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Tutti i nodi da sciogliere per il ritorno in politica dei cattolici. Il commento di Salzano

Di Gennaro Salzano
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Nell’ipotesi di un nuovo centro che si sta delineando, siano presenti i cattolici in modo organizzato, consapevoli però della loro alterità e della loro originalità, ritrovando la dignità delle proprie ragioni e della propria missione nel mondo

In vista delle prossime elezioni politiche assistiamo a riposizionamenti e iniziative politiche che prefigurano lo schieramento di un’area di centro autonoma dalle coalizioni di centrodestra e di centrosinistra.

Allo stato è ancora presto per dire con certezza se quest’area politica, che pure da molte tornate elettorali, almeno dal 2008, si aggira costantemente intorno al 10%, sarà effettivamente presente sulla scheda elettorale. È utile però capire che cosa dovrebbe rappresentare.

Gli ipotetici animatori di questa area, affermano tutti, con virulenza più o meno marcata, grande fedeltà a Bruxelles, alle sue strutture, ai suoi dogmi liberisti. Affermano ancora una linea di politica estera dove “l’Ucraina è il cuore del nostro futuro” e “in Medio Oriente c’è una sola democrazia da difendere ad ogni costo”.

Nelle politiche economiche, quindi, come in politica estera, questa area è assolutamente indistinguibile dalle maggiori coalizioni. Ancora, i centristi affermano un’idea di famiglia e, quindi, di diritti civili pienamente in linea con la tradizione radicale, sposata in toto dalla coalizione di centrosinistra e, con piccole eccezioni, anche dal centrodestra.

Sulle questioni fondamentali insomma, si fatica a capire quali siano le differenze tra le varie opzioni che si profilano all’elettore alle prossime politiche. In questo scenario oggettivamente appiattito su posizioni indistinguibili le une dalle altre, tant’è che a Bruxelles stanno tutti dalla stessa parte, verrebbe da chiedersi che fine hanno fatto i cattolici. Vero è che, dopo l’eutanasia del Ppi, la presenza organizzata del cattolicesimo democratico è diventata via via sempre più insignificante, fino a sparire del tutto; non si può, però, in Italia, non porsi il problema di come questa cultura politica possa contribuire alla definizione dei destini del Paese. La prima questione è se essa possa essere assorbita nello scenario uniforme sopra descritto o se invece possa esprimere un’originalità estranea alle posizioni dominanti. Questa seconda opzione sembra quella più aderente alla dignità, all’unicità e alla tradizione del cattolicesimo politico italiano, fin dalla sua nascita.

Può l’economia sociale di mercato essere compatibile con il liberismo estremo predicato e praticato a Bruxelles, che sembra ormai diventato l’unica via possibile per l’economia occidentale, quasi tavole dei comandamenti? Può la tradizionale vocazione all’incontro tra popoli e culture, nel Mediterraneo e in Europa soprattutto, essere compatibile con il rifiuto di qualsiasi opzione diplomatica nella risoluzione dei conflitti? Può essere il cattolicesimo democratico compatibile con lo scempio dei diritti umani perpetrato in Medio Oriente? Può la cultura politica cattolica essere assorbita dal nichilismo antropologico che dilaga nella società italiana, sempre più sterile, dove il sostegno alla famiglia sembra ormai essere un insulto alla cultura radicale dominante in tutti gli schieramenti? Sono domande retoriche la cui risposta non può che essere una sostanziale distanza politica e culturale dalle offerte politiche del presente.

Il presente, dunque, interpella in maniera pressante i cattolici democratici che allo stato brillano per la loro assenza di fronte alle sfide epocali della contemporaneità. La prima e più importante è la ridefinizione della democrazia, che rischia di essere il suo superamento. L’intelligenza artificiale è la via attraverso la quale si immagina di organizzare la futura convivenza di individui e società. Anzi, forse più di soli individui che di loro aggregati. L’atomizzazione dei rapporti sociali, di cui la sterilità crescente è palese sintomo, sta mettendo in discussione la stessa idea di società che è fatta per sua natura di relazioni, gruppi che interagiscono, funzioni che soddisfano bisogni collettivi, rappresentazione di questi bisogni, aggregazioni di preferenze secondo modelli culturali e politici: in definitiva scelte collettive e strumenti di aggregazione e rappresentanza. Ma se la società sta diventando via via più liquida, più un insieme di singoli che un tessuto di relazioni, dove l’intelligenza artificiale è chiamata a definire scelte senza alcun sostegno culturale e ideale, è evidente che la democrazia stessa diventa uno strumento obsoleto che mal si concilia con la contemporaneità: un dato puramente formale. E come si può pensare di fare politica se siamo di fronte al rischio serio che il destinatario dell’azione politica, la società, e lo strumento che abbiamo usato negli ultimi decenni in Occidente, e che abbiamo preteso di imporre al resto del mondo, la democrazia, sono essi stessi in crisi?

La sfida dunque, che i cattolici più di altri, sono chiamati ad affrontare, è quella di un profondo ripensamento dell’idea di società, di convivenza e degli strumenti usati per la rappresentanza ed il governo. La finanziarizzazione dell’economia e, ormai, delle democrazie stesse, schiacciate da un debito detenuto in stragrande maggioranza da fondi privati; l’uso della forza come alternativa alla diplomazia nelle relazioni internazionali; il controllo di massa dei singoli individui e di interi Stati da parte di specifiche centrali di potere; l’abbandono dei diritti umani come prerogativa inalienabile dell’umanità, stanno disegnando un mondo che possiamo definire senza timore di eccessi come distopico.

I cattolici non possono, dunque, restare più silenti di fronte a sconvolgimenti che stanno mettendo in discussione il centro stesso della loro fede che è la centralità dell’uomo a immagine di Dio. Occorre che Università, centri culturali, quello che resta delle organizzazioni laicali, compiano un profondo esame di coscienza e decidano finalmente di mettere a sistema tutte le risorse di cui dispongono per offrire al Paese, ma in definitiva alla storia stessa, una risposta che sia altra rispetto a quelle dominanti che vanno tutte nella direzione di liberismo radicale e tecnocratico dove l’interesse dell’umanità è secondario rispetto a quello delle élite dominanti.

La questione centrale dunque è che occorre pensare una democrazia che dia risposte, che restituisca centralità all’uomo, che non sia controllata dalla finanza e dalle macchine entrambe concentrate in poche mani. E prima ancora occorre fare massa per affermare un’antropologia cristianamente ispirata contro la deriva nichilista che sta attraversando tutto l’occidente, palesemente funzionale all’interesse di pochi, proprio perché disarticola le relazioni sociali e quindi la possibilità stessa di costruire un’alternativa che, in assenza della enorme massa di denaro che è sempre più concentrata nelle mani di pochi, non può che trarre forza dalla individuazione di interessi collettivi sostenuti da una massa consapevole.

L’assenza prolungata di una proposta politica cristianamente ispirata sta dunque producendo danni sempre più difficilmente riparabili per le nostre democrazie e sta facendo incancrenire problemi che così diventano di sempre più difficile soluzione. Occorre coraggio, occorre consapevolezza del disastro e ferma volontà nell’assumersi l’onere di offrire una risposta. Più si procrastina il momento dell’assunzione di responsabilità più lunga e difficile sarà la traversata nel deserto.

Nel 1994 Dossetti, all’epoca del suo magnifico pamphlet “Sentinella, quanto resta della notte!” sostenne che sarebbero occorsi una ventina di anni prima che i cattolici democratici tornassero protagonisti della politica italiana. Ormai siamo a più di trenta anni dal 1994 e la situazione è sempre più drammatica. Dossetti all’epoca, quando il Ppi era appena nato, sembrò pessimista. Oggi ci rendiamo conto che fu addirittura troppo ottimista.

La via quindi è sempre più ardua, ma proprio per questo la sfida più avvincente e la responsabilità più cogente. Chi oggi vuole impegnarsi nella costruzione di una presenza politica cristianamente ispirata deve sciogliere diversi nodi fondamentali: la definizione di una chiara piattaforma politico programmatica dove i contenuti siano chiaramente riconoscibili; la disarticolazione di un bipolarismo che ha distrutto la possibilità di una sana dialettica democratica e l’espressione delle culture politiche vive del Paese; la capacità di fare massima critica per ritrovare un minimo di forza, di peso, di credibilità per sostenere queste sfide.

L’epoca dei piccoli interessi di bottega, che ha tutelato qualche posizione individuale in cambio del silenzio, probabilmente non finirà mai, ma certamente chi ne sarà ancora pervicacemente fautore sarà giudicato dalla storia e non certo in modo lusinghiero. Nell’ipotesi di un nuovo centro che si sta delineando, siano dunque presenti i cattolici in modo organizzato, consapevoli però della loro alterità e della loro originalità. I cattolici non devono più chiedere il permesso a nessuno per fare politica, ma devono ritrovare la dignità delle proprie ragioni e della propria missione nel mondo.


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