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Sicurezza, controllo del territorio, frammentazione della governance. La lezione di Gabrielli

“Sicurezza? Se ne parla molto, ma non sempre nel merito”, racconta Franco Gabrielli, già capo della polizia e già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, attualmente professor of Practice di Public Management presso l’Università Bocconi. “Si tratta di una questione troppo spesso oggetto di strumentalizzazioni e futili polemiche. In primis, è necessario bandire la locuzione ‘percezione’ perché è un modo irridente di affrontare una tematica che tocca la carne viva dei cittadini”

Franco Gabrielli, 66 anni, già capo della polizia e già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, attualmente professor of Practice di Public Management presso l’Università Bocconi, condivide i trentotto anni maturati nel mondo della sicurezza durante un dibattito organizzato a Modena, dall’associazione di cultura e politica Orizzonti, alla presenza delle istituzioni e dei parlamentari del territorio.

Già, Modena. Una città di provincia che vive di eccellenze. Ferrari, Maserati, il paradiso enogastronomico, la trinità architettonica patrimonio dell’Unesco: Ghirlandèina, Duomo e Piazza Grande. Eppure, la piccola città cantata da Francesco Guccini, brilla anche nella classifica 2025 redatta dal Sole 24 Ore, il quale inserisce Modena al diciassettesimo posto delle province più insicure del Paese.

Il tema della sicurezza è divenuto centrale nella vita dei modenesi, costretti a convivere tra zone rosse e reati predatori, come dimostrano la cronaca locale e le 4.253 denunce raccolte nell’anno precedente.

“Sicurezza? Se ne parla molto, ma non sempre nel merito”, esordisce Gabrielli tra le bellezze estensi, nel Palazzo dei Musei. “Si tratta di una questione troppo spesso oggetto di strumentalizzazioni e futili polemiche. In primis, è necessario bandire la locuzione ‘percezione’ perché è un modo irridente di affrontare una tematica che tocca la carne viva dei cittadini”.

L’inaffidabilità delle classifiche

Una volta conclusi i saluti formali, Gabrielli contesta fermamente l’uso di classifiche “oggettive” come strumento di studio e di monitoraggio della sicurezza urbana. “Ricordo una puntata di Porta a Porta, in cui espressi al dottor Vespa una mia perplessità. Tra le prime città più insicure, esclusa Roma, la più a sud risultava Livorno, un evidente errore di underreporting”.

Difatti, i limiti metodologici delle classifiche sono i seguenti: underreporting (la mancata denuncia dei reati), underrecording (l’errata o l’inadeguata classificazione dei reati da parte degli operatori di polizia) e il rapporto ai residenti. Quest’ultimo, è un elemento cruciale. Le classifiche si basano sui reati denunciati in rapporto ai residenti, penalizzando le città ad alta mobilità e ad alti flussi di turisti e di studenti.

“Rimini è l’esempio perfetto”, puntualizza Gabrielli. “Molto spesso questa citta viene dipinta come Sodoma e Gomorra, terza in classifica, conta circa 160.000 residenti, ma è frequentata da un milione di persone”.

La crisi strutturale degli organici di polizia e la “tempesta perfetta”

“Nel periodo in cui esercitavo il mio ruolo di capo della Polizia (2016-2021), affermai che nella sola Polizia di Stato tra il 2023 e il 2030 sarebbero andate in pensione 40.000 persone. Perché all’interno delle forze di polizia il maggior numero di immissione è avvenuto tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 attraverso l’istituto dell’ausiliario. Infatti, ci sono stati periodi in cui sono stati arruolate oltre 9.000 persone l’anno”.

L’intervento di Franco Gabrielli, scandito e interrotto da applausi, dinanzi ad un pubblico ipnotizzato, è chirurgico, scientifico.

“Per quanto riguarda il blocco del turnover, questo è stato eseguito dal governo Berlusconi III, proseguito da Monti, e solo il tanto vituperato governo Renzi ha attuato una serie di interventi per effettuare uno sblocco parziale”.

E giù a cascata, gli effetti collaterali della crisi: la chiusura o la cartolarizzazione delle scuole di polizia, i corsi di formazione compressi a quattro o sei mesi, proprio mentre la società esterna è più complessa e richiede professionisti della sicurezza, il blocco del turnover che elimina la fascia intermedia, ossia le figure esperte che affianchino le nuove leve nell’addestramento sul campo.

“Il tema non è semplicemente invocare nuove assunzioni”, insiste Gabrielli. “Perché non c’è la possibilità materiale di assunzioni sufficienti a colmare il vuoto, né infrastrutture formative adeguate. La priorità è rifondare filiere di formazione e accompagnamento professionale, altrimenti gli organici non riusciranno a star dietro ‘alle vacanze’ lasciate dai pensionamenti”.

La frammentazione della Governance e l’inefficacia dell’architettura istituzionale

Qui, la critica è rivolta alla coerenza tra norme e prassi. La Legge 121/81, nota per la smilitarizzazione del disciolto Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza e la sindacalizzazione della Polizia di Stato, detiene un pregio formale: stabilisce che il ministro dell’Interno è l’autorità nazionale di pubblica sicurezza. Tuttavia, nella realtà operativa persistono evidenti storture.

