L’Europa non deve definire le proprie regole digitali in modo unilaterale, calando dall’alto prescrizioni che il mercato subisce senza averle condivise. Ma la risposta non è nemmeno cedere la definizione delle regole alle grandi piattaforme — lasciare che siano le scelte di investimento degli hyperscaler a condizionare le politiche pubbliche europee. Il modello da perseguire è diverso. L’intervento del viceministro Valentino Valentini al convegno Eu-Us Tech Agenda 2030, organizzato da Formiche presso la Camera dei deputati
Da meno di due settimane, il Medio Oriente brucia in un conflitto che nessuno aveva previsto con questa intensità, e che rischia di infiammare aree sempre più vaste in una regione già fragile e complessa. Il conflitto in Iran ci ha colti come ci colgono sempre le crisi più gravi, impreparati, non perché mancassero i segnali, ma perché la storia ha la cattiva abitudine di non avvertire prima di cambiare rotta.
Henry Kissinger diceva: “Le nazioni imparano dall’esperienza; ‘sanno’ soltanto quando è troppo tardi per agire. Ma gli statisti devono agire prima come se la loro intuizione fosse già esperienza”. Ebbene: questo convegno può essere inteso in questo senso — un atto di statismo preventivo. Il rifiuto esplicito di aspettare che la storia ci insegni a nostre spese.
È il conflitto in atto — non l’agenda di oggi — a consegnarci lo stress test più duro della nostra alleanza. È quel conflitto a rivelarci qualcosa che non possiamo più permetterci di ignorare: una frattura tecnologica non è mai soltanto una frattura industriale. È una frattura più profonda, che percorre il tessuto stesso dei valori condivisi. L’interoperabilità tecnologica è interoperabilità democratica. Non può esistere l’una senza l’altra. Chi pensa di poterle separare si illude: sistemi digitali incompatibili, standard divergenti, infrastrutture chiuse sono la forma moderna di un mondo che smette di parlarsi — e di riconoscersi.
Quello Stato di diritto, quel sistema di regole internazionali che è alla base dell’architettura economica, sociale e normativa del mondo occidentale: tutto questo si regge anche — e sempre di più — sulla capacità di costruire spazi tecnologici condivisi.
È su questo sfondo che le parole di Mario Draghi risuonano con ancora più forza: “Il problema dell’Europa non è la mancanza di idee o di ambizione — è che l’innovazione si blocca nella fase successiva: stiamo fallendo nel tradurre l’innovazione in commercializzazione”. È una diagnosi brutale ma precisa. Ed è il punto da cui dobbiamo partire.
Trent’anni fa, Madeleine Albright definì gli Stati Uniti “la nazione indispensabile”. Oggi, in questo momento di crisi, voglio usare quella stessa parola — non per descrivere una nazione, ma per descrivere un’alleanza. L’alleanza tra Europa e Stati Uniti è l’alleanza indispensabile. Non perché sia perfetta. Non perché sia priva di tensioni, di asimmetrie, di interessi talvolta divergenti. Ma perché non perseguirla — rinunciarvi per stanchezza politica, o per calcolo ideologico— significa una sola cosa: relegarsi all’irrilevanza.
Significa rinunciare alle possibilità che la rivoluzione tecnologica in atto sta aprendo — nella medicina, nell’energia, nelle comunicazioni, nella difesa. Significa cedere il campo a chi ha già deciso che le regole del nuovo ordine digitale le scriverà uno solo.
Il rapporto Tech 2030 del Cepa lo afferma con chiarezza: né gli Stati Uniti né l’Europa possono vincere questa sfida da soli. La competizione con la Cina non si vince in solitudine. Si vince insieme — oppure non si vince. Ma un’alleanza indispensabile non è un’alleanza a senso unico. E qui è dove dobbiamo essere altrettanto netti. Per stare a tavola bisogna avere le condizioni per esserci. Chi non è a quel tavolo è sul menù. E stare a tavola non significa semplicemente presentarsi — significa essere rispettati come commensali. Avere qualcosa da mettere nel piatto. Avere la forza di negoziare, non la necessità di acconsentire.
Questo richiede all’Europa un esame di coscienza impietoso. Richiede di guardare senza sconti alle proprie carenze e di agire su di esse con determinazione. I compiti a casa non si delegano.
L’Europa dispone di asset straordinari, in alcuni casi unici al mondo.
Asml detiene il monopolio delle macchine di fotolitografia ultravioletta, senza le quali non si producono i chip più avanzati del pianeta. I programmi Galileo e Copernicus sono eccellenze mondiali riconosciute. I centri europei di quantum computing guidano la ricerca per i principali player globali, con quasi 7,7 miliardi di euro investiti — secondi soltanto alla Cina. L’Europa ha un mercato di 450 milioni di consumatori, stabilità istituzionale, una tradizione manifatturiera e scientifica che nessun altro continente può vantare nella stessa misura.
Eppure tutto ciò non si è ancora tradotto in campioni industriali capaci di competere su scala globale.
Le ragioni sono note: frammentazione del mercato unico digitale, accesso limitato ai capitali di rischio, un quadro regolatorio che ha privilegiato la protezione rispetto alla competitività. Le proposte di Draghi sulla Capital Markets Union e sullo scale-up fund indicano la direzione giusta. Ma richiedono volontà politica. E quella volontà, fino ad oggi, non è stata all’altezza della sfida. Ciascuno deve fare la propria parte. Non esistono alleanze credibili senza che ogni partner faccia fronte alle proprie carenze con serietà e coerenza.
Il vero gap tra le due sponde dell’Atlantico non sta nei laboratori di ricerca. Sta nella capacità di mobilitare capitali privati su scala enorme. Gli hyperscaler americani — Google, Amazon, Microsoft, Meta — investono decine di miliardi all’anno senza aspettare programmi pubblici. Quella velocità, quella liquidità, quella propensione al rischio: questo è il vantaggio competitivo che dobbiamo colmare.
Ma qui emerge una questione che rende la cooperazione transatlantica più complessa di quanto i nostri comunicati istituzionali lascino intendere e di cui dobbiamo prendere atto. L’alleanza tecnologica non è più, né potrà più essere, soltanto un’alleanza tra governi. È sempre più un’alleanza asimmetrica tra attori di natura profondamente diversa: stati, istituzioni sovranazionali, e grandi imprese private che si trovano a volte su posizioni non coincidenti con quelle dei rispettivi governi. Questo non è uno scandalo. È la realtà. E ignorarla significa costruire architetture di cooperazione che non reggono al primo urto con il mercato.
Allora la domanda diventa: come si costruisce un’alleanza che includa questi attori senza essere ostaggio di essi?
La risposta non può essere ideologica. L’Europa non deve definire le proprie regole digitali in modo unilaterale, calando dall’alto prescrizioni che il mercato subisce senza averle condivise. Ma la risposta non è nemmeno cedere la definizione delle regole alle grandi piattaforme — lasciare che siano le scelte di investimento degli hyperscaler a condizionare le politiche pubbliche europee.
Il modello da perseguire è diverso. Prendiamo il cloud sovrano di cui si fa tanto parlare: l’obiettivo non è imporre standard tecnologici a posteriori, ma lavorare verso un sovereignty by design — determinare insieme, con le grandi aziende tecnologiche, le caratteristiche delle soluzioni fin dalla loro progettazione. Sicurezza, sovranità dei dati, interoperabilità: non come vincoli imposti dall’esterno, ma come requisiti co-definiti con chi quelle soluzioni le costruisce. Lo stesso principio vale per la regolamentazione nel suo complesso.
Gli hyperscaler che si troveranno conformi alle prescrizioni europee non saranno quelli che hanno subito la regolazione — saranno quelli che l’hanno contribuita a scrivere. E saranno quelli che vinceranno, perché avranno incorporato quella conformità come vantaggio competitivo, non come costo.
Torniamo così — per chiudere il cerchio — a ciò che dicevamo in apertura: questa è la dimostrazione più concreta di cosa significhi interoperabilità democratica. Non standard tecnici neutri. Architetture normative che riflettono una scelta di civiltà, costruite insieme da chi condivide quella scelta.
Nel 1923, guardando indietro agli errori strategici del 1915 — all’anno in cui gli Alleati persero l’opportunità di contenere la Prima Guerra Mondiale entro limiti ancora gestibili — Churchill scrisse con lucidità impietosa:
“The year 1915 was fated to be disastrous to the cause of the Allies and to the whole world. By the mistakes of this year the opportunity was lost of confining the conflagration within limits which though enormous were not uncontrolled. Thereafter the fire roared on till it burnt itself out. Thereafter events passed very largely outside the scope of conscious choice.”
“Il 1915 era destinato ad essere disastroso per la causa degli Alleati e per il mondo intero. Con gli errori di quell’anno, fu perduta l’opportunità di contenere l’incendio entro limiti che, per quanto enormi, erano ancora controllabili. Dopodiché, il fuoco divampò fino a consumarsi da solo. Dopodiché, gli eventi passarono ben presto al di là della portata della scelta consapevole”.
Churchill scriveva da storico. Ma scriveva da protagonista. E quella frase — gli eventi passarono al di là della portata della scelta consapevole — è il monito più severo che la storia ci consegna.
Le crisi non aspettano che siamo pronti. Non avvertono prima di diventare irreversibili. Ed è per questo che trovarci qui oggi, a ragionare insieme su tecnologia, alleanze e valori condivisi mentre il Medio Oriente brucia, non è un esercizio accademico. È esattamente il tipo di statismo preventivo di cui Churchill lamentava l’assenza.
Lo disse Jean Monnet, e vale ancora oggi: “L’Europa si forgerà nelle crisi, e sarà la somma delle soluzioni adottate per fronteggiarle”.
L’alleanza transatlantica è indispensabile. Ma le alleanze indispensabili si tengono in piedi solo quando ognuno porta il proprio peso. È tempo che l’Europa faccia la sua parte — con pragmatismo, con realismo, e con la consapevolezza che solide alleanze si reggono sulla forza reciproca, non sulla dipendenza.
















