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Trump, Iran e disordine globale. Un domani di guerra secondo il prof. Carinci

Di Franco Carinci

Tra attacchi incrociati, fallimenti diplomatici e paralisi delle istituzioni multilaterali, il confronto tra Trump e l’Iran diventa il simbolo di un disordine globale in crescita. Secondo il prof. Carinci, il rischio concreto è scivolare verso un domani di guerra che l’Europa continua a sottovalutare

A uno che per condanna caratteriale o per scelta culturale si è ritrovato quasi sempre a far parte della minoranza politica, l’aver saputo che solo il 13% degli italiani trova ancora digeribile Trump, ha suscitato un senso di fierezza, all’insegna del classico “pochi, ma buoni”. Non me la prendo certo coi miei connazionali, che dopotutto mi hanno fatto, se pur inconsapevoli, questo favore, peraltro non senza che alla luce di quel briciolo di storia dall’Unità in poi che ho conosciuto, mi sembra ancora attuale la frase attribuita a Massimo D’Azeglio, “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

Certo, Trump non ha di suo niente che lo renda simpatico, a cominciare dal modo di comunicare, risonante ed altezzoso, così da ricordare a tutti quel che non è piacevole sentirsi ripetere ad ogni piè sospinto, cioè d’essere lui tanto più forte di qualsiasi altro da poter fare e disfare tutto da solo. Tutto questo accompagnato da battute di dubbio gusto se non dichiaratamente offensive nei confronti di avversari interni, ma soprattutto di alleati storici, fino a mettere in discussione la stessa permanenza degli Stati Uniti nella Nato. Da ultimo se l’è presa anche con il papa, che col suo predicare contro qualsiasi guerra, sembra aver preso di mira proprio lui, oltre che il suo solidale Netanyahu, senza tener conto alcuno delle ragioni dell’intervento, finendo così per schierarsi obiettivamente dalla parte dell’Iran e dei suoi proxy.

Niente da eccepire al riguardo. Considero, invece, eccessivo, l’accento posto sul suo essere contraddittorio, con riguardo alla conduzione della guerra, dove minaccia continuamente ultimatum che sembra dimenticare il giorno dopo, con una previsione della durata a dir poco ballerina. Questo dovrebbe fare la felicità dei giornalisti, infatti non parlano d’altro, ma è stata avanzata l’idea che proprio in ragione della sua esperienza di uomo d’affari, emerga qui l’attitudine a negoziare, con in vista chi siede dall’altra parte del tavolo. Ma perché proveniente dal privato, le sue argomentazioni e le sue smentite appaiono sempre tener d’occhio l’andamento del mercato azionario, l’apertura e la chiusura della borsa americana, tanto da essere accusato di praticare o favorire l’insider trading.

Mi lascio alle spalle – perché se n’è parlato anche troppo, se pur senza molto costrutto – il quesito se l’attuale inquilino della Casa Bianca avesse chiaro fin dall’inizio l’obiettivo dell’intervento armato. Ora era prevista una tregua di quindici giorni in cui avrebbe dovuto svolgersi la trattativa, così da far emergere quel che Trump voleva effettivamente. Si sarebbe visto allora se era vero che gli bastasse ottenere poco o niente, pur di uscire da un pantano da lui stesso provocato; o, al più, se gli fosse sufficiente solo quel tanto che avrebbe potuto portarsi a casa senza scatenare la guerra.

Chi erano i mediatori? Quattro paesi, Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, che avevano in comune il fatto di essere musulmani ma non solo, perché, dato ignorato o sottovalutato nel dibattito, facevano tutti parte del tanto criticato Board of Peace, fondato da Trump proprio allo scopo di farsi carico delle crisi in atto, a cominciare da quella medio orientale, resa incandescente dalla strage di Gaza. Lo si è irriso per il suo evidente intento di giocare a fare il piccolo Onu, peraltro per lo stesso statuto asservito all’interesse del suo fondatore, come sempre alla ricerca di un profitto personale vantaggio, senza considerare minimamente la quantità e qualità dei paesi aderenti, quasi tutti quelli dislocati nell’area interessata, dalle sponde del Mediterraneo al Golfo Persico, non che, fra gli altri, i due paesi musulmani più popolosi, Indonesia e Pakistan.

