La chiusura di Hormuz evidenzia la fragilità delle filiere globali. Dall’aumento del gas ai costi dei concimi, fino al prezzo degli alimenti: i canali economici di propagazione della crisi sono tanti e tutti concatenati. L’analisi di Carmine Soprano, economista del Gruppo dei 20
Here we go again, ci risiamo. Così cantava John Lennon in un malinconico brano della sua prima produzione da solista. Se guerra, forniture di idrocarburi ed inflazione alimentare sembrano un film già visto, è perché’ qualche anno fa ci siamo già passati. Stavolta però il copione è un po’ diverso. Vediamo perché. Circa il 20% delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto (Lng) passa attraverso lo Stretto di Hormuz. Stando alle stime dell’International Energy Agency (IEA) per il 2025, parliamo di quasi 15 milioni di barili di greggio al giorno e di circa 86 milioni di tonnellate di Lngin un anno. Dall’inizio della guerra in Iran il traffico marittimo di imbarcazioni che trasportano questi prodotti energetici è crollato del 90%.
Con questi numeri è evidente che l’impatto su mercati energetici non può che essere significativo: a fine marzo il prezzo del Brent ha segnato un +44% rispetto a fine febbraio, mentre in Italia a metà marzo la benzina ha superato i 2 euro/litro (prima di rientrare col taglio accise da 25 centesimi). A seconda della durata del conflitto, e’ lecito aspettarsi rincari sulle bollette (in Italia l’elettricità si produce per il 44% ancora da gas – lo spieghiamo in quest’altro pezzo Formiche scritto con il Prof. Salustri), sui biglietti aerei (già in atto), e su beni d’importazione extra UE (il cui prezzo finale è più esposto ai costi di trasporto).
Ma non è tutto. Da Hormuz passa una quota importante dell’export di fertilizzanti. L’agricoltura moderna dipende in larga parte da azoto, fosforo e potassio, e i primi due sono fortemente legati agli idrocarburi. I fertilizzanti azotati come ammoniaca e urea si producono con gas naturale, mentre quelli a base di fosforo richiedono zolfo, sottoprodotto della raffinazione del petrolio e del trattamento di gas. Secondo le stime di Cru, la chiusura dello Stretto di Hormuz mette a rischio oltre il 40% del commercio globale di zolfo e di urea. Tra restrizioni al commercio e inflazione energetica, l’impatto sul prezzo dei concimi era inevitabile: a fine marzo +49% per l’urea (che da sola può impattare fino al 90% dei costi di produzione dell’agricoltura), e un aumento complessivo del prezzo dei fertilizzanti stimato dalla Fao tra il 15 e il 20% per il primo semestre 2026, se il conflitto dovesse protrarsi.
Quasi nessun paese al mondo è protetto da queste oscillazioni. In prima fila ci sono le economie emergenti asiatiche, che storicamente importano dal Medio Oriente una grossa fetta sia di petrolio e gas sia di composti per produrre fertilizzanti (Cina ed India in primis, ma anche Bangladesh, Corea del Sud e Thailandia). Questi paesi, insieme ed altri come Pakistan e Sri Lanka, sono poi anche tra i maggiori esportatori al mondo di cereali come riso, grano e mais. Un conflitto mediorientale protratto fino a metà anno potrebbe far saltare, avverte la Fao, la principale stagione della semina in quei paesi (prevista per giugno, in coincidenza con i monsoni, costringendoli a loro volta ad importare. Il rischio è corto circuito fatto di restrizioni alle esportazioni, inflazione alimentare, e crescenti preoccupazioni per la sicurezza alimentare.

Nemmeno Europa e Italia sono al sicuro. L’Ue importa una quota significativa di urea e ammoniaca da Qatar, Arabia Saudita e Oman, e alla chiusura di Hormuz si aggiunge la perdita di fornitori come Russia e Bielorussia, colpiti da sanzioni e restrizioni dopo l’invasione dell’Ucraina. Nelle prossime settimane, segnala Confagricoltura, inizieranno anche in Italia (a partire dal Nord) le concimazioni preliminari per mais, soia e sorgo, inevitabilmente impattate dall’aumento del prezzo dei fertilizzanti. Da notare altresì come l’Italia resti un importatore netto di vari cereali tra cui riso (in primis da Pakistan, Tailandia ed India), grano e mais (da vari paesi Ue, oltre che da Canada e Usa): un eventuale aumento dei relativi prezzi potrebbe ripercuotersi a cascata sui costi di produzione di pane e pasta.
L’unica buona notizia è che, per ora, l’inflazione alimetare appare relativamente contenuta. Il Food Price Index della Fao (che misura variazioni mensili dei prezzi internazionali di alcuni alimenti base, n.d.r.) segnala come a marzo 2026 si sia registrato un +2.4% rispetto al mese precedente, confermato un trend in lieve ascesa da inizio anno su cui ora incide anche il caro energia legato al conflitto in Medio Oriente. Gli aumenti restano però ben sotto il picco registrato sempre dalla FAO nel marzo 2022, allora legato all’impatto della guerra in Ucraina. Tornando al film già vistò, quel precedente resta un utile riferimento: dopo l’iniziale impennata dei prezzi alimentari seguito all’invasione russa, i produttori si sono adattati, le rotte commerciali si sono diversificate, e il passaggio del grano ucraino si è garantito attraverso il Mar Nero, scorte e raccolti abbondanti hanno fatto il resto. Nel caso di Hormuz, la differenza è che le forniture di fertilizzanti, così strettamente legate a pochi inputs ed una geografia circoscritta- sono meno facili da diversificare.
In attesa dei prossimi sviluppi, quali misure sono a disposizione dell’Ue? Nell’immediato, una temporanea sospensione del Cbam (Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere), che impone una tassa sulle emissioni di CO2 incorporate nei beni importati da paesi extra-UE (tra cui i fertilizzanti) potrebbe essere un piccolo palliativo per i produttori, come richiesto da Francia ed Italia. Da non sottovalutare anche il via libera della Commissione (in deroga alla normativa sugli aiuti di stato) accordata a un pacchetto italiano da 6 miliardi di euro per sostenere la produzione domestica di fertilizzanti bio. Resta altresì urgente garantire il passaggio delle forniture attraverso Hormuz verso quei paesi asiatici più colpiti, magari provando a negoziare con l’Iran un accordo sul modello di quello di Odessa per il grano (neanche gli USA sono protetti da impatti e rischi qui descritti).
Nel medio-lungo periodo non bisognerebbe -ci risiamo- sprecare l’ennesima crisi: resta chiave diversificare le fonti di importazione, rafforzare la cooperazione regionale, ma soprattutto puntare con lungimiranza su transizione energetica e agricoltura sostenibile, anche a partire da concimi alternativi come l’ammoniaca verde. I fertilizzanti, cioè il cibo, sono un bene strategico. Here we go again.
















