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Aforia digitale. Guerra cognitiva e instabilità semantica nell’infosfera

Di Michela Chioso
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La guerra cognitiva non implica necessariamente la presenza di un attore ostile identificabile. Negli ecosistemi digitali, intermittenza comunicativa, sovraesposizione simbolica e instabilità semantica concorrono a generare una pressione persistente anche in assenza di una regia deliberata, riconfigurando l’infosfera da spazio comunicativo in ambiente cognitivo ad alta intensità

Intervenendo alla celebrazione per il 165° anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, il Capo di Stato Maggiore, generale Carmine Masiello, ha sottolineato la necessità di Forze Armate capaci di garantire deterrenza, resilienza fisica e tenuta morale, ribadendo come la componente umana resti il principale “sistema” sul campo di battaglia. Masiello si è soffermato sulla minaccia ibrida e sulla necessità di rendere donne e uomini in Divisa impermeabili alla guerra dell’informazione. Il conflitto russo-ucraino ne ha evidenziato le implicazioni: non soltanto massa critica e tenuta prolungata, ma guerra tecnologica e manipolazione percettiva come componenti integrate dello scontro. Nello stesso orizzonte si colloca il non-paper del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che richiama una “strategia attiva” volta a contrastare attività ostili “adattive, multidominio e multidimensionali” capaci di colpire in modo asimmetrico i centri di gravità dei sistemi di governance. Presupposto implicito: dietro l’effetto c’è un operatore; dietro la perturbazione, una strategia.

Ma cosa accade quando l’effetto cognitivo emerge in assenza di una regia identificabile? Quando saturazione attentiva e instabilità interpretativa derivano non da un’operazione deliberata, bensì dall’interazione tra architettura delle piattaforme digitali, modelli culturali di potere e vulnerabilità relazionali?

Il fenomeno segnala una mutazione: l’emersione di ecosistemi relazionali caratterizzati da intermittenza, asimmetria informativa, esposizione continua, pressione persistente. Il problema non riguarda soltanto il comportamento individuale, ma le condizioni infrastrutturali entro cui tali dinamiche prendono forma e si alimentano.

Le piattaforme digitali hanno trasformato la comunicazione in un ambiente di esposizione continua nel quale presenza/assenza cessano di essere categorie inequivocabili. Indicatori di lettura, tempi di risposta, modifiche di stato, accessibilità selettiva, riattivazioni improvvise e presenza simultanea su più piattaforme producono stimoli ricorrenti che agiscono anche in assenza di comunicazione esplicita. La pervasività di tale pressione raggiunge persino gli ambienti operativi più protetti.

Il Capo di Stato Maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, intervenendo in audizione davanti alla Commissione Affari esteri e Difesa del Senato, ha indicato la restrizione all’uso dei social come uno dei principali fattori di difficoltà nel reclutamento, testimonianza che rivela quanto le architetture digitali siano variabile motivazionale anche nelle istituzioni più disciplinate.

In tale quadro il silenzio diviene informazione, tanto per il suo contenuto esplicito, quanto per il peso relazionale e la capacità di produrre riconoscimento/esclusione. Nelle architetture virtuali il linguaggio tende a perdere la funzione conclusiva: le parole non chiudono il rapporto con il reale, mantengono attivo il circuito interpretativo. Emerge così ciò che il linguista e semiologo Algirdas Julien Greimas definisce aforia: condizione nella quale il soggetto continua a elaborare il senso senza mai stabilizzare il significato. Tale effetto non richiede intenzionalità manipolativa: può emergere dalla convergenza tra architettura della piattaforma, temporalità rapsodica e modelli relazionali costruiti intorno al controllo delle fragilità e all’asimmetria del potere.

La socializzazione competitiva valorizza controllo emotivo, opacità strategica e regolazione selettiva dell’accessibilità come competenze adattive. Trasposte negli ecosistemi digitali, tali codici tendono però a produrre iper-sollecitazione cognitiva attraverso discontinuità comunicativa, segnali incompleti e accessibilità permanente, mantenendo il sistema relazionale in uno stato di allerta persistente.

La dottrina Multi-Domain Operations (MDO) ha mostrato come pressioni distribuite su domini differenti producano effetti superiori alla somma delle singole azioni. Nel dominio relazionale/digitale il principio assume forma analoga: messaggistica, presenza intermittente e riattivazioni simboliche non operano come canali separati ma producono continuità percettiva. Il vincolo mentale persiste anche quando la comunicazione si interrompe.

Esiste una differenza sostanziale tra un’operazione psicologica pianificata e una dinamica relazionale spontanea. Confondere i due livelli significherebbe trasformare ogni relazione ambigua in un’operazione di influenza. Al tempo stesso, leggere la guerra cognitiva esclusivamente come produzione intenzionale di contenuti ostili rischia di lasciare fuori parte del problema: le architetture digitali non inventano dinamiche di controllo e dipendenza, le amplificano e le rendono tenaci, ubiquitarie, difficili da disinnescare.

Questo spostamento di prospettiva modifica anche il concetto di difesa.

Se l’effetto emerge dalla convergenza tra infrastruttura, vulnerabilità individuale ed esercizio ostentato di potere/controllo, la resilienza non può limitarsi al riconoscimento della disinformazione o dell’attore ostile. Diventa necessaria una comprensione trasversale delle architetture digitali e dei meccanismi che favoriscono l’attivazione e la persistenza dell’ingaggio. Nel dominio digitale la minaccia non coincide sempre con un contenuto falso: in alcuni casi collima con la struttura dell’ambiente. Ed è probabilmente questa una delle trasformazioni meno comprese della guerra cognitiva in atto.


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