’Atlantismo, ma anche la forma del futuro ordine internazionale. La riflessione del generale Pasquale Preziosa e del professor Dario Velo
L’ordine internazionale costruito dopo il 1945 attraversa una fase di trasformazione strutturale. Le istituzioni multilaterali nate nel secondo dopoguerra, dalle Nazioni Unite al sistema di Bretton Woods, non sono formalmente collassate, ma hanno progressivamente perso parte della capacità di orientare in modo stabile le dinamiche di potenza. La competizione tra grandi attori è tornata al centro della scena e la cooperazione multilaterale appare sempre più subordinata agli interessi strategici delle potenze. L’illusione unipolare degli anni Novanta, fondata sull’idea di una stabilizzazione definitiva sotto guida statunitense, si è esaurita. Il ritorno della guerra in Europa, la competizione sistemica tra Stati Uniti e Cina, la revisione della posizione russa, la frammentazione tecnologica e finanziaria globale indicano che siamo entrati in una fase di ridefinizione dell’architettura dell’ordine internazionale.
In questo contesto, il ventunesimo secolo si trova di fronte a una scelta di modello. Non tra Occidente e Oriente, né tra democrazia e autoritarismo, ma tra due modalità di organizzazione dell’ordine internazionale: un sistema fondato prevalentemente sulla superiorità militare e su alleanze gerarchiche, oppure uno fondato su forme più avanzate di integrazione politica e condivisione della sovranità. La questione è quale modello sia moralmente preferibile, e quale sia strutturalmente sostenibile nel lungo periodo. Ed è su questo terreno che il ruolo dell’Europa diventa decisivo.
La traiettoria americana: verso un Commonwealth funzionale
Gli Stati Uniti restano l’unica potenza con capacità globale integrata. Nessun altro attore combina superiorità militare, leadership tecnologica e capacità di coalizione su scala comparabile. La dimensione militare costituisce il fondamento di questa posizione. In particolare, la superiorità navale garantisce la sicurezza e la capacità di intervento sulle principali rotte marittime globali, deterrenza estesa e capacità di proiezione in ogni teatro strategico. Tale predominio non equivale a dominio territoriale, ma a capacità di influenzare l’architettura della sicurezza globale.
Accanto alla dimensione militare opera un secondo pilastro: quello economico. La capacità di imporre sanzioni extraterritoriali attraverso la centralità del sistema finanziario basato sul dollaro, di condizionare flussi di capitale e di influenzare le catene del valore conferisce agli Stati Uniti uno strumento di potere che non richiede impiego diretto della forza militare.
In questo contesto, è possibile ipotizzare una traiettoria evolutiva che potremmo definire “Commonwealth americano”. Non si tratta di un progetto formalmente dichiarato, né di una forma di colonialismo classico. Si tratta piuttosto di una configurazione sistemica caratterizzata da interdipendenze asimmetriche ma cooperative. In tale configurazione: la leadership è nelle mani degli Stati Uniti, gli Alleati mantengono autonomia interna ma si allineano sui dossier strategici fondamentali, l’integrazione economica avviene entro un quadro centrato sul sistema statunitense e la leadership militare resta il garante ultimo dell’ordine.
Questo modello non elimina il multilateralismo, ma lo struttura in modo gerarchico. La cooperazione internazionale non scompare, ma si inserisce in una cornice in cui l’asimmetria di potere resta decisiva. Per molti Stati tale assetto rappresenta una forma di stabilità. Tuttavia, per attori con significativa massa economica e ambizione politica, come l’Unione Europea, esso pone una questione strutturale: è sostenibile nel lungo periodo una condizione di autonomia limitata in materia di sicurezza e strategia?
Il limite sistemico della forza
La superiorità militare è condizione necessaria per sostenere un ordine internazionale. Non è, tuttavia, condizione sufficiente per garantirne la durata. La forza consente di sostenere e far rispettare regole ma non garantisce automaticamente consenso. Nel breve periodo, la deterrenza e la superiorità strategica producono stabilità. Nel lungo periodo, però, un sistema fondato prevalentemente sull’asimmetria tende a generare tensioni cumulative.
