Skip to main content

Antisemitismo. Il j’accuse di Vittorio Robiati Bendaud

Di Vittorio Robiati Bendaud

Lo scrittore e saggista Vittorio Robiati Bendaud riflette sull’antisemitismo, non residuo d’ignoranza ma struttura profonda, capace di travestirsi da progresso e riemergere oggi nell’antisionismo e nelle rimozioni storiche (dagli armeni alle ambiguità della memoria “inclusiva”). Sullo sfondo, la crisi della democrazia liberale, terreno fertile per il ritorno di vecchi fantasmi

Nella mia mente il 25 aprile o il 27 gennaio sono “giorni da cancellare”. Non perché ignori la storia. Mio nonno, Nino Robiati, era un giornalista fascista, che conobbe Hitler e scrisse quello che all’epoca fu un bestseller, La Germania di Hitler (che non ho mai avuto il coraggio di leggere).

Il mio prozio, don Vittorio Genta, amico e confessore di D’Annunzio, eroe a Caporetto e in altri fronti, tutt’altro che antisemita e con parenti ebrei, aderì alla Repubblica Sociale, aiutando comunisti (che preferiva ai democristiani) ed ebrei, divenendo poi amico di Mario Soldati, che gli dedicò un libro.

Poi ci siamo noi, il resto della famiglia, ebrei di Libia, che conosciamo due diverse storie e forme di antisemitismo: quello occidentale-cristiano e quello delle società islamiche, non meno oscuro.

Siamo saponette? Immagino “vegan free”, per rimanere in tema con certi mantra cretini. Purtroppo in questi anni si è educato diseducando.

Si è ridotto indebitamente e falsamente l’antisemitismo a frutto dell’ignoranza e a male accessorio, grande menzogna.

Si è ridimensionata la forza strutturante e coagulante, costruttiva, dell’antisemitismo per le società occidentali e mediorientali.

Si è occultato il suo presentarsi, sin dalle antiche polemiche patristiche – che erano già anche politiche -, come progresso, con tutto il compiacimento morale e intellettuale che veicola il sentirsi migliori rispetto a un altro, da cui però non posso prescindere e che, come tale, rimpiango e detesto.

Si è dimenticato che si tratta, per eccellenza, di un odio simbolico culturale, creato e plasmato da intelletti potenti ed eccezionali, da Agostino a Kant e ben oltre, che ha prosperato nelle accademie, e che ancora lì, come è suo costume, si annida e prospera.

La Shoah fu solo un effetto, e certamente non l’ultimo. Certo significa ammettere un’enormità difficile da digerire, tanto più da maneggiare.

Quando in Europa si dovettero, in funzione filo-turca, demonizzare gli armeni, si ricorse all’antisemitismo applicato agli armeni.

Così, nelle università e non nelle bettole, sulla stampa colta, anche ecclesiastica, e non sulle riviste porno, gli armeni divennero, dalla teologia alla fisiologia, super-ebrei.

Come pure, nella vignettistica, il corpo degli armeni, diventava sempre più sovrapponibile alle caricature deformidegli ebrei. Poi fu genocidio.

Vogliamo parlare della vignettistica contemporanea, veicolata dalla stampa italiana, circa ebrei e Israele?

Abbiamo voluto una memoria inclusiva, per “mai più” ancora più universali. E si è mancato ulteriomente il bersaglio, con universalizzazioni erronee.

Sorvolando sul caso armeno, ho assistito, e mi limito al Memoriale milanese, ad accostamenti dubbi, eccezion fatta per la memoria dello sterminio dei Rom, il cui uso tuttavia troppo spesso puzzava di strumento politico.

Non ho mai sentito – vorrai mica turbare Sant’Egidio – parlare a chiare lettere del genocidio culturale, per cancellazione sistematica nei secoli, patito dagli omosessuali, sino alle storie delle prime trans, tutte ebree, alcune persino osservanti e talora anche sopravvissute ai campi?

Immaginiamoci quando, un po’ più di un secolo fa, alcuni ebrei, e tra loro uno dei padri del Sionismo, Max Nordau, iniziarono ad animare ciò che sarebbe via via divenuto l’attuale movimento di liberazione omosessuale.

Il cortocircuito fu tremendo: era la prova, ancora una volta secondo gli antisemiti, della corruzione ebraica della buona, morale, devota, società cristiana (mentre nel mondo orientale sempre lì si era confinati: i bordelli li gestivano ebrei e cristiani, dove i dominanti andavano a copulare con le/i dominati).

La prima clinica che fece operazioni per trans era ebraica: ebrei i medici, ebrei i pazienti.

Storie che danno fastidio, nel cortocircuito dell’antisemitismo degli uni (perché questo oggi domina molto mondo omosessuale, quello del pinkwashing) e dell’omofobia degli altri. Ma è storia.

E tante, troppe, dolenti, storie umane.

A onore dell’ebraismo, va detto che, tra i suoi massimi poeti liturgici e mistici, ha conservato l’opera di un certo Rabbì Israel (!), un genio della letteratura, che fu rabbino a Gaza, ove è sepolto, che pare, a detta dei suoi illustrissimi detrattori, organizzasse festini gay.

