Gianni Bisogni con il suo “L’IA ci cambierà la vita? Attese e paure”, pubblicato da Armando editore, racconta l’incontro ravvicinato del terzo tipo con ciò che rappresenta il tormentone del secolo (e forse di più), annunciato dall’intelligenza naturale di scrittori come Wells, Orwell e Asimov. Un testo divulgativo che poggia, però, su solide basi scientifiche. La recensione di Pino Pisicchio
Le statistiche dicono che la libreria non sia il luogo privilegiato dalle visite dei consumatori ma, se per caso, nonostante i numeri contro, vi dovesse capitare di entrarci potrebbe balzare subito ai vostri occhi, oltre la pila di thriller stranieri e italiani (Santo Camilleri..), una zona con affastellamento multistrato dedicata all’Intelligenza Artificiale.
È una pubblicistica alluvionale che oscilla tra l’esagerazione specialistica e l’approssimazione dilettantistica: entrambe, però, non aiutano a far progredire di un millimetro l’approfondimento di ciò che potremmo definire “l’ontologia dell’AI”, ormai parte rilevante della nostra quotidianità.
Allora squilli di tromba ai libri come quello fresco di stampa di Gianni Bisogni che, per i tipi di Armando editore, ha scritto “L’IA ci cambierà la vita? Attese e paure”. Siamo di fronte al manuale perfetto per un incontro ravvicinato del terzo tipo con ciò che rappresenta il tormentone del secolo (e forse di più), annunciato dall’intelligenza naturale di scrittori come Wells, Orwell e Asimov, un testo divulgativo che poggia, però, su solide basi scientifiche.
Gianni Bisogni di formazione fisico con seconda laurea in Giurisprudenza, specializzato in ingegneria dei sistemi di controllo e di calcolo, e una passione per la geo-politica, ha ricoperto responsabilità apicali in società internazionali di consulenza, collaborando con soggetti come l’Iri e l’Onu e costruendo attività formative di livello europeo. Insomma un intellettuale capace di managerialità e, soprattutto, curioso dell’essere umano e delle sue inesauribili possibilità. E, per ciò stesso, anche dei suoi limiti.
Questo libro, dal linguaggio che ricorda la prosa di divulgatori-giornalisti come Piero Angela e Corrado Augias, conduce il lettore ad esplorare tutti gli interstizi del fenomeno (alla data di oggi, s’intende) valutando i benefici (anche immensi) ma anche i danni (putativi ed attuali, altrettanto grandi) che ogni applicazione dell’IA reca con sé, partendo da una generosa introduzione alla materia, che spiega da “cos’è un algoritmo” al “quantum computing” fino ai sistemi in uso di IA. Per incidens: sorprende un’avvertenza dopo l’introduzione che svela un’attitudine al rapporto con gli studenti derivante dall’esperienza formativa che, nel saggio si tramuta in un raro rispetto per il lettore. A pagina nove, infatti, Bisogni dà qualche indicazione per l’uso avvisando i navigatori che se già conoscono l’essenziale sull’IA, possono passare avanti, cominciando da pagina 35. Chapeau!
Il piatto forte che farà indispensabile il libro è la parte che descrive, nel giro di due-tre pagine per ognuna, quali sono le aree di utilizzo dell’IA (ne abbiamo contate 28), partendo dallo Spazio, passando dalla filiera agroalimentare, dalle banche e operazioni di borsa, dall’alta moda, all’industria al cinema, alla produzione legislativa, alla giustizia, fino ad arrivare all’ordine pubblico, alla Sanità e all’Istruzione. Un panorama completo, puntuale, chiaro da comprendere.
Soprattutto senza inciampi nelle profezie apocalittiche genere Harari o negli entusiasmi un po’ beoti di una pubblicistica che talvolta sembra sostenuta dai produttori di Intelligenza Artificiale piuttosto che dalla ricerca della verità.
Moderato, asciutto, quasi cronachistico, con un apparato di note non esondante ma necessario e fonti di documentazione molto solide: insomma, a misura di lettore e non di ammiccamenti tra autori. Gianni Bisogni però non si sottrae ad una necessaria riflessione etica. Anzi, il saggio la situa in chiusura, come “succo” dell’intero lavoro.
Parla di epistemic trust, il pericolo di fiducia epistemica, acritica, messianica da parte dei fruitori dell’IA generativa che tendono a tramutare in totem indiscutibili i risultati della sua produzione. È un pericolo che attraversa tutte le aree d’intervento attraversate nel saggio e che coinvolge più di tutte le altre giovani generazioni.
Naturalmente le criticità sono anche altre: l’uso improprio dell’IA per produrre e mettere in circolo informazioni false in vari settori, dalla finanza alla politica, alterando processi democratici ed equilibri finanziari; l’omologazione forzosa imposta al mondo intero guardando al modello proposto dai Paesi del Nord che controllano banche dati e social network, sancendo l’egemonia di quella visione e la sudditanza delle altre culture, all’interno di uno schema che annulla le diversità del pianeta; la disumanizzazione del lavoro con l’emersione di un efficientismo imposto al processo produttivo; l’esposizione a pericoli concreti, attraverso l’accesso a data base immensi, che possono consentire la somministrazione su scala globale di agenti patogeni, sostanze inquinanti eccetera; la selvaggia spoliazione della nostra privatezza.
Effetti di una distopia che si combatte con un di più di consapevolezza ancora una volta attraverso la formazione delle nuove generazioni. Non poteva mancare il colophon con le parole di Leone XIV. Il Papa autore dell’Enciclica sull’IA nel febbraio di quest’anno si rivolgeva al Clero romano con un invito a non usare l’intelligenza artificiale per preparare le omelie. Con un tono a metà tra il serio e l’ironico, ricordando che, come tutti i muscoli che, se non li muoviamo sono destinati alla morte, così è anche per il cervello.















