Le mosse europee di Fitto e le dinamiche tra i partiti della maggioranza offrono uno spaccato sugli equilibri della coalizione. Tra posizionamenti, tatticismi e identità politiche, emerge il tema della coesione e del ruolo che ciascuna forza intende giocare nello scenario attuale. La rubrica di Pino Pisicchio
Non sappiamo se il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto (o chi per lui) avesse avuto interlocuzioni preventive con esponenti o emissari della Lega e di Forza Italia. Sicuramente avrà preventivamente concordato con Giorgia Meloni la sua proposta di consentire l’attingimento alle risorse europee destinate alle Regioni per lenire un po’ i danni alle già provate finanze degli italiani medi, danni vistosi sui prezzi dell’energia dovuti all’impennata dei costi generata dalla crisi di Hormuz.
Di fatto l’alzata di scudi di Lega e Forza Italia, ornata persino dalla marcia su Roma dei presidenti di Regione leghisti e forzisti insieme a quelli dell’opposizione, ha denunciato un clima che non solo non s’inquadra proprio alla perfezione nell’oleografia della famiglia felice, ma si traduce politicamente in un gesto lanciato contro la presidente del Consiglio. Ciò non bastasse restano le divaricazioni, ancora più complicate da re-incollare, sui temi della Difesa (Meloni toto corde per l’allineamento decretato dalla Ue all’incremento della spesa, Salvini ormai in odore di satyagraha gandhiano, pacifista quasi quanto papa Leone) e, seppur sottoposto a precari nascondimenti, il filo d’Arianna della Lega mai spezzato con Putin si traduce in una ostilità strisciante nei confronti della scelta europea e italiana pro-Zelensky.
Nel formidabile cocktail mettiamoci pure l’arrivo di Vannacci – la cui proposta politica è ancora oscura salvo sapere che è di un decibel oltre a tutte le proposte sovraniste, a prescindere – ma aggiungiamo le prossime elezioni, che sono in sé l’elemento d’instabilità più drammatico per la politica, perché ogni brand deve rilucere più degli altri nella kasbah elettorale già in fase di allestimento. Metteteci il pizzico di sondaggi, la pillola ansiogena che i capi s’infilano in gola almeno una volta alla settimana per rincorrere un popolo che ormai s’è fatto per loro solo virtuale, ed ecco pronto il menù per raccontare di leadership in piena crisi da esaurimento nervoso.
Ci sarebbe da domandarsi che colla tiene insieme questa maggioranza se tutti noi non fossimo stati testimoni dell’attaccatutto che appiccicò Salvini a Conte nel 2018 come fratelli siamesi giammai separabili. Neanche chirurgicamente. E il governo, si sa, è una colla cianoacrilica usata per la coincidentia oppositorum. Che poi sarebbe la versione filosofica del detto “Con la Franza o con la Spagna purché se magna”, coniato parrebbe addirittura dal Guicciardini (più o meno lo stesso mestiere di Machiavelli, mica pizze e fichi…). Abbiamo ricordato, non a caso, il governo superpopulista italiano, quello gialloverde con Conte presidente e Salvini suo vice e ministro dell’Interno che firmava norme anti-immigrazione particolarmente drastiche, condivise e controfirmate dal presidente del Consiglio.
Il secondo troncone del populismo italiano, quello pentastellato, oggi è parte, con non piccole ambizioni, del fronte progressista dove inalbera bandiere non poi così distanti da quelle salviniane, almeno in politica estera, dove una certa “morbidezza” nei confronti della Russia fa fatica ad essere nascosta e la giustissima istanza di una Pace, viene agitata per negare un progetto di Difesa europea che, seppure in una strategia di deterrenza, parrebbe necessario in un tempo in cui purtroppo il testo più letto e diffuso non è “la pace perpetua” di Emmanuel Kant.
A chi tra i politologi e gli osservatori politici prevedeva, dopo l’onda populista europea che dalla Brexit in poi contaminò il continente, un riflusso democratico, andrebbe fatto osservare che, forse in modo meno eclatante di quegli anni ruggenti, ma il populismo non è affatto scomparso: è vivo e lotta gagliardamente insieme a noi. Un po’ liofilizzato tra i cosiddetti partiti tradizionali che non sanno più ragionare e far ragionare l’elettore ormai trattato come oggetto di marketing commerciale. Mail populismo in forma di movimento c’è ed è equamente distribuito nei due quadranti. E a questo punto, come disse dall’astronauta Jack Swigert pilota della sfortunata missione Apollo 13 l’11 aprile 1970, noi tutti, come Huston nel caso del pilota “abbiamo un problema”.
















