Il volume “Italia e Iran 1857-2015. Diplomazia, Politica ed Economia”, (Editoriale Scientifica), curato dagli storici dell’Università di Bari Rosario Milano, Federico Imperato, Luciano Monzali e Giuseppe Spagnulo, racconta la relazione di lunga data fra Italia e Iran, anche durante periodi complessi. Pubblichiamo un estratto del capitolo scritto da Stefano Beltrame, ambasciatore d’Italia nella Federeazione Russa, che si sofferma sull’origine dell’interesse di Agip per risolvere il blocco al petrolio iraniano nazionalizzato
Sulla vicenda del primo ministro persiano Muhammed Mossadeq, deposto nell’agosto 1953 da un colpo di stato militare, esiste una sconfinata letteratura in lingua inglese. In italiano è stato pubblicato molto meno, ma l’accessibilità ai documenti declassificati conservati presso l’archivio storico della Farnesina, consultati dal prof. Giuseppe Spagnulo, ci permette oggi una rilettura critica di quegli accadimenti. Una ricostruzione in parte inedita che aiuta a completare e storicizzare la sequenza degli eventi, tuttora politicamente sensibili sia in Persia che negli Stati Uniti. Nella caduta di Mossadeq ebbe un ruolo anche un’operazione clandestina della Cia, una circostanza a sua volta ancora oggi al centro di polemiche sullo sfondo dei difficili rapporti con la Repubblica Islamica.
Se a noi europei l’ascesa e la caduta di un presidente iraniano degli anni Cinquanta possono sembrare fatti ormai lontani nel tempo, in Medio Oriente ed in America così non è. Le emozioni e le letture politiche di parte sono tuttora forti sia tra la diaspora iraniana nel mondo occidentale, sia per lo stesso establishment americano. Per Washington, la successiva Rivoluzione Islamica del 1979 con la caduta dello scià e, in particolare, l’attacco all’ambasciata di Teheran con la lunghissima detenzione degli ostaggi, restano ancora oggi delle ferite aperte. In questa narrativa, il colpo di stato del 1953 e la rivoluzione islamica del 1979 sono direttamente collegati, con la conseguenza che le perduranti difficoltà del rapporto bilaterale tra l’Iran e gli Stati Uniti rendono ancora oggi ardua una lettura distaccata di quanto accaduto. A riprova della difficoltà di storicizzare gli eventi, al mito di Mossadeq in Occidente si contrappone la sua damnatio memoriae nella Repubblica Islamica.
Un netto contrasto mito-rimozione che può forse stupire chi non conosce l’Iran di oggi. Una sorpresa che costituisce un necessario richiamo ad abbandonare narrative forzatamente eurocentriche in favore di analisi più equilibrate, che tengano cioè debito conto anche dei punti di vista degli altri popoli e delle altre culture. Il clero sciita alla guida dell’Iran rivoluzionario dal 1979, secondo il modello del Velayat-e Faqih voluto dall’Imam Khomeini, rivendica oggi con orgoglio di aver giocato un ruolo determinante nella caduta di Mossadeq. Per i mullah, la forte ascesa di un presidente populista e popolare con una chiara politica di laicizzazione dello stato e della società era un pericolo esistenziale.
I religiosi sciiti avevano ben presente cos’era successo in Turchia con Atatürk negli anni Venti ed avevano sotto gli occhi il precedente dell’Egitto, dove, nel 1952, i militari avevano abolito la monarchia e proclamato una repubblica ispirata da ideali socialisti e laici. Particolarmente significativo appare oggi, con il senno di poi, l’impegno di Mossadeq in favore della piena emancipazione femminile. La narrazione che esce da queste nuove fonti italiane appare dunque molto utile perché precisa e bilanciata. Aiuta cioè a capire le effettive dinamiche persiane del tempo nel loro contesto globale. Incidentalmente, questi documenti desecretati mettono in luce il ruolo giocato dall’Italia, dalla sua diplomazia e, soprattutto, dal suo ambasciatore a Teheran Enrico Cerulli. Dai dispacci inviati a Roma escono resoconti inediti dei suoi colloqui riservati con Mossadeq ed il suo ministro degli Esteri Fatemi, con lo scià Reza Pahlavi ed il ministro per gli affari di corte Ala, con il generale Zahedi e con i suoi omologhi americani ambasciatori Grady ed Henderson.
Di interesse per la storiografia italiana è, infine, il ruolo della diplomazia nel sostenere la nascente industria petrolifera nazionale. L’Iran è molto importante nella narrativa aziendale dell’Eni di Enrico Mattei. L’immagine delle “sette sorelle” del petrolio – il cartello delle grandi multinazionali, contro cui devono lottare per emanciparsi sia i Paesi industrialmente emergenti, come era allora l’Italia della ricostruzione, sia i Paesi produttori sfruttati – nasce proprio dalla Persia. Le “sette sorelle” evocate da Mattei, sono infatti le compagnie che costituiscono il c.d. consorzio per l’Iran, ovvero il gruppo chiuso di grandi imprese che gestirà il ritorno sul mercato del petrolio persiano dopo l’embargo britannico seguito alla nazionalizzazione voluta da Mossadeq. Mattei crea l’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) nel febbraio del 1953. Prima di allora l’Agip era stata contattata per fornire assistenza tecnica agli iraniani per la gestione della raffineria di Abadan, rimasta inattiva dopo l’espulsione dei tecnici britannici. Alcune società indipendenti italiane avevano poi acquistato petrolio persiano senza piegarsi al veto unilaterale inglese. Con la creazione dell’Eni, Mattei chiede alle “sette sorelle” di entrare nel consorzio per l’Iran, ma la richiesta viene respinta. È quindi per aggirare il cartello che, nel 1957,
Mattei firmerà un accordo direttamente con lo scià. Un’operazione chiaramente coordinata con il governo di Roma e prontamente benedetta dalla prima visita di Stato italiana a Teheran da parte del presidente Gronchi. Tutti questi sviluppi sono naturalmente successivi alla caduta di Mossadeq, ma la “questione dei petroli” è all’attenzione dell’ambasciatore Cerulli e di Palazzo Chigi fin dal 1950 e per tutto il tempo della crisi iraniana. Un interesse che precede e prepara il terreno per quello della futura Eni.
















