I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune: la pace, la sicurezza. Pubblichiamo l’introduzione al volume “Tempesta. Reykjavík, Brest, New York, Rabat e la nuova battaglia per l’Atlantico”, a firma di Mario De Pizzo e pubblicato dalla Luiss University Press
Parigi, marzo 2026. “Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos. Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948.

Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro. La contropartita era, per i Paesi europei, l’impossibilità di fatto di mutare la propria posizione nella Guerra fredda tra Washington e Mosca. Sovranità limitata, avrebbero detto i più critici, da un vincolo esterno. Un patto capace di garantire una rapida crescita economica e di rafforzare democrazie sino ad allora fragili e preda, come nel caso di Italia e Germania, dell’orrore del nazifascismo.
Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia. Gli Stati Uniti hanno cominciato a chiedere una condivisione delle responsabilità per garantire la sicurezza comune che l’Europa non è stata sin qui in grado di assumere.
L’interesse di Washington alla competizione e al contenimento della Cina ha dirottato da più di un decennio attenzione e risorse altrove, nel Golfo Persico e nel Pacifico. Eppure, il futuro dell’Occidente, e quindi del mondo, si gioca ancora una volta lungo l’Atlantico del Nord e in quattro luoghi chiave lungo le sue coste: Brest, New York, Reykjavík e Rabat. Punti sulla mappa che svelano i conflitti potenziali e quelli già in atto.
Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025, con il sorvolo di un drone. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta all’offensiva russa (ibrida, tentacolare e ridondante), sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente.
La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo. Parola che suona desueta. A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite, come sottolineerà più avanti Giuliano Amato.
Solo questo principio può guidare l’Europa in tutte le sfide della contemporaneità, dallo sviluppo tecnologico alla difesa della democrazia, alla costruzione di un nuovo rapporto con gli Stati Uniti. Reykjavík e Rabat rappresentano invece le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale.
La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali. Le potenze revisioniste – Cina, Russia, Iran, Corea del Nord – contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel.
Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti e Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune: la pace, la sicurezza. Non un progetto remissivo, rispetto alla grande ambizione del secondo Novecento, ma una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
Perché in fondo la pace vera, come disse John Fitzgerald Kennedy, “deve essere il prodotto di molte nazioni, la somma di molti atti”. Il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 spezzando il sogno di una generazione, terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”.
