“Il ministro dell’Interno governa di fatto una sola forza di polizia: la Polizia di Stato”, chiarisce Gabrielli. “L’Arma dei Carabinieri dipende dalla Difesa, la Guardia di Finanza dal Mef, la Polizia penitenziaria opera intramoenia. Inoltre, sul territorio Prefetto e Questore risultano essere autorità svuotate di contenuto. Ad esempio, il primo svolge prevalentemente un’attività di bonaria composizione di privati dissidi, mentre il Questore – autorità tecnico-operativa – diventa di fatto il comandante della Polizia di Stato del capoluogo. Il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, concepito come organo consultivo, è divenuto surrettiziamente decisionale. Insomma, con resistenze di apparati che sovrastano la politica, la capacità di ‘mettere a terra’ le decisioni resta debole”.

Mancano centrali uniche nelle grandi città, dove “ognuno va per fatti suoi”. Dopo la riforma del Titolo V del 2001, le competenze tra Stato ed enti locali hanno subito uno stravolgimento “e oggi vengono annoverate venti leggi regionali sulle polizie locali, con esiti eterogenei: alcune performanti (vd. Emilia Romagna) altre disastrose”.

“Non si capisce più chi fa che cosa”, dice Gabrielli. “L’articolo 117 della Costituzione attribuisce i poteri di ordine e pubblica sicurezza allo Stato. Quindi, la risposta deve provenire dal livello centrale. Inoltre, nonostante una legge del 2008 e la cornice del 2017, le polizie locali non possono accedere alla banca dati delle forze di polizia. Persiste una resistenza culturale del Ministero dell’Interno verso l’affidabilità delle polizie locali. Ma l’accesso non sottrae informazioni, le restituisce abilitando interventi più efficaci. E ancora: gli agenti di polizia locale, oltre 50.000, vengono ancora inquadrati come dipendenti comunali, mentre il loro lavoro non è più quello del ‘pizzardone’ o del ‘ghisa’ piantato all’incrocio. Il mondo è cambiato e la cornice giuridica non ha saputo tenere il passo. Perciò, senza una riforma profonda dell’architettura e una chiara definizione di responsabilità e di coordinamento, anche cinquanta decreti sicurezza si rivelerebbero inefficaci”.

La gestione disorganica dell’immigrazione come fattore di criticità

Immigrazione. In sala vige un religioso silenzio. Una forma di rispetto e di attenzione estrema verso il problema principale.

“Un problema grande come una casa, che purtroppo nel nostro Paese, preda della faida tra cattivisti e buonisti, non è stato affrontato in modo olistico”, osa Gabrielli. “Da sottosegretario, convinsi il presidente Draghi della necessità di istituire un ministero per le politiche migratorie, capace di tenere insieme tre pilastri: ingressi leciti, rimpatri – non è un tabù! -, integrazione. Invece, oggi, non esiste un soggetto istituzionale che presieda l’integrazione. L’immigrazione è gestita da tre ministeri, Esteri e Cooperazione Internazionale, Welfare, Interno”.

Perché gli operatori di polizia sono costretti ad occuparsi di permessi di soggiorno o passaporti? È la domanda, la riflessione che Gabrielli rivolge al pubblico. Attività che secondo Gabrielli dovrebbero rientrare tra le competenze dei Comuni.

“Nel 2023 c’è stata un’effervescenza di arrivi: 153.000. Nella precedente legislatura sbarcarono 210.000 e adesso siamo già a 312.000. Di fronte ai picchi, il governo ha scelto di trasferire la gestione a Palazzo Chigi; il mnistero dell’Interno ha costruito un comitato di analisi per l’immigrazione. Ma storicamente, i picchi sono stati gestiti mediante ordinanze di protezione civile. Dal 2015, con Eurodac e il quadro di Dublino, i trasferimenti sono vincolati dalla fotosegnalazione e dalle relative regole”.

Focus sui minori non accompagnati

“È inadeguato trattare gli adolescenti provenienti da contesti culturali differenti come si faceva trent’anni fa. In più, delegare ai comuni la gestione di questo fenomeno equivale a scaricare una responsabilità che dovrebbe essere governata centralmente”.

A questo punto, Gabrielli cita la sua ultima esperienza milanese in qualità di delegato per la sicurezza e la coesione sociale. Al suo arrivo, nella città della Madonnina, c’erano 1.500 minori non accompagnati.

“Il comune poteva gestirne ottocento. Il resto ricade nel territorio e alimenta le tensioni. Molti arrivano già provati, con problematiche serie, tra cui la tossicodipendenza, e sono lasciati a loro stessi, senza prospettiva. Il sistema vi rivisto completamente”.

“Approccio strabico”.  La duplice visione necessaria per una sicurezza reale

Un occhio puntato sul presente. “Il cittadino pone problemi concreti e richiede risposte immediate. Qui il controllo del territorio è decisivo: quanto più è efficace, coordinato, sinergico, tanto più si producono risposte credibili”.

Un occhio che guarda lontano. “Lavorare sulle cause strutturali attraverso riforme dell’architettura istituzionale, chiarezza di competenze, formazione e filiere professionali”.

Il quadro operativo attuale è zavorrato da parrocchiette, resistenze culturali e normative anacronistiche.

Insomma, per Gabrielli, le criticità non dipendono dalle contingenze politiche, ma dalle fragilità strutturali. Classifiche sulla criminalità metodologicamente viziate, la “tempesta perfetta” che si abbatte sugli organici delle forze di polizia, tra pensionamenti, formazione compressa e perdita di competenze intermedie; un’architettura istituzionale frammentata che indebolisce il coordinamento e la responsabilità operativa; una gestione dell’immigrazione spezzettata tra ministeri e pratiche emergenziali che scaricano oneri sui territori. Una riflessione profonda, analitica, degna di un grande maestro sul/del campo.


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