L’Adunata nazionale degli Alpini di Genova ha mostrato un’Italia diversa da quella raccontata dalle polemiche social e dalle campagne ideologiche. Tra partecipazione popolare, spirito di servizio e senso di appartenenza, le Penne Nere si confermano uno degli ultimi simboli realmente unificanti del Paese. La lettura del generale Massimo Panizzi
C’è un dato che l’Adunata nazionale degli Alpini di Genova consegna alla riflessione pubblica: in un Paese frammentato, litigioso, spesso incapace di riconoscersi in qualcosa di comune, le “Penne Nere” continuano a rappresentare una delle ultime, autentiche forze unificanti nazionali.
Lo si è visto nelle strade di Genova, invase pacificamente da più di centomila Alpini e da centinaia di migliaia di cittadini. Si è visto nella partecipazione popolare, nell’affetto trasversale, nella compostezza di una manifestazione che ancora una volta ha dimostrato come il legame tra gli Alpini e gli italiani resti profondissimo. E, non da ultimo, lo si è visto nel completo fallimento di quelle campagne ideologiche che, ormai ciclicamente, tentano di trasformare l’Adunata – come altri grandi eventi nazionali – in un processo mediatico preventivo.
Non a caso il motto scelto per questa 97ª Adunata – «Alpini faro per il futuro dell’Italia» – ha finito per descrivere perfettamente il senso più autentico della manifestazione. Perché Genova non ha celebrato soltanto una memoria gloriosa. Ha mostrato l’attualità viva di un modello umano e civile che continua a parlare al Paese.
Alla fine hanno parlato i fatti. E i fatti, quasi sempre, sono impietosi con le costruzioni artificiali.
Per settimane piccoli gruppi militanti, sbucati come d’incanto dall’anonimato, hanno cercato di dipingere l’invasione delle Penne Nere come una sorta di emergenza civile. Fischietti, manifesti, slogan, moduli anonimi, accuse preventive: il solito repertorio di minoranze ideologizzate che sfruttano eventi popolari per ottenere visibilità politica e mediatica.
Ma la realtà ha raccontato altro. Ha fotografato una città che ha accolto gli Alpini come parte della propria storia. Ha mostrato famiglie, giovani, anziani, volontari, militari in servizio e in congedo uniti nello stesso sentimento di appartenenza. Ed ha presentato una comunità nazionale che, pur attraversata da infinite divisioni, continua a riconoscere negli Alpini un simbolo di affidabilità, disciplina, solidarietà e servizio.
Non è un caso che persino chi politicamente appartiene a mondi lontani abbia dovuto riconoscere la natura profonda dell’Adunata. «Fate parte dell’anima del Paese», è stato detto dal palco istituzionale genovese. E Sergio Mattarella ha definito gli Alpini «custodi di una nobile tradizione di lealtà e coraggio», sottolineandone il ruolo come «risorsa preziosa e contributo alla vita dell’intera comunità».
È precisamente questo il punto che sfugge agli improvvisati avversari ideologici delle Penne Nere. Gli Alpini non sono un simbolo costruito artificialmente. Non sono un brand politico, né una comunità identitaria autoreferenziale. Sono memoria nazionale incarnata, una continuità storica che attraversa generazioni diverse e che tiene insieme sacrificio, senso del dovere, solidarietà concreta e amore per il Paese.
Per questo le campagne costruite ad arte non attecchiscono. Perché s’infrangono contro una reputazione costruita nei fatti, non nelle narrazioni.
Fatti che raccontano d’imprese epiche nei due conflitti mondiali e nelle più recenti missioni in alcuni dei teatri operativi internazionali più complessi e delicati. Troppo spesso si dimentica che quando l’Italia è stata colpita dai terremoti, dalle alluvioni, dalle tragedie nazionali, gli Alpini c’erano. In Friuli, in Irpinia, in Abruzzo, a Genova durante l’alluvione, dopo il crollo del Ponte Morandi. Sempre presenti e senza clamore: non appartiene alla cultura alpina il bisogno di trasformare il bene fatto in propaganda.
È qui che emerge la differenza profonda tra il Paese reale e certe élite militanti. Da una parte c’è chi costruisce dossier anonimi e campagne di demonizzazione preventiva; dall’altra chi spalava fango mentre altri distribuivano volantini.
Gli Alpini parlano poco. È forse anche questo il loro «torto», come scriveva Indro Montanelli: «parlano poco in un paese di parolai». Ma proprio questa sobrietà li rende impermeabili alle strumentalizzazioni. Non hanno bisogno di replicare ogni giorno alle accuse inventate, di occupare i talk show o di alimentare polemiche infinite. Continuano semplicemente a fare ciò che hanno sempre fatto. «Tasi e tira», è uno dei loro motti più celebri: tacere e andare avanti.
È una filosofia antica, quasi controcorrente nell’Italia contemporanea del rumore permanente, dell’indignazione seriale e delle appartenenze liquide. Ma è esattamente questa postura a rendere gli Alpini ancora credibili agli occhi di milioni d’italiani.
L’Adunata di Genova ha mostrato anche qualcosa di ulteriore: la domanda di comunità, identità e coesione nazionale è molto più forte di quanto raccontino certi circuiti mediatici e ideologici. In una fase storica segnata da guerre, instabilità e crisi profonde, gli italiani sembrano cercare riferimenti solidi, esempi concreti, forme di appartenenza non artificiali. Non slogan, ma testimonianze.
Ed è probabilmente per questo che le Penne Nere continuano a suscitare rispetto ben oltre la dimensione militare. Gli Alpini rappresentano un’idea di Italia fondata sul servizio e non sull’esibizione, sul dovere e non sul narcisismo, sulla concretezza e non sulla propaganda. «Alpini faro per il futuro dell’Italia» non è rimasto uno slogan da manifesto: a Genova è apparso, agli occhi di molti italiani, una descrizione fedele della realtà.
Per questo Genova non è stata soltanto una grande Adunata riuscita. È stata anche la dimostrazione che esiste ancora un’Italia capace di riconoscersi attorno a simboli comuni. Un’Italia che non si lascia trascinare dalle polemiche costruite artificialmente. Un’altra Italia che, quando vede gli Alpini sfilare, sa perfettamente cosa sta guardando: la parte migliore di sé stessa, quella che vorrebbe sempre vedere rappresentata.







