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All’origine del concetto di sicurezza. I nodi ancora da risolvere secondo Galli 

“Le risposte e le modalità – elaborate dalle parti politiche – per consentire l’esercizio della libertà e le diverse interpretazioni del termine “sicurezza”, danno vita alle divergenze interne alla storia del pensiero politico moderno. Quando l’Occidente assume un volto democratico le due necessità si traducono in una formula molto semplice: sicurezza è tutto ciò che consente la libertà di tutti, e quindi democrazia”. Conversazione con Carlo Galli, filosofo politico

Che la sicurezza fosse una prerogativa dello Stato, lo aveva annunciato nel 1651 Thomas Hobbes con la pubblicazione del suo Leviatano. Oggi, questo tema traccia una linea di demarcazione tra destra e sinistra, offrendo al Paese ricette antitetiche. Soprattutto, la sicurezza resta una questione prioritaria per la maggioranza degli elettori. Con Carlo Galli, filosofo politico, abbiamo tentato di ricostruire la genealogia del concetto di sicurezza, di analizzare gli sviluppi, la sua natura polisemica e di individuare potenziali soluzioni.

Partiamo dal principio. Come nasce, come si sviluppa e quale ruolo esercita la sicurezza nella storia del pensiero politico moderno?

La sicurezza è uno dei principi fondativi e originari della modernità, interpretato dai grandi pensatori come uno strumento per superare le guerre civili di religione e per assicurare la pace interna. Una pace intesa come ordine pubblico e in grado di garantire la vita e la prosperità dei cittadini, oltre che la sicurezza proprietaria. La centralità del tema in questione – che non rappresenta l’unica esigenza dell’età moderna – è fortemente correlata alla libertà dei singoli, e le modalità per assicurare entrambi i principi, di per sé non del tutto congruenti, altro non è che la storia del pensiero politico e delle istituzioni moderne. Le risposte e le modalità – elaborate dalle parti politiche – per consentire l’esercizio della libertà e le diverse interpretazioni del termine “sicurezza”, danno vita alle divergenze interne alla storia del pensiero politico moderno. Quando l’Occidente assume un volto democratico le due necessità si traducono in una formula molto semplice: sicurezza è tutto ciò che consente la libertà di tutti, e quindi democrazia.

Oggi, le forze del centrosinistra vengono percepite estranee e distanti in materia di sicurezza. Qual era il rapporto tra il vecchio Pci e l’ordine pubblico?

Il punto di riferimento teorico e pratico del socialismo reale era il concetto marxiano, secondo il quale “l’ordine apparente” di uno Stato moderno rappresenta, in realtà, un disordine interno dovuto alla guerra civile tra la borghesia capitalistica e la classe operaia. Solo la vittoria di una delle due parti- che i comunisti individuano nel proletariato come soggetto portatore di una razionalità superiore- può assicurare la pace, l’ordine e la sicurezza dentro il perimetro statale, anch’esso in via di tendenziale affievolimento. Continuando sulla scia del pensiero marxista, la tesi descrive la sconfitta storica e militare della borghesia a opera del proletariato come una fase intermedia e prevede, come punto d’approdo, una condizione umana in cui non ci sarà più bisogno di esercitare un potere coercitivo contro qualcuno.

Questa analisi concerne l’approccio teorico. Parliamo della praxis.

Certo, quella appena descritta era l’ideologia comunista dei Paesi dell’Europa orientale. Il Partito Comunista Italiano aveva meno certezze al riguardo, perché il centro del suo progetto politico era il concetto togliattiano di “democrazia progressiva”, ben diverso dalla dittatura del proletariato. Ossia, i comunisti italiani accettavano gli istituti, se non le finalità ideologiche, della liberal-democrazia, per far sì che le prospettive aperte dalla Costituzione fossero realmente realizzate. Prendiamo l’articolo 3, comma 2, della Repubblica: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

I comunisti italiani presero in seria considerazione questo indirizzo della Costituzione, perché tra gli ostacoli citati poco fa, vi sono la povertà, le disuguaglianze sociali, il fatto che si concentrino troppe risorse per gli armamenti e pochi investimenti in ospedali, scuole, welfare.

Ovviamente, i partiti nati dalla resistenza, come il Pci – ma vale anche per la Democrazia Cristiana e per le altre formazioni – non avevano la minima difficoltà a pensare alla nozione di sicurezza anche in termini di ordine, di autodifesa e di repressione delle aggressioni. Però, è fondamentale comprendere che il concetto di sicurezza è legato indissolubilmente a quello di libertà.

