Le delegazioni si incontrano sotto la mediazione pakistana mentre le condizioni per un accordo Washington-Teheran restano controverse e i negoziati sul Libano aggiungono ulteriore complessità a una diplomazia fragile
Iran e Stati Uniti hanno avviato storici colloqui diretti a Islamabad, mediati dal Pakistan, nel più significativo incontro diplomatico tra i due avversari degli ultimi decenni – anche se le dispute sui termini precisi dell’ingaggio rischiavano di gettare un’ombra sul processo prima ancora del suo vero inizio.
Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha ricevuto separatamente le delegazioni di Washington e Teheran prima dell’avvio formale dei colloqui, sottolineando il ruolo attentamente costruito da Islamabad come intermediario indispensabile. La mediazione rappresenta un raro momento di centralità diplomatica per il Pakistan, in un periodo in cui il suo posizionamento internazionale è stato spesso oscurato dalle turbolenze interne.
Il vicepresidente statunitense JD Vance ha assunto un tono caratteristicamente combattivo alla vigilia dell’incontro, esprimendo un cauto ottimismo ma lanciando anche un avvertimento diretto. Si aspetta colloqui “positivi”, ha dichiarato, ma ha invitato Teheran a “non prenderci in giro” – un linguaggio che riflette la profonda diffidenza reciproca con cui entrambe le parti sono entrate nella stanza. L’Iran, che aveva richiesto di dialogare con Vance anche perché considerato tra i maggiormente ostili alla guerra tra i più intimi dello Studio Ovale trumpiano, ha dichiarato di essere pronto a raggiungere un accordo, chiarendo però di non nutrire illusioni sulle intenzioni americane. L’assenza di fiducia negli Stati Uniti è una delle sottolineature fatte dai funzionari guidati da Ali Bagheri Kani, capo negoziatore sul nucleare,, mentre figure di primo piano del sistema politico come Mohammad-Bagher Ghalibaf restano sullo sfondo del negoziato, più attive sul piano politico e comunicativo che in quello diplomatico diretto.
L’atmosfera sul fronte iraniano era carica di una curiosa intensità alla vigilia dell’incontro . Esmail Baghaei, portavoce del ministero degli Esteri al seguito della delegazione, ha descritto una “battaglia mozzafiato nel campo della diplomazia” già in corso prima ancora che le due parti si sedessero insieme. “Per noi, la diplomazia è la continuazione della guerra”, ha dichiarato alla televisione di Stato – una formula che combina retorica rivoluzionaria e autentico segnale strategico. Lo scambio di messaggi, ha confermato, era iniziato già la notte precedente.
La questione delle condizioni
La televisione di Stato iraniana ha riferito che Teheran si è presentata ai colloqui con due condizioni principali. La prima — lo sblocco dei fondi congelati, inclusi i 6 miliardi di dollari detenuti in Qatar – sarebbe stata, secondo l’Iran, accettata dalla parte americana, affermazione che un funzionario statunitense ha categoricamente smentito. La seconda condizione, una completa cessazione dei bombardamenti israeliani in Libano, non era ancora stata soddisfatta, anche se i funzionari iraniani hanno indicato che la questione dovrebbe essere affrontata nel corso dei negoziati.
Le contraddizioni sono emblematiche della profonda asimmetria informativa e delle narrazioni concorrenti che caratterizzano questo processo diplomatico fin dall’inizio. Un diplomatico informato sui colloqui ha confermato che Washington e i mediatori pakistani hanno discusso la possibilità di sbloccare gli asset iraniani detenuti all’estero, sottolineando però che non è stato raggiunto alcun accordo.
L’ombra del Libano
Ad aumentare ulteriormente la complessità di una situazione diplomatica già labirintica, Libano e Israele hanno annunciato un accordo per avviare negoziati diretti a Washington la prossima settimana su un cessate il fuoco – i primi colloqui formali tra i due Stati tecnicamente in guerra da oltre quattro decenni, e i primi in assoluto considerando l’assenza di relazioni diplomatiche. L’annuncio ha un peso storico, ma Teheran si è mossa rapidamente per complicarlo: l’Iran ha insistito affinché eventuali colloqui tra Libano e Israele includano Hezbollah, una condizione che Washington e Gerusalemme difficilmente accetteranno.
Nel frattempo Israele ha continuato gli attacchi aerei nel sud del Libano – un promemoria del fatto che il calendario militare e quello diplomatico stanno procedendo su binari pericolosamente divergenti. Baghaei ha confermato che i funzionari iraniani sono in “contatto diretto” con l’ambasciata a Beirut per monitorare la tenuta del cessate il fuoco su tutti i fronti, sottolineando che non si dovranno verificare “violazioni gravi” durante le due settimane di tregua.
Petroliere e politica energetica
Sul fondo del dramma diplomatico, Donald Trump è intervenuto su Truth Social annunciando che “un numero massiccio di petroliere completamente vuote” si stava dirigendo verso gli Stati Uniti per caricare greggio americano destinato all’esportazione globale. Al di là del consueto tono enfatico del presidente, l’affermazione trova riscontro in dati reali: il Financial Times ha riportato che 68 petroliere vuote sono in rotta verso gli Stati Uniti, parte di un accumulo più ampio destinato a spingere le esportazioni americane a livelli record superiori ai cinque milioni di barili al giorno. La dimensione energetica di un eventuale accordo con l’Iran – e le sue implicazioni per l’offerta globale di petrolio – resta una delle variabili più rilevanti e meno discusse pubblicamente nei negoziati.
Guerra di meme e battaglia delle narrazioni
Se il contenuto dei colloqui di Islamabad è avvolto nell’opacità, la strategia comunicativa iraniana lo è molto meno. La mattina successiva alla decisione di Trump di ritirare la minaccia di porre fine a “un’intera civiltà” e accettare una tregua di due settimane, l’ambasciata iraniana in Sudafrica ha pubblicato un video di un cane dall’aria smarrita – un meme ben noto su internet -accompagnato dalla didascalia: “Quelli che ieri sera aspettavano la distruzione della civiltà iraniana”.
Non si tratta di un episodio isolato. Dall’inizio della campagna di bombardamenti Usa-Israele, le ambasciate iraniane hanno condotto una sofisticata e costantemente sarcastica guerra informativa, saturando i social media con animazioni generate dall’intelligenza artificiale, montaggi complottisti che collegano i file Epstein alle decisioni militari di Trump, e un’ironia tagliente da parte di alti funzionari, tra cui lo stesso Ghalibaf, una delle figure più rilevanti del regime in questa fase di guerra. Il regime, colpito ma ancora intatto, lavora sistematicamente per presentare la tregua come una vittoria strategica — una competizione narrativa che potrebbe rivelarsi tanto decisiva quanto qualsiasi accordo raggiunto nelle stanze di Islamabad.
I colloqui sono iniziati. Resta da vedere se produrranno risultati duraturi. Da entrambe le parti si cerca di difendere le proprie posizioni, innanzitutto con la narrativa a uso interno.
