Il primo fattore è il costo crescente della gestione dell’ordine. Mantenere una rete globale di sicurezza, basi, alleanze e deterrenza implica risorse economiche e politiche sempre più elevate. La potenza egemone deve investire costantemente per preservare credibilità e prevenire sfide. Il secondo fattore è la dinamica delle autonomie relative. Gli alleati, nel tempo, sviluppano capacità proprie e ambizioni strategiche. L’interdipendenza asimmetrica può trasformarsi in richiesta di maggiore autonomia. Il terzo fattore è la percezione di legittimità. Un ordine è stabile quando è percepito come equo e condiviso. Se viene percepito come sbilanciato, la cooperazione si trasforma progressivamente in allineamento condizionato.
Un eventuale Commonwealth americano potrebbe dunque rappresentare una soluzione funzionale in una fase di transizione sistemica, ma la sua stabilità nel lungo periodo dipenderebbe non solo dalla capacità di proiezione militare degli Stati Uniti, bensì dalla capacità di integrare consenso reale tra gli alleati principali.
È su questo terreno che la questione europea diventa centrale. Un’Europa politicamente incompiuta tende a rafforzare un ordine gerarchico. Un’Europa capace di integrazione federale modificherebbe invece l’equilibrio strutturale dell’intero sistema occidentale.
Europa: potenza economica senza soggetto politico
L’Unione europea rappresenta uno dei più grandi spazi economici integrati al mondo. È una potenza regolatoria capace di influenzare standard globali in ambito commerciale, digitale e ambientale. La sua massa economica, tecnologica e industriale è comparabile a quella delle principali potenze globali. Tuttavia, questa massa non si traduce automaticamente in soggettività geopolitica. L’Europa dispone di un mercato unico, ma non di una piena sovranità fiscale federale. Dispone di strumenti di coordinamento in materia di difesa, ma non di una catena di comando integrata. Dispone di una politica estera comune, ma non di un’unica volontà politica in grado di agire con tempestività strategica. Questa configurazione produce una condizione di incompletezza strutturale: l’Unione è troppo integrata per essere un semplice insieme di Stati, ma non sufficientemente unificata per essere un soggetto politico pienamente coerente.
Nel contesto della competizione sistemica globale, tale incompletezza ha conseguenze precise. L’Europa tende a esercitare influenza attraverso norme, regolazioni e capacità economiche, ma fatica a tradurre questa influenza in potenza strategica autonoma. La Germania, insieme alla Francia, per peso economico e centralità nell’architettura europea, costituisce un attore determinante in questa dinamica. Negli ultimi anni ha progressivamente rafforzato la propria postura in materia di sicurezza. Tuttavia, anche Berlino opera entro un quadro istituzionale che resta intergovernativo nei dossier fondamentali della sovranità. La questione non riguarda dunque la volontà di un singolo Stato membro, ma l’assetto complessivo dell’Unione. Senza un salto qualitativo verso una forma di integrazione federale, la massa economica europea continuerà a essere esercitata prevalentemente attraverso strumenti regolatori, restando dipendente, in ultima istanza, da architetture di sicurezza esterne. È in questa tensione tra potenza economica e incompletezza politica che si colloca la scelta strategica del continente.
Il momento atlantico: la rinegoziazione implicita
Il rapporto transatlantico è il punto di snodo dell’ordine occidentale. Non si tratta soltanto della tenuta della Nato, ma della natura politica dell’alleanza. L’Atlantismo del secondo dopoguerra era fondato su un presupposto chiaro: gli Stati Uniti garantivano la sicurezza dell’Europa in cambio di allineamento strategico. In un contesto bipolare, tale assetto risultava coerente. Nel ventunesimo secolo, tuttavia, il contesto è mutato. La competizione sistemica si è estesa oltre l’Europa, il teatro indo-pacifico ha assunto centralità strategica, la pressione per un maggiore ruolo è diventata strutturale. La rinegoziazione non è formalizzata in un nuovo trattato, ma è già in atto nei fatti: nelle richieste di burden sharing, nell’allineamento tecnologico, nella definizione delle catene di approvvigionamento critiche. Da questa rinegoziazione possono emergere tre traiettorie.