A questo punto della storia moderna, nel secondo dopoguerra, la prospettiva diviene quindi più ampia: la sicurezza non si limita all’assenza di violenza, ma comprende anche il rispetto dei diritti umani. Tuttavia, resta aperto un problema: quando parliamo di sicurezza si allude allo Stato o ai cittadini? Perché la sicurezza dello Stato è affidata agli apparati di polizia e agli apparati militari – secondo Max Weber, è lo Stato l’unico depositario del monopolio della forza – e non solo ciò implica la possibile coercizione delle libertà dei cittadini, ma soprattutto significa la non sovrapponibilità piena delle due sicurezze. Se infatti per sicurezza si intende quella dei cittadini, allora è evidente, che oltre alla libertà da attacchi fisici, dobbiamo includere la qualità della vita, il fatto di poter contare su un sistema sanitario solido ed efficiente, su un valido sistema educativo, la certezza del posto di lavoro, la possibilità di progettare il futuro.

Che cosa è cambiato dopo la diaspora comunista? Come i partiti progressisti affrontano il problema della sicurezza?

Francamente non conosco le posizioni del Pd in materia di sicurezza. Di certo, il Partito Comunista Italiano pensava alla sicurezza dello Stato, benché fosse un partito pacifista – pur non essendo contrario al mondo militare e alle forze di polizia – ma anche e soprattutto alla costruzione di una società in cui il cittadino potesse fiorire pienamente.

Il punto vero è che lentamente i partiti nati dalle macerie del Pci, hanno tabuizzato la questione della sicurezza militare perché questo concetto è slittato nel tempo sul piano dell’immigrazione. Un fenomeno complesso. E i partiti progressisti, pur di non affrontarlo, hanno messo in sordina la sicurezza elementare.

Possiamo dire che Marco Minniti è stato il primo a sdoganare la questione securitaria all’interno del centrosinistra. Ricordiamo i patti per la sicurezza urbana…

Di per sé, la posizione di Minniti non è stata un errore. Può divenire una posizione parziale quando per sicurezza immaginiamo solo la sicurezza basica. E questa non è una critica a Marco Minniti. Qui, però, bisogna essere molto chiari per evitare di essere fraintesi. Anche questo tipo di sicurezza va garantito, ossia interventi mirati per proteggere la popolazione civile da reati predatori, furti, aggressioni per strada. Non possiamo eludere il problema con una scrollata di spalle. La differenza sostanziale tra destra e sinistra si manifesta proprio su questo campo d’azione e di pensiero. Perché una volta entrata nel mood neoliberista, la destra ha sposato la tesi secondo cui la società dev’essere sicura dalle aggressioni fisiche, mentre può essere altamente insicura come società di mercato, detta anche società del rischio, dove la vita non è altro che concorrenza tra vincenti e perdenti. Quando si ragiona in questo modo, la politica genera una tremenda inquietudine esistenziale, e non è sufficiente lavorare a leggi iper-draconiane sulla sicurezza come ordine pubblico per ridimensionare questa angoscia collettiva.

Se ho ben capito il concetto di sicurezza è duplice.

Esatto. La sicurezza globale equivale a libertà e democrazia, la sicurezza parziale è meglio che niente, ma può mutarsi in una forma di copertura di gravissime ingiustizie.

Professore, lei è modenese. La classifica 2025 stilata dal Sole 24 Ore sulle province più insicure d’Italia, conferisce a Modena il diciassettesimo posto. Si tratta di percezione o realtà?

Le graduatorie della sicurezza o della insicurezza credo siano costruite sulla base del numero di denunce. Ad esempio, a Modena, il numero di denunce è alto perché probabilmente i modenesi si aspettano che quando si subisce un torto, l’apparato pubblico risponda. Forse ci sono aree geografiche italiane in cui questa aspettativa non c’è più e quindi il numero di denunce è ridotto. Perciò non è detto che il maggior numero di denunce equivalga al maggior numero di reati.

Certo, a Modena non vige solo una questione di percezione, anche se quest’ultima gioca un ruolo importante. Fino a trenta, quaranta anni fa, Modena è stata infatti una città di provincia sostanzialmente tranquilla. Diversi cittadini in età ricordano una città diversa da quella che è oggi, per cui l’effetto percezione c’è, ma questo non significa che si tratta di un’invenzione. Le persone aggredite in strada non hanno avuto un’allucinazione. Tutto ciò che si può fare, nel rispetto dei paradigmi costituzionali, è quindi ben accetto. Ma ricordiamo: il concetto di insicurezza è molto più ampio. E quando diviene oggetto di angoscia sociale, ansia esistenziale, di disorientamento genera reazioni irrazionali, populismi, e questi diventano un problema politico che i partiti non possono e non devono ignorare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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