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L’Europa e il malessere delle democrazie. L’analisi di Magliano

Di Giandomenico Magliano

La ragnatela europea odierna di intese e di formati, specie in tema di sicurezza e difesa, testimonia la complessità di coagulare un nuovo, più coeso ed autorevole, soggetto europeo nell’ordine mondiale contemporaneo, mantenendo sovranità nazionali temperate da cooperazioni bilaterali rafforzate e da assetti comunitari a geometria variabile. L’intervento dell’ambasciatore Giandomenico Magliano, estratto dal volume Una bussola per l’Europa, di Luigi Paganetto

Emerge, nelle tradizionali democrazie occidentali, cosiddette mature, una sensazione diffusa di malessere che, tra le classi dirigenti, conduce alla affannosa ricerca di nuove posture e, tra le nuove generazioni, conduce ad una sfiducia nelle istituzioni e nei meccanismi di rappresentanza. Laddove i paradigmi politici, economici e sociali, tipici della seconda metà del XX secolo, sintetizzabili in Europa nelle democrazie parlamentari e nell’economia sociale di mercato, appaiono non più efficienti, le rivoluzioni tecnologiche con nuove forme di comunicazione (e formazione) rischiano di appannare, se non azzerare, la memoria storica presso le nuove generazioni, accelerandone il senso di smarrimento individuale e di incertezza collettiva.

Una chiave di lettura interpretativa risiede nel trilemma concettualizzato in The Globalization Paradox (2011) dall’economista di Harvard Dani Rodrik: non è possibile perseguire simultaneamente la democrazia, la sovranità nazionale e la globalizzazione economica. Per spingere più avanti la globalizzazione, occorre rinunciare allo Stato nazionale, oppure alla politica democratica. Se si vuole mantenere e approfondire la democrazia, occorre scegliere tra Stato nazionale e integrazione economica internazionale. E se si vuole conservare lo Stato nazionale e l’autodeterminazione, occorre scegliere tra maggiore democrazia o maggiore globalizzazione.

Applicandolo oggi allo scenario europeo, il trilemma di Rodrik ben cattura anche le problematiche del processo di integrazione europea, sia al suo interno che rispetto al resto del mondo. Non è un caso, da un lato, che forme di involuzione politico-ideologica in alcuni Paesi membri mettano in discussione i principi fondanti della democrazia, nel nome della sovranità nazionale e che, dall’altro, l’adesione acritica alle dinamiche globalizzanti abbia ceduto il passo alla ricerca di catene produttive internazionali più corte, di approvvigionamenti meno vulnerabili nelle materie prime strategiche e di più stringenti regole a tutela della sostenibilità (ambientale e sociale) e di un effettivo level playing field.

Il fattore tempo, che sul piano dell’innovazione tecnologica sembra azzerarsi, sul piano della risposta istituzionale-politica europea, invece, risulta lento e in preoccupante discrasia rispetto ai problemi posti dal trilemma. Se le analisi dei rapporti dei saggi sull’Europa (Rapporti 2024 Letta e Draghi) sfociano in proposte concrete di rafforzata integrazione regionale sotto i diversi profili del mercato unico, mercato dei capitali, transizioni verde e digitale e, infine, sicurezza e difesa, le singole reazioni appaiono ancorate al cosiddetto, spesso indefinito, interesse nazionale, in un attendismo temporale foriero di tensioni sociali e di indebolimenti valoriali. In un gioco di concetti, il trilemma di Rodrik rischia in Europa di tradursi in una serie di dilemmi. La stessa complessa, barocca architettura istituzionale europea, figlia di differenti stagioni, non agevola la qualità e velocità decisionale dell’Ue.

L’aggiornamento degli assetti interni democratici europei, la rivisitazione degli interessi nazionali ed il contributo europeo a nuove regole di governo della globalizzazione rappresentano percorsi vieppiù complessi in un mutato e mutevole scenario mondiale, ove il collocamento non più centrico dell’Europa è un fatto inedito nei secoli. Un’altra utile chiave di lettura interpretativa risiede nel World Order (2014), di Henry Kissinger, grande affresco sulle condizioni di stabilità e sui punti di vulnerabilità nei regimi interstatuali, da Westfalia (1648) a Vienna (1814-15), a Versailles (1919) e al secondo dopo-guerra, che ben contestualizza la realtà geo-politica europea, tra passato e futuro. L’Unione Europea può in effetti essere interpretata anche come un ritorno al sistema statale vestfaliano che l’Europa aveva creato, diffuso in tutto il globo ed esemplificato per gran parte dell’età moderna: questa volta come potenza regionale, invece che nazionale, come una nuova unità in una versione ormai globale del sistema vestfaliano. Ma quando ai cittadini viene richiesto di compiere sacrifici a vantaggio del progetto europeo, può non esserci una chiara comprensione di che cosa ciò comporti.

