Skip to main content

Cosa c’è dietro la legge etnica della Cina

Il governo di Xi Jinping ha approvato una nuova normativa per favorire “l’unità etnica” del Paese, che promuove i valori religiosi del Partito Comunista, limitando i diritti delle minoranze, come gli uiguri e i tibetani. La denuncia degli esperti

Pechino ha una nuova legge. Durante la riunione dell’Assemblea Nazionale Popolare e la Conferenza Consultiva Politica cinese, i delegati hanno approvato la Legge di Promozione dell’Unità e del Progresso Etnico, che era stata previamente accettata dal Partito Comunista. Con l’obiettivo di promuovere l’integrazione tra i più 56 gruppi etnici riconosciuti nel Paese, e spingere verso la modernizzazione attraverso una maggior unità, la normativa di fatto favorisce l’etnia cinese han.

Uno statuto che ha un grande significato storico, secondo le parole di Dai Junfeng, membro del Comitato di affari etnici e religioso della Conferenza Consultiva. Come riferisce il quotidiano El Pais, Dai è membro dell’etnica hui, gruppo in gran parte musulmano – a differenza degli uiguri – e condivide la lingua e alcuni tratti culturali con la maggioranza etnica han.

Dei 1,4 miliardi di cinesi, 1,28 miliardi appartengono all’etnia han. Il resto – circa 9% della popolazione – si divide in altre 55 minoranze etniche riconosciute ufficialmente. Ora però il governo di Xi Jinping vuole raggruppare tutti in una “grande famiglia della nazione cinese”. La nuova legge cerca di fortificare una “forte coscienza di comunità della nazione cinese”, cercando di migliorare l’integrazione sociale.

Tra le indicazioni c’è la promozione del mandarino o putonghua come lingua nazionale comune e principale nell’istruzione, l’amministrazione e gli spazi pubblici. Ugualmente, si promuove “l’identificazione della grande patria, la cultura cinese, il Partito Comunista e il socialismo con caratteristiche cinese” come base della nazione. In quanto alla religione, si chiede “la sinizzazione – assimilazione della cultura cinese – nella religione” e che le religioni si adeguino alla “società socialista”. Ai genitori si chiede che istruiscano i figli ad amare “il Partito Comunista cinese, la patria, il popolo e la nazione cinese”, cercando di vietare idee che possano danneggiare l’unità etnica. Si chiede anche un uso controllato dei contenuti in rete e di identificare messaggi contrari all’unità nazionale, così come si sanzioneranno condotte “terroristiche, separatiste o di estremismo religioso”. A tutti si chiede di adottare abitudini di urbanità, nella gestione delle abitazioni e nel lavoro, per favorire la convivenza.

Alcune organizzazioni a favore dei diritti umani sostengono che questa legge cerca di annullare e pregiudicare minoranze etniche come gli uiguri (qui l’articolo di Formiche.net), mongoli e tibetani, che da tempo sono nel mirino del governo cinese. Yalkun Uluyol, ricercatore specializzato in Cina della Human Rights Watch, ha detto al Pais che “la nuova legge intensifica ancora di più il controllo esistente e l’assimilazione di popolazioni con identità, cultura, religione e lingue proprie […] Cerca anche di mobilitare la burocrazia e la società per unificare alla popolazione sotto la leadership del Partito Comunista”.

Magnus Fiskesjö, professore di Antropologia dell’Università di Cornell negli Stati Uniti, ha spiegato alla Bbc che “la legge è coerente con un cambiamento di politica recente e drammatico per sopprimere la diversità etnica formalmente riconosciuta dal 1949 […] I bambini della prossima generazione restano adesso isolati e brutalmente costretti a dimenticare la propria lingua e cultura”.

Per Barry Sautman, professore di Scienze sociali dell’Università di Scienze e Tecnologie di Hong Kong, la nuova legge “riflette politiche che erano già in vigore in alcune regioni e che sono state create per dare risposta alle proteste e attività terroristiche in Xinjiang e nel Tibet”.


×

Iscriviti alla newsletter