Tutto bene, ma non è chiaro perché gli altri Paesi membri del Board of Peace avrebbero dovuto decidere di farne parte. Di fatto c’era la paralisi dell’Onu, dovuto alla presenza a livello di vertice di cinque quasi tutti quelle dotate di diritto di veto, situazione confermata da ultimo dalla bocciatura da parte della Federazione Russa e della Cina della proposta del Bahrein di sbloccare lo stretto di Hormuz senza ricorrere all’uso delle armi. Nel vuoto conseguente, era naturale far squadra con quella che appariva non solo la potenza maggiore, ma anche quella disposta ad impegnarsi militarmente nei confronti di un Iran, considerato elemento costante di perturbazione, tramite i suoi proxy e le sue cellule terroristiche dormienti, nonché minaccia perenne per gli stessi paesi del Golfo.

Non per nulla la partita si è aperta a Islamabad, con la benedizione sia degli Stati Uniti che della Cina – presente con una sua delegazione sia pure non coinvolta formalmente nella trattativa – molto lontano fisicamente e politicamente da quella Europa, la cui unica ambizione è quella di mostrare una schiena diritta, se pur restando confinata al di fuori della stanza della mediazione.

Se dovessimo credere al tifo assordante che la comunicazione di sinistra italiana, ricalcata alla lettera da quella di oltre oceano, fa a favore dell’Iran, la partita sarebbe già decisa nel senso di una resa quasi incondizionata di Trump. L’ipocrisia è al massimo condannare in maniera implacabile, con straordinaria ricchezza di parole, la dittatura teocratica in atto in Iran, sì, certo da ultimo s’è resa responsabile del massacro di decine di migliaia di giovani… ma: l’intervento era in contrasto col diritto internazionale; non era stato concordato cogli alleati, senza poter comunque coinvolgere la Nato in quanto non difensivo ma offensivo; non era giustificato da un rischio attuale o prossimo della disponibilità di bombe atomiche, tanto più che le centrali sarebbero state distrutte un paio di mesi prima; non aveva avuto alcun affetto sulla stabilità del regime, che anzi si è rafforzato, perché le decapitazioni hanno consegnato il potere ai pasdaran, assai più radicali e determinati, mentre i bombardamenti hanno esaltato una componente nazionalistica, fondata su una civiltà millenaria e su una variante islamica minoritaria, la sciita; ma soprattutto non aveva tenuto conto del blocco di Hormuz, rivelatasi una formidabile arma vincente.

Condivisibili o meno queste critiche, il limitarsi a ripeterle ossessivamente testimonia solo un’assoluta carenza di una possibile risposta, che sappia collocare la guerra in corso nella nuova situazione internazionale, che, lo si voglia o no, ha tre protagonisti principali: Trump, Jimping e Putin, con cui bisogna fare i conti, senza cavarsela infantilmente liquidando il primo come matto e il terzo come criminale.

Niente di niente, se non pretese agitate al limite della sceneggiata isteria, bastava seguire la recente discussione alle Camere, per una decisa presa di distanza da Trump e da Netanyahu, a quanto è dato capire, dando loro un bello schiaffone in faccia. E dopo? Dopo ci sarebbe una Europa, che superato il diritto di veto, assurgerà a protagonista mondiale, senza più doversi inchinare di fronte agli Stati Uniti.

Uscito di scena Orban per aver perso le elezioni politiche ungheresi assolutamente democratiche, c’è pur sempre da osservare come il ruolo assegnato a suo tempo al diritto di veto era quello di tutelare il singolo membro a fronte a maggioranze vissute come contrarie ad un suo interesse ritenuto essenziale, di certo vi si è fatto ricorso varie volte da diversi paesi. Riconosciutogli un carattere ostruzionistico, nove membri, compresa l’Italia, ne hanno chiesto il superamento, che, però, potrebbe avvenire solo a seguito di una modifica dei trattati da farsi… all’unanimità.