Al netto dell’amarezza e dell’infamia che questo benedetto uomo dovette subire (e ancora subisce), specie sotto forma di maldicenza, ingigantita o reale che fosse, l’intera querelle è conservata nella storia ebraica – e chissà se le altre due maggioranze religiose l’avrebbero mai fatto! – e, nonostante ciò, i suoi canti, celeberrimi, sono ancora cantati nelle sinagoghe di tutto il mondo.

Andrebbe chiesto a molti omosessuali, al netto per la fascinazione maschia per il presunto “bon sauvage”, il perché dell’antisemitismo attuale.

La risposta è che una comunità vulnerabile e diffamata, inchiodata al presente e drammaticamente scippata della sua storia, cerca, come farebbe chiunque, un accredito morale, che le sinistre hanno offerto nel palestinismo e persino ora nella difesa dell’Iran, un appiglio di moralità da esibire o a cui aggrapparsi.

Peccato che in Iran dopo essere stati abusati si penzola dalle gru, dove perfino la pietà per il corpo umano e ai familiari è negata.

E con Hamas le cose non vanno certo meglio.

Israele fu denunciato alla Corte Internazionale dal Sud Africa, quello stesso Stato che recentissimamente proibì, aumentando il contagio e sentenziando impietosamente a morte ampia parte della sua popolazione, l’uso dei farmaci antiretrovirali ai suoi cittadini sieropositivi o malati di Hiv.

Chissà quali le categorie umane volutamente più colpite: bambini, donne, omosessuali… Fu genocidio? Non vedo sinistri scomporsi.

Torniamo agli armeni, le cui drammatiche vicende sono prolettiche. Certo l’Armenia, con il suo primo ministro è in profondissima crisi interna, forse irrimediabile.

Ma bisogna essere davvero indecenti a puntare il dito contro chi, destabilizzato da ogni dove, da oltre un secolo, è esausto e provato e non contro i suoi aguzzini o i nostri sporchi interessi occidentali.

La vittima non è e non deve essere santa. È vittima, e tanto basta. Ora, l’Azerbaijan a Baku allestisce un’inquietante mostra sulla riconquista dei suoi territori occidentali (leggasi l’Armenia).

Qualche mese fa, il cardinale Gugerotti, presidente del Pontificio Consiglio per le Chiese Orientali, con un passato da armenista insigne, ha fatto ospitare presso la Pontificia Università Gregoriana un convegno sulle antichità azere (albane, dicono loro) nei territori aviti armeni presi dall’Azerbaijan.

Il porporato, e in quale veste, sembrerebbe ignaro della nota strategia culturale genocidaria per cui, se vengono divelte le vestigia storico-religiose di un popolo nei suoi territori, si è legittimati a dire che quel popolo non è mai esistito – o non era lì -, e che dunque le sue pretese sono inique e mendaci, lasciando spazio a qualcun altro e ad altre narrazioni sostitutive.

Il Prefetto non è più persona gradita in Armenia.

L’accaduto è analogo a quanto l’Onu è riuscito a fare circa il Monte del Tempio, negandone il carattere ebraico (e così la storia cristiana) e sancendone il carattere arabo-islamico.

Ovviamente si scomposero solo gli ebrei. Sono strategie che vengono da lontano, in un’infinitaguerra delle parole, per cui, in una delle sue peggiori note antisemite, Immanuel Kant, per intendere gli ebrei, scriveva “dei palestinesi che vivono tra noi”.

E così si arriva sino alla sionista “Brigata Ebraica”, detestata da chi odia la Storia, inclusa quella dei propri liberatori, che all’epoca si chiamava “Brigata Palestinese”.

È una strategia imperniata con quella vigliacca e infida teologia di risulta a cui si abbevera molto cristianesimo che preferisce parlare di Maryàm, in aramaico ma anche in arabo, piuttosto che di Miryàm in ebraico: laddove, se non negabile, l’ebraicità di Maria deve essere ridimensionabile quanto più.

Con buona pace dell’antico e splendido inno Ave Maris Stella, poetica corruzione di Maris Stilla, “goccia del mare”, sull’interpretazione midrashica, ripresa da Girolamo, del nome della sorella di Mosè -Miryàm-, lo stesso di Maria.

La celebre frase di Nietzsche per cui Dio è morto non era udibile all’epoca. Quella che è morta oggi è la nostra democrazia liberale, laddove questo aggettivo è vitale quanto il sostantivo che lo precede.

È un annuncio a cui non crediamo.

È morta la prosperità media che era indispensabile quanto l’acqua da bere, è morto l’ascensore sociale, è morto il libero dibattito delle idee, che la stampa orienta (male) con semplici algoritmi all’uopo.

E sono in crisi, inevitabilmente, le libertà economiche, quelle che permisero, anche se non sufficienti, i diritti individuali, la loro tutela, e l’emancipazione di ebrei, armeni, donne, gay.

Ecco che l’antisemitismo, ossia l’antisionismo, è di nuovo pronto per il suo sporco lavoro. Buon 25 aprile.


×

Iscriviti alla newsletter