In una fase in cui l’Intelligenza artificiale entra nei processi clinici, la sfida non è sostituire il medico ma liberarlo dal peso burocratico, restituendo tempo alla relazione con il paziente. La riflessione del ministro della Salute Orazio Schillaci
C’è un’immagine che continua a tornare alla mente. Un medico davanti allo schermo, la schiena voltata al paziente. Non è una metafora: è la fotografia di troppi ambulatori, anche italiani. La visita, quella vera, si è assottigliata sotto il peso della burocrazia e di sistemi informatici pensati per la rendicontazione più che per la relazione. Abbiamo costruito macchine straordinarie per diagnosticare i corpi. Abbiamo rischiato di perdere, strada facendo, il tempo di stare con le persone.
La letteratura clinica internazionale documenta con precisione il costo umano di questa deriva. Nei sistemi sanitari che hanno spinto di più sulla produttività, i professionisti interrompono il racconto del paziente mediamente dopo diciotto secondi. Il burnout tra i clinici ha raggiunto proporzioni che la stessa Organizzazione mondiale della sanità definisce sistemiche, con effetti diretti sulla qualità delle cure. Non è un problema di dedizione individuale: è la conseguenza di un’organizzazione che ha chiesto ai professionisti di vedere sempre più pazienti, sempre più in fretta. È una delle ragioni per cui stiamo investendo sulla medicina territoriale, sulle case di comunità, su un modello che redistribuisca il carico e restituisca ai medici il tempo per fare davvero il loro mestiere.
Eppure siamo al punto di svolta. L’intelligenza artificiale sta arrivando in sanità come marea, inesorabile e, in larga misura, benefica. La domanda non è se questa trasformazione accadrà. Accadrà. La domanda è come vogliamo attraversarla. Se gli algoritmi leggono radiografie, analizzano referti, trascrivono anamnesi, restituiscono tempo. E il tempo, per un medico, è la materia prima dell’empatia.
La ricerca dimostra che ogni minuto aggiuntivo con un paziente riduce significativamente il rischio di ricovero successivo. Il tempo è cura, nel senso più letterale del termine. Poche settimane fa Papa Leone XIV ha firmato la sua prima enciclica, la Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Al di là del suo valore di magistero, è un documento che pone una domanda di filosofia politica che appartiene a tutti: di fronte alla trasformazione più radicale della storia recente, sceglieremo di innalzare una nuova torre di Babele, fatta di dati e potere concentrato, oppure costruiremo qualcosa dove il progresso serve davvero le persone? Leone XIV ricorda che la tecnologia non è mai neutrale: assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la governa. In medicina questo principio ha un peso specifico enorme.
Tre principi mi sembrano ineludibili. Il primo riguarda i dati sanitari: appartengono ai cittadini, non alle piattaforme né alle strutture che li raccolgono. Il Fascicolo sanitario elettronico che stiamo rafforzando non è un adempimento burocratico: è la precondizione perché l’IA lavori nell’interesse di chi si cura. Il secondo riguarda il ruolo dei medici: l’IA deve essere loro alleata, non sostituta. La responsabilità della diagnosi resta in mano a un essere umano che conosce il paziente, ne interpreta il contesto, ne comprende la storia. Il terzo riguarda l’equità: l’innovazione non può fermarsi alle grandi strutture. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza destina risorse significative proprio alla digitalizzazione della sanità territoriale, perché un’Italia a due velocità tecnologiche non è progresso, è l’ennesima disuguaglianza travestita da modernità.
Quando avremo macchine capaci di leggere ogni radiografia meglio di qualunque radiologo, cosa resterà all’essere umano che cura? Per chi ha passato anni in corsia la risposta è semplice: resterà tutto quello che conta di più. La capacità di stare accanto a chi soffre, di ascoltare non solo i sintomi ma la paura che li accompagna, di dire la verità con delicatezza. Di essere presenti, interi, come esseri umani che scelgono di prendersi cura di altri esseri umani.