Non c’è stato tempo di rallegrarsi della mediazione condotta dal Presidente pakistano, che questa è fallita. A quanto è dato sapere da fonte americana, l’Iran non avrebbe accolto i due punti considerati essenziali da Trump: la rinuncia al programma nucleare, che potrebbe spingersi fino alla richiesta di rinunciare al possesso dell’uranio arricchito, consegnandolo ad altre mani; nonché la ripresa della libera circolazione nello stretto di Hormuz, senza la corresponsione di alcun pedaggio. Non si sa se la tregua continuerà fino alla sua scadenza, lasciando aperta la pur remota possibilità di una riapertura della trattativa; ma all’orizzonte sembra esserci la ripresa dei bombardamenti, che, peraltro, per quanto duri possano essere, difficilmente riusciranno di per sé definitivi rispetto ad un vertice iraniano disposto a contare sul tempo, facendo accettare al suo popolo ferocemente represso quel martirio considerato meritorio dal credo sciita.

Trump non potrà che reagire, ma avendo il tempo non a favore, bensì contro, dovrà prendere atto che massicci bombardamenti non saranno di per sé sufficienti a realizzare quello che diviene l’obiettivo primario, lo sblocco di Hormuz. La pressione interna ed esterna a fronte di una crisi energetica che minaccia di condurre ad una depressione si farà di giorno in giorno più pesante ed insostenibile per l’inquilino della Casa Bianca, sì da doversi muovere rapidamente ed efficacemente. La prima mossa di Trump è stata bloccare il golfo Persico, sì da impedire all’Iran di smaltire il suo petrolio, lasciando passare petroliere “amiche”, dietro pagamento di un pedaggio. A dirlo con un’immagine forte, si tratta di annegare l’Iran in quello stesso Golfo che ritiene di controllare appieno, ma da cui non potrà far uscire niente e nessuno. Certo questo non basta, se si volesse guardare oltre, la scelta strategica potrebbe essere proprio quella di “tagliar fuori” Hormuz, trasformandolo in un canale morto, tramite l’apertura di percorsi terrestri e marittimi alternativi.

Solo una notazione a futura memoria, l’Iran ha fatto chiaramente capire di avere l’intenzione e la capacità di costruire una bomba atomica, cosa questa in perfetta linea con l’essere il nemico che vuole distruggere, Israele, una potenza nucleare; quando l’avrà eserciterà una “sovranità” totale sui Paesi del Golfo, con una formale “nazionalizzazione “di Hormuz. Sarà bene che i tanti critici di Trump lo capiscano in tempo, perché verrà un giorno in cui potrebbe essere troppo tardi.

L’Europa resterà persa nel suo sterile cicaleccio interno, con il suo futuro migliore costituito dal suo passato, del tutto impari, anzi ormai in un irreparabile ritardo, rispetto alle questioni essenziali della sua sopravvivenza fisica e politica: la questione demografica, la questione energetica, la questione tecnologica.

Al posto di una “fede” incrollabile nei confronti una immigrazione totalmente aliena dalla nostra cultura – quindi ben difficilmente integrabile, se non a rischio dell’attenuazione di una identità nazionale costruita su una unità di lingua, credenza religiosa, storia, immensa eredità artistica – ci vorrebbe una politica per la natalità; al posto di una “mitizzazione” incondizionata nei parchi eolici e negli impianti solari – di per sé insufficienti ad assicurare una fornitura di energia nella quantità e con la regolarità richiesta da un Paese ad alta industrializzazione – ci vorrebbe una politica per la produzione di energia nucleare attraverso centrali di ultima generazione; al posto di una “diffidenza” insuperabile nei rispetti delle Big Tech americane, circondando di vincoli e divieti le loro scoperte, ci vorrebbe la capacità di competere sul piano dell’inventività e della creatività.

Non domani, ma oggi, non una volta realizzata la “Europa Federale” ma ora con una Ue capace di coordinarsi, senza vedere la sua azione frantumata e dispersa da una immane burocrazia.


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