Con la chiusura del Pnrr, l’Italia ha oggi l’opportunità di valorizzare un patrimonio senza precedenti di ricerca applicata sulla transizione energetica: 118 milioni investiti, settecento ricercatori coinvolti e dieci brevetti già pronti per il mercato. Proseguire su questa strada significa rafforzare una leva concreta per costruire autonomia strategica sui materiali critici dell’energia pulita. L’opinione di Francesco Cupertino, presidente di Fondazione NEST – Network for Energy Sustainable Transition
Nel dibattito sulla transizione energetica si discute di obiettivi mancati, di burocrazia, di dazi americani e di dipendenza dal gas. Si discute molto meno su come fare a valorizzare le competenze acquisite attorno a questo tema nei tre anni di PNRR. Eppure, sarebbe ora di farlo.
Fondazione NEST, unico tra i 14 Partenariati Estesi del Ministero dell’Università e della Ricerca interamente dedicato alla transizione energetica, ha mobilitato in questi anni 118 milioni di euro, quasi 700 ricercatori, 244 progetti attivi e 91 collaborazioni industriali.
Ha prodotto 74 prototipi sviluppati, dieci tecnologie tra brevettate o brevettabili, alcune con livelli di maturità tecnologica tra sette e nove, pronte, quindi, per incontrare il mercato.
Sono risultati che non hanno precedenti nel panorama italiano della ricerca energetica applicata. Eppure, a pochi mesi dalla scadenza del PNRR, nessuno ha ancora chiaro come fare a dare valore concreto a tutto questo patrimonio scientifico, tecnologico e innovativo.
La scadenza è fissata al 30 aprile 2026 e l’intero impianto della ricerca che il PNRR ha finanziato attraverso la Missione 4 con 8,5 miliardi di euro non può rischiare di fermarsi proprio ora.
Lo scenario internazionale che stiamo osservando anche in questi giorni ci offre una ragione ulteriore per non disperdere questo patrimonio.
Le tecnologie pulite su cui stiamo scommettendo dipendono a loro volta da materie prime critiche la cui geografia è altrettanto concentrata.
Passare dalla dipendenza dal gas russo alla dipendenza dalle forniture cinesi per le batterie significa transitare da un vincolo a un altro. Per questo è necessario proseguire con la ricerca e gli investimenti in tecnologie che usino materiali alternativi, disponibili in abbondanza, accessibili e non tossici. Batterie al sodio che possono ridurre i costi rispetto al litio mantenendo prestazioni comparabili nelle applicazioni stazionarie; batterie ferro-aria, che offrono capacità elevate a costi molto più bassi; batterie a flusso che, separando lo stoccaggio dalla conversione elettrochimica, garantiscono una scalabilità che le chimiche tradizionali non possono offrire.
Questi sono solo alcuni dei filoni su cui NEST lavora da tre anni con risultati già misurabili, attraverso la co-progettazione con partner industriali, con la stessa logica che ha freso possibili i grandi programmi anglosassoni di trasferimento tecnologico.
Un modello che sta funzionando anche in Italia, come dimostra la Call4Innovation di NEST, conclusa a dicembre 2025, che ha portato all’identificazione di sette start-up innovative ad alto potenziale industriale nel settore energetico, selezionate tra oltre duecento candidature internazionali da un Innovation Board composto da importanti player del settore energetico.
È evidente che queste soluzioni, per arrivare al mercato, hanno bisogno di continuità di finanziamenti. è necessario passare da un programma straordinario a un’infrastruttura stabile, in grado di mantenere vivi i laboratori, le reti di competenza e le relazioni industriali costruite in questi anni, per renderli disponibili in modo continuativo all’ecosistema dell’innovazione italiano.
Rinnovabili sì, ma con le materie prime di chi?
Solo così è possibile accompagnare l’innovazione energetica dall’idea al mercato e rafforzare la competitività del sistema Paese.
Non mi sfugge la complessità della congiuntura. La transizione energetica europea sta attraversando una fase di rallentamento e l’incertezza normativa rende più prudenti gli investitori.
Proprio per questo, però, diventa ancora più importante valorizzare e consolidare le competenze e il patrimonio scientifico costruiti con pazienza e risorse pubbliche.
Abbiamo oggi la possibilità di capitalizzare una delle poche occasioni concrete che l’Italia ha avuto negli ultimi anni, per rafforzare la propria autonomia strategica nel campo energetico. Sta qui il percorso virtuoso del Paese in campo energetico.
