Tre scenari per l’Europa
La rinegoziazione implicita dell’assetto atlantico apre per l’Europa tre possibili traiettorie evolutive, ciascuna con implicazioni profondamente diverse per l’ordine internazionale del ventunesimo secolo. Nel primo scenario, l’Europa accetta di rafforzare le proprie capacità militari e di contribuire in misura crescente alla sicurezza collettiva, ma resta strutturalmente inserita in un quadro gerarchico di sicurezza guidato dagli Stati Uniti. La dipendenza strategica non viene eliminata, bensì razionalizzata. L’autonomia europea si esercita entro margini definiti dall’architettura di deterrenza statunitense, che continua a rappresentare il fondamento ultimo dell’ordine occidentale. Questo modello garantisce una stabilità funzionale nel breve periodo e riduce l’incertezza in una fase di competizione globale crescente. Tuttavia, nel lungo periodo, conserva un’asimmetria strutturale che limita la capacità europea di incidere sulle scelte sistemiche globali. L’Europa rafforza i propri strumenti, ma non modifica la natura dell’equilibrio.
Il secondo scenario prevede un tentativo di maggiore autonomia strategica senza compiere il salto federale. Gli Stati membri cercano di coordinarsi più strettamente in materia di difesa, tecnologia ed energia, ma mantengono il controllo nazionale su bilancio, politica estera e sovranità militare. L’Europa diventa più assertiva, ma resta politicamente frammentata. Le decisioni strategiche continuano a dipendere da compromessi intergovernativi, spesso lenti e vulnerabili a divergenze interne. Il risultato è un multipolarismo competitivo: cooperazione selettiva, equilibrio instabile, difficoltà decisionale nei momenti di crisi. Questo scenario attenua la subordinazione, ma non costruisce un nuovo equilibrio strutturale. L’Europa acquisisce margini di manovra, senza però trasformarsi in un soggetto politico unitario.
Il terzo scenario implica invece un salto qualitativo: trasformare l’integrazione economica in soggetto politico federale. In questa prospettiva, l’Europa si dota di un governo federale legittimato, di una difesa integrata, di un bilancio comune significativo e di una politica estera unificata. Una Federazione Europea così configurata non costituirebbe un’alternativa ostile agli Stati Uniti, ma un partner strutturalmente paritario. L’Atlantismo si trasformerebbe da alleanza gerarchica a partnership tra entità politiche comparabili, fondata su condivisione delle responsabilità e reciprocità strategica. Il multipolarismo assumerebbe una forma cooperativa tra grandi entità federali, riducendo l’instabilità tipica della competizione tra potenze nazionali armate. È lo scenario più complesso da realizzare, perché richiede un profondo riassetto istituzionale e una riformulazione della sovranità. Ma è anche l’unico che modifica realmente la struttura dell’ordine internazionale, spostando l’equilibrio dalla gerarchia alla parità. I rapporti con le aree non appartenenti all’atlantismo tradizionale potrebbero allora articolarsi con accordi a geometria variabile, non gestiti in modo discrezionale dagli Stati Uniti.
Il nodo della sovranità ultima: deterrenza e architettura federale
Ogni costruzione federale incontra una domanda inevitabile: chi detiene la sovranità ultima in materia di difesa? In Europa esiste già una capacità nucleare autonoma, quella della Francia. La force de frappe costituisce un elemento di deterrenza distinto ma politicamente coordinata con l’architettura Nato. In un’ipotesi federale, il problema non sarebbe la creazione di una nuova capacità nucleare, ma la sua integrazione politica in un quadro europeo. Ciò potrebbe tradursi in: coordinamento dottrinale europeo, condivisione progressiva della responsabilità decisionale e meccanismi di legittimazione sovranazionale. Senza una sovranità ultima condivisa, una Federazione resterebbe incompleta. Con una deterrenza integrata, diverrebbe soggetto strategico pieno. La Germania, per peso economico e centralità industriale, sarebbe attore determinante in questo processo, ma il baricentro non potrebbe essere nazionale. La legittimità dovrebbe essere federale, fondata sui valori alla base dell’unificazione europea.
La responsabilità dell’Europa
Il ventunesimo secolo non pone una scelta tra America ed Europa ma una scelta di architettura del potere. Un ordine fondato prevalentemente sulla forza può garantire stabilità nel breve periodo, ma tende a generare tensioni strutturali nel lungo. Un ordine fondato su entità federali capaci di condividere sovranità e responsabilità strategica potrebbe offrire maggiore durabilità. La variabile decisiva non è la volontà di Washington ma la capacità dell’Europa di trasformare la propria integrazione economica in soggetto politico. La Federazione europea non è un progetto idealistico, è, invece, una possibile risposta sistemica alla trasformazione dell’ordine internazionale, portando come proprio contributo originale, in primo luogo, i valori al cui servizio l’unificazione europea è chiamata a sostenere.