I leader si trovano, così, davanti alla scelta tra ignorare la volontà del loro popolo, o seguirlo nell’opposizione a Bruxelles. L’Europa è tornata all’interrogativo da cui era partita, ma ora essa ha una portata globale. Di quanta unità ha bisogno l’Europa e quanta diversità può sopportare? Ma – sostiene Kissinger – nel lungo periodo la domanda inversa è forse ancora più fondamentale: data la sua storia, quanta diversità l’Europa deve conservare per ottenere un’unità significativa: su un orizzonte lungo è proprio la diversità in Europa che costituisce l’asset del blocco europeo. Qui risiede la sinergia tra radici nazionali e identità europea.

In questo passaggio troviamo un secondo suggerimento kissingeriano di assetto per l’Europa: raggiungere necessariamente una massa critica di fronte agli emergenti blocchi regionali, i quali, complessivamente, configurano un ordine internazionale neo-vestfaliano. Circa la postura – terzo aspetto – che il blocco regionale europeo potrebbe assumere, Kissinger sottopone, sul piano teorico, tre opzioni. Specificamente, se l’Europa dovesse, per qualunque via, conseguire l’unità, per definire il suo ruolo globale in un equilibrio neo-vestfaliano ha tre alternative: confermare e sostenere la partnership atlantica (soluzione preferenziale); adottare una posizione sempre più neutrale; oppure muoversi in direzione di un tacito patto con una potenza extra-europea, o con un gruppo di tali potenze.

Concludendo, Kissinger rileva l’esigenza di un’Europa protagonista, proprio per dare più forza e coerenza alla sua unità fondamentale. In termini di policy, ne consegue l’esigenza di un aggiornato, strutturato rapporto dell’Unione europea con le altre aree regionali e sub-regionali. Altresì – aggiungiamo noi – ne consegue l’opportunità di iniziative internazionali in quanto Europa, per rilanciare il multilateralismo nei nuovi settori connessi allo sviluppo tecnologico, dove i regimi collettivi sono il pre-requisito per assicurare, nel tempo, la sostenibilità e l’inclusività dei processi tecnologici stessi. La ragnatela europea odierna di intese e di formati, specie in tema di sicurezza e difesa, soprattutto tra Francia, Germania, Regno Unito ed Italia (nonché Polonia e Spagna in alcuni formati), testimonia la complessità di coagulare un nuovo, più coeso ed autorevole, soggetto europeo (congiuntamente area UE e UK) nell’ordine mondiale contemporaneo, mantenendo sovranità nazionali temperate, appunto, da cooperazioni bilaterali rafforzate e da assetti comunitari a geometria variabile.

I barometri europei indicano che, al di là dei meccanismi istituzionali, i temi basilari della libertà, della giustizia sociale e della tutela ambientale riscontrano tutt’oggi il consenso di larga parte delle opinioni pubbliche, sia pure in termini interpretativi dei singoli valori, non sempre coincidenti tra i vari Paesi. Sempre valido punto di partenza, come matrice comune, è la triade liberté-égalité-fraternité. Ovviamente, occorre attualizzarne i contenuti. Sintetizzando, è possibile un aggiornamento sviluppando tre piste. La libertà nel XXI secolo si declina, sulla scia degli sviluppi dalla Dichiarazione universale del 1948 ad oggi, in diritti civili, politici, sociali, economici e culturali, sia individuali che collettivi, che necessariamente devono sottendere anche il concetto di responsabilità (individuale e collettiva), versione moderna e più accattivante del concetto di dovere. Su tale aspetto, possono coadiuvare le tradizioni e identità dei singoli popoli.

L’uguaglianza, a lungo considerata, nelle ideologie del socialismo, in conflitto con la libertà, può trovare oggi la sua declinazione non tanto nel liberalismo del secolo scorso, anch’esso in parte confutato dai fatti, bensì nel concetto di equità. In termini concreti, il concetto di equità consente di amalgamare impianti giuridici nazionali differenti, di aggiornare norme per via interpretativa attraverso le superiori Corti e di assicurare migliore inclusività sociale di fronte a fenomeni emergenti di varia natura. La fraternità, nell’accezione moderna, è la solidarietà, declinabile in termini individuali, collettivi e nei rapporti internazionali tra Paesi e popoli. In termini di politiche sociali, essa si è tradotta nel concetto di welfare, ormai elemento fondante ed imprescindibile delle società europee, al di là delle specifiche scelte nei singoli Paesi.

Anzi, la solidità ormai valoriale del welfare sollecita oggi una convergenza tra i singoli modelli: non è qui in gioco la sovranità nazionale, bensì la coesione at large tra cittadini e, in ultima analisi (tramite meccanismi di trasmissione micro e macroeconomici), la stessa competitività del continente europeo verso il resto del mondo. Infine, si sta affermando, a livello sia di cittadini che di classi politiche, la nozione di beni comuni globali (common global/public goods). La progressiva consapevolezza della loro rilevanza e connessione con democrazia e regimi internazionali condivisi, costituisce peraltro un fattore strumentale, in Europa, per ridurre il malessere verso la democrazia e per rendere tangibile e lungimirante il concetto di solidarietà. Aggiungasi che la contestualizzazione a livello europeo dei beni comuni globali (quali ambiente, salute, pace, sicurezza alimentare, patrimonio culturale) può rappresentare un collante formativo intergenerazionale, suscettibile di alimentare una identità europea.


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