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Benvenuti nella tragedia greca 2.0. Benincasa racconta il true crime in Italia

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Il true crime in Italia, dalla fine degli anni Ottanta, ha oscillato sempre tra una volontà di decostruire la gabbia delle categorie sociali e di riaffermarle. L’elemento romanzesco da un lato punta allo spettacolo, dall’altro alla tranche de vie, senza che nessuno dei due poli possa sussistere senza l’altro. La partecipazione del pubblico da casa rivela anche la volontà di rendere questa verità-rappresentazione collettiva, partecipata, comune, una moderna versione della tragedia greca. L’analisi di Fabio Benincasa, docente di Sociologia del cinema e storia dell’arte presso la Duquesne University

Il true crime, come è evidente fin dal nome, è un genere mediatico essenzialmente di origine americana. Se le origini “nobili” si fanno risalire a operazioni letterarie come A sangue freddo di Truman Capote, in realtà ci troviamo in una zona ibrida fra giornalismo di inchiesta, letteratura e coinvolgimento diretto del pubblico. La popolarità del genere non è solo legata al fatto di cronaca in sé, ma alle rappresentazioni che produce nel pubblico, “obbligando” i media a interessarsi sia del fatto sia di queste rappresentazioni collettive. Nel suo elemento spettacolare, il crimine diventa rappresentativo di un clima socio-esistenziale e come tale viene interpretato. Il true crime è dunque l’ermeneutica possibile di un fatto che non è mai nudo e autoevidente.

Come scrive Heidegger in Essere e tempo: “Più in alto della realtà, sta la possibilità”. Il fatto in sé, come constatato dalla gran parte della filosofia continentale, riguarda molto più gli effetti possibili (e quindi le interpretazioni) che la società dà del singolo avvenimento. Effetti che si possono a loro volta o fossilizzare in una verità assoluta, ma non dimostrabile o in un’analisi sempre in divenire di ciò che il crimine suggerisce su individui,  società, esistenza, ideologie. La rappresentazione può essere ciò che copre la verità, ma anche ciò che la disvela.

Il true crime in Italia, almeno dalla fine degli anni Ottanta, ha oscillato sempre tra una volontà di decostruire la gabbia delle categorie sociali e di riaffermarle. In trasmissioni pionieristiche come Telefono giallo, Chi l’ha visto o Linea diretta, la ricerca della verità dei fatti è apparentemente oggettiva e documentaria, ma latentemente romanzesca.

L’elemento romanzesco da un lato punta allo spettacolo, dall’altro alla tranche de vie, senza che nessuno dei due poli possa sussistere senza l’altro. La partecipazione del pubblico da casa, che spesso contraddistingue il genere, rivela anche la volontà di rendere questa verità-rappresentazione collettiva, partecipata, comune, una moderna versione della tragedia greca. La ricerca stessa del “vero colpevole” diventa sempre più il focus della ricerca trasformando il genere da un’inchiesta in un’avventura collettiva, rende bene un’atmosfera che rispetto ai casi di cronaca manifesta sempre più ansie e angosce psicosociali. Nelle trasmissioni della Rai tre di Guglielmi a cui si dovrebbe aggiungere un format ibrido come Un giorno in pretura, la volontà di evocare il grande romanzo sociale tendeva a prevalere sulla pura investigazione.

L’ultima esponente di questa tendenza “balzacchiana” potrebbe essere Franca Leosini. Invece il filone che più sembra avere presa collettiva è quello dell’investigazione in cui lo stesso giornalista o criminologo che si occupa dei casi agisce più come il garante della verità e della ricerca che come un ricercatore-testimone.

Personaggi diversi tra loro come Augias, Sciarelli, Leosini, tendevano a porsi a lato della vicenda, come degli “autori” più o meno distaccati da un reale inquietante e spesso incomprensibile. In altre trasmissioni, invece, personaggi come Vespa, Bruzzone, Nuzzi e Viero, si pongono come veri e propri investigatori, avatar individuali di un’ansia collettiva di verità e giustizia. L’elemento eroico o supereroico diventa prevalente rispetto alla descrizione d’insieme e la partecipazione collettiva diventa più evidentemente politica.

Casi come i delitti di Garlasco, Avetrana, Cogne, Brembate diventano cartine di tornasole di una comunità ferita di fronte alla perdita di certezze e di orizzonti di senso condiviso. Comunità a cui la semplice contemplazione del crimine non basta più. Questa attitudine interventista però si lega allo svuotamento progressivo delle stesse istituzioni che dovrebbero garantire l’amministrazione della giustizia e la stabilità di senso della vita in comune.

Al di là della loro stessa intenzione, la presenza di una serie di guru investigativi mina l’autorevolezza della magistratura e quella della politica, arrivando a lambire la questione della crisi della rappresentanza democratica nell’era del populismo digitale. Una ricerca di giustizia guidata da un’angoscia nel dare senso alla realtà indebolisce l’architettura del diritto e delle sue procedure che non potranno che apparire farraginose e imprecise di fronte a un’ansia esistenziale.

Viceversa, le categorie spettacolari garantite dalla rappresentazione spostano l’autorevolezza dalle aule di tribunale al dibattito collettivo. Il caso di cronaca, proprio per questa sua portata metaforica, sposta le angosce collettive da una piccola comunità casualmente coinvolta in un delitto all’intera nazione, svelando una crisi di senso sociale e politica. Allo stesso modo in cui l’investigatore del true crime diventa l’avatar di una coscienza collettiva, un leader populista può porsi senza mediazioni come risposta a una minaccia, tanto più feroce quanto più dai contorni vaghi e sfuggenti. In entrambi i casi assistiamo a uno svuotamento spettacolare delle procedure dello stato di diritto dietro rapporti di potere o anche solo rappresentativo molto opachi.

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