Nel dibattito sulla disinformazione l’attenzione si concentra quasi sempre sui contenuti: fake news, propaganda, manipolazione, fact-checking. Ma nell’ambiente digitale il punto decisivo non è solo ciò che viene detto. È il modo in cui persone, informazioni e cornici interpretative vengono connesse tra loro. Perché oggi, più che controllare i messaggi, conta organizzare i legami che danno loro significato. L’analisi di Antonio Scala, dirigente di ricerca presso l’Istituto dei Sistemi Complessi del Cnr
La manipolazione dell’opinione pubblica è antica quanto il potere. Alfred Harmsworth aveva compreso il ruolo della stampa popolare nel plasmare l’immaginario britannico. Joseph Goebbels quello della radio nel costruire il consenso del regime nazista. In entrambi i casi il nodo centrale era il controllo del messaggio: chi disponeva del mezzo decideva che cosa dovesse essere visto, ascoltato, temuto.
L’ambiente digitale introduce però una discontinuità. Non perché il contenuto smetta di contare, ma perché non basta più guardare ai contenuti per capire dove si esercita il potere. Già nel 2003 Gianroberto Casaleggio aveva colto un punto essenziale, richiamando esplicitamente Barabási e Watts-Strogatz: la rete non cambia solo la velocità della comunicazione, ma la struttura stessa delle relazioni sociali. Il problema decisivo non è chi parla, ma come si organizzano le connessioni tra i nodi. Che quella intuizione si sia tradotta nella nascita di uno dei movimenti politici cresciuti più rapidamente nella storia della repubblica italiana è, in sé, una dimostrazione empirica della tesi: chi controlla i legami controlla il senso.
Questo spostamento è cruciale. Nella comunicazione di massa tradizionale il messaggio partiva da un centro e raggiungeva una platea relativamente passiva. Nelle reti digitali, invece, il significato emerge dall’interazione tra contenuti, relazioni, visibilità, prossimità e ripetizione. Lo stesso contenuto può assumere un significato molto diverso a seconda della rete in cui circola, delle connessioni che lo accompagnano, delle inferenze che suggerisce, delle comunità che lo riconoscono come pertinente.
È per questo che concentrarsi solo sulle fake news rischia di essere riduttivo. Certo, esistono contenuti falsi, manipolati o deliberatamente ingannevoli. Ma il punto più interessante, e forse più importante, è un altro: il problema non riguarda soltanto che cosa circola, bensì come gli elementi informativi vengono concatenati e quali ambienti cognitivi queste concatenazioni contribuiscono a stabilizzare.
Lo si vede bene nei momenti di crisi. Durante la pandemia, ad esempio, uno stesso dato epidemiologico poteva essere inserito in sequenze interpretative radicalmente diverse. In un contesto diventava prova della gravità del virus e della necessità di misure collettive; in un altro veniva letto come indizio di abuso, manipolazione o opacità istituzionale. Non cambiava il dato. Cambiava la rete di connessioni che gli attribuiva significato.
In questo quadro contano sia i legami espliciti sia quelli impliciti. I primi sono quelli visibili: amicizie, follower, iscrizioni, interazioni volontarie. I secondi sono più sfuggenti: somiglianze statistiche, traiettorie di attenzione convergenti, esposizioni ricorrenti agli stessi temi, alle stesse priorità, alle stesse sequenze narrative. Anche senza un rapporto diretto, individui diversi possono essere collocati nello stesso spazio cognitivo e finire per condividere criteri analoghi di rilevanza, plausibilità e sospetto.
Il risultato non è necessariamente il falso, e neppure sempre la radicalizzazione. Più in profondità, è la formazione di comunità interpretative relativamente coerenti, dentro cui alcuni nessi appaiono ovvi e altri quasi impensabili. Il potere, allora, non consiste soltanto nel produrre contenuti persuasivi. Consiste nel predisporre le condizioni relazionali entro cui certi contenuti risulteranno immediatamente sensati, familiari, credibili.
Per questo l’ambiente digitale non può essere letto semplicemente come una versione più veloce della propaganda novecentesca. Il suo tratto distintivo è un altro: il passaggio da un regime centrato sul controllo del messaggio a uno in cui diventa decisiva l’architettura delle connessioni. Le piattaforme modellano qualcosa di più difficile da vedere: non i contenuti, ma le condizioni in cui certi contenuti risultano naturali, certi legami ovvi, certe interpretazioni quasi inevitabili. Non per progetto, ma perché il sistema impara cosa cattura la nostra attenzione – e costruisce il mondo attorno a questo.
















