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Il cretto di Burri sulle riforme? È di argilla. Le pillole liberali di Sterpa su Pareto

Di Alessandro Sterpa

Il doppio referendum non chiude la stagione delle riforme: smentisce piuttosto il mito dell’intangibilità della Costituzione. Fermarsi ora sarebbe un errore. Il voto sulla giustizia non blocca il resto dell’agenda: la maggioranza deve andare avanti, cercando un confronto senza subire veti. Sullo sfondo, la crisi delle élite e il carattere plebiscitario dei referendum: colpiscono i leader, ma non sostituiscono le riforme. L’analisi di Alessandro Sterpa, costituzionalista e professore di diritto pubblico all’Università della Tuscia

Requiem per le riforme costituzionali dal voto del 22 e 23 marzo?

Senza dubbio la doppietta dei referendum 2016 e 2026, da molti euforici commentatori non a caso accostati nel giubilo giacobino da curva dello stadio, sembra dirci che adesso nessuna maggioranza politica toccherà più le norme della Costituzione per un bel po’ di tempo.

Sarebbe un errore per vari aspetti e secondo me – visti i dati elettorali – non potrebbe neppure essere vero.

Siamo usciti dalla retorica demagogica che la “Costituzione non si tocca” e che “non si tocca a maggioranza”.

Ce lo dicono non solo le norme della Carta (magari adesso gli autoproclamati salvatori della Carta se le rileggono con calma senza dover fare poi un post social), ce lo confermano i numeri (per oltre 13 milioni di italiani) e ce lo dice la storia costituzionale dal 2001: anzi quella della giustizia era una revisione meno “a colpi di maggioranza” delle precedenti visto che il terzo polo (quasi l’8% alle politiche) ha votato in parte a favore e in parte si è astenuto!

Nel passato abbiamo fatto riforme con tre voti di vantaggio al Senato l’ultimo giorno della Legislatura per puro scopo elettorale (il centrosinistra nel 2001 ha cambiato decine di articoli per impedire l’alleanza tra la Lega Nord e il centrodestra e replicare la vittoria del 1996), poi la riforma di maggioranza del 2005-2006 della maggioranza di centrodestra e quella del 2016 della maggioranza di Matteo Renzi.

Quando abbiamo raggiunto i mitici 2/3? Quando l’oggetto della revisione era banale se non scontato: si può litigare sull’inserimento dello sport o delle isole in Costituzione?

E neppure sul “pareggio di bilancio” visto che stavamo per andare in default finanziario nel 2011. Quindi quando si parla degli organi di governo, semplicemente, ci si divide perché non veniamo dalla guerra e dal fascismo, ma ragioniamo dopo decenni di democrazia liberale.

Qui casca l’asino o meglio il costituzionalismo retorico che tratta le riforme come se ogni volta stessimo in Assemblea costituente e non è così.

Grazie al cielo: il potere costituito gestisce il possibile senza farsi potere costituente.

L’ABC del costituzionalismo, ma certi studiosi sono troppo presi da temi che servono ad assecondare il politico di riferimento e rinunciano a studiare le differenze – tempi e modi – di scrittura delle norme costituzionali.

Quindi la maggioranza di Governo sbaglierebbe a fermare il Premierato e anche la riforma di Roma Capitale.

Perché vorrebbe dire che il voto contro la riforma della giustizia significa uno stop a tutto e a tutto il programma del Governo.

E non è coì. Occorre invece che chieda all’opposizione di fare alcune precise proposte di emendamento al premierato e – se il “campissimo” ha forza giuridica e politica di farlo – ragionare insieme su di esse.

Dopodiché se non contraddicono ma migliorano il progetto le si accetta e le si vota portando la maggioranza a 2/3.

Nel caso contrario invece si va avanti e – se qualcuno lo vorrà – si farà un altro referendum costituzionale prima o dopo le elezioni politiche del 2027. I 2/3 non possono costituire un potere di veto di fatto.

L’alternativa, ossia abbassare i giri del motore del Governo e della attività riformatrice della maggioranza, significherebbe sopravvivere sulla graticola e dare al voto di domenica un senso anti-governativo.

Giorgia Meloni fa bene a non dimettersi giuridicamente, ma non deve neppure dimettersi di fatto. Ha un mandato elettorale pieno dal 2022, lo porti avanti e poi si deciderà se tocca ancora a lei, magari rafforzata da un po’ di quelli che hanno sostenuto la riforma attuale o le prossime pur non parte dell’attuale centrodestra, oppure se tocca al “campo largo”.

Siamo in una democrazia maggioritaria e non può essere un referendum su di un organo come il CSM a congelare il Paese.

Perché Pareto? Semplice, perché ci parla della “circolazione delle élite” e ci ricorda che se un gruppo in crisi di ruolo elitario si chiude al cambiamento allora muore perché cessa la propria funzione; e più si chiude e più la reazione del sistema sociale sarà dura.

Vale per la maggioranza di governo, ma vale anche per il potere giudiziario nelle forme in cui si è istituzionalmente presentato con l’ANM in campagna referendaria permanente.

Se avessimo tenuto questo referendum nel 2012-2020 sarebbe finito con i No al 75%. Una élite è in crisi – innegabile come ci dicono anche i toni della campagna elettorale radicalizzati e spostati su altro – e se non si autoriforma (in questo caso da sola e con l’ausilio normativo della legge del Parlamento) quel dato del 46% che chiede riforme in quel settore sarà sempre più alto.

Quindi il cretto che è Calato sulle riforme costituzionali non è il cemento che a Gibellina copre i resti dopo il terremoto.

È argilla esposta alle dinamiche istituzionali, sociali, economiche e culturali. Vero, è più facile votare per tagliare la testa del Re che per costruire il palazzo di governo, come ci insegnano i giacobini di allora e quelli oggi.

I referendum (anche costituzionali) hanno un elemento plebiscitario innato senza i partiti del Novecento e mettono sempre la testa di un leader sotto la ghigliottina degli assetati di sangue. Ma senza il palazzo siamo tutti senza una casa comune.

E vivere di teste mozzate, per il costituzionalismo, non è possibile.

Anche se ad alcuni semplici farebbe tanto comodo che fesse così, le Costituzioni si cambiano e le cambiano gli uomini e le donne e – grazie a Dio – non i costituzionalisti o altri auto-proclamati sacerdoti del tempio o filosofi platonici che spiegano il vuoto ricoperto da un sottile strato di giusto.


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