La possibilità di concepire un mix tra retribuzione di scambio e retribuzione assistenziale può essere un modo per riequilibrare il rapporto fra le diverse economie dei Paesi con un diverso livello di sviluppo e diverso costo del lavoro. E dunque, invece di sospendere la produzione delle aziende in crisi, con cassa integrazione guadagni e indennità di disoccupazione, si potrebbe mantenere l’occupazione e la produzione evitando licenziamenti. L’intervento di Giulio Prosperetti, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, tratto dal volume “Una bussola per l’Europa” a cura di Luigi Paganetto
La società civile ed in particolare il mondo del lavoro attraversa una fase di profondi cambiamenti che vengono normalmente associati alla generica nozione di crisi. Si parla di crisi economica, di crisi del lavoro, di crisi delle istituzioni, di crisi morale, di crisi dell’Europa. Siamo oggi in una fase di transizione e viviamo una realtà nella quale siamo costretti ad utilizzare strumenti giuridici inadeguati per affrontare problemi che presuppongo invece un quadro culturale ed istituzionale ancora da costruire.
Insomma, oggi il welfare, secondo la nostra prospettiva, è destinato a prescindere dal lavoro di scambio retribuito e si pone il problema di come legittimare una ripartizione del reddito in una società che anche a fronte della crescente automazione e della utilizzazione dell’intelligenza artificiale vedrà crescere la disoccupazione. Il problema è quello di passare da un reddito di solo scambio ad un reddito di solidarietà garantito dallo Stato, cosicché una qualsiasi attività socialmente utile sia meritevole, quantomeno di un reddito minimo, a prescindere dal suo valore economico sul mercato.
Il rapporto tra lavoro e previdenza va in qualche modo rovesciato, il welfare deve garantire a tutti una vita dignitosa dove il lavoro sarà il suo fondamentale complemento, e non ne dovrà condizionare gli aspetti di sicurezza sociale. Il problema della riforma del welfare va affrontato prendendo in considerazione la ipotesi di un mix tra reddito da lavoro e reddito assistenziale capace di dare ad ogni cittadino la propria dignità di lavoratore, rimanendo inserito a pieno titolo nel contesto sociale del proprio Paese.

Oggi sono le imprese labour intensive a finanziare i sistemi di welfare giacché i contributi vengono erogati dalle aziende sulla base del numero degli occupati; ma è noto che le imprese che impiegano molto personale sono quelle che hanno una redditività scarsa a fronte di imprese che con pochi addetti riescono ad avere i maggiori ricavi. Se quindi è cambiato il contesto produttivo e di mercato, la previdenza è però rimasta ancorata ad una diversa realtà, quella nella quale il welfare era, ed è tuttora, finanziato in ragione del numero degli addetti con le contribuzioni calcolate sulla retribuzione del singolo lavoratore.
Già oggi la previdenza in Italia è in parte fiscalizzata ed infatti il bilancio dell’Istituto nazionale di previdenza sociale è integrato per circa un trenta per cento dallo Stato. Una logica virtuosa sarebbe quella di sussidiare il lavoro e non la disoccupazione. Se le retribuzioni risultano troppo onerose per le aziende in determinati paesi sviluppati, ovvero risultano insufficienti a garantire una vita dignitosa ai lavoratori che risiedono in zone che comportano alti costi di contesto, dovrà essere compito di una politica sociale statale quella di integrare le retribuzioni così da evitare che le aziende si delocalizzino in favore di altri paesi con un costo del lavoro più conveniente.
La situazione paradossale è che mancando lo strumento giuridico capace di consentire allo Stato di integrare le retribuzioni dei lavoratori, questi vengono licenziati a fronte del fallimento o delle delocalizzazioni delle imprese, e la risposta a tali crisi da parte dei diversi ordinamenti è comunque quella dei sussidi di disoccupazione, che in alcuni casi diventa strutturale, con costi ben superiori a quelli della prospettata integrazione delle retribuzioni da parte dello Stato che avrebbero consentito la conservazione di un importante tessuto industriale necessario all’equilibrio socio-economico del singolo stato.
La possibilità di concepire un mix tra retribuzione di scambio e retribuzione assistenziale può essere un modo per riequilibrare il rapporto fra le diverse economie dei paesi con un diverso livello di sviluppo e diverso costo del lavoro.
Insomma, invece di sospendere la produzione delle aziende in crisi, con cassa integrazione guadagni e indennità di disoccupazione, queste risorse potrebbero essere più utilmente impiegate per mantenere l’occupazione e la produzione evitando quei licenziamenti che il trasferimento delle aziende in altri paesi inevitabilmente comporta. Questo riequilibrio dei rapporti fra le diverse economie industriali dovrebbe evitare forme di concorrenza sleale tra Stati a favore di una più generale concezione solidaristica. Il lavoro va ricercato e garantito anche al di là della sua redditività ed è questo che gli Stati debbono garantire in un contesto europeo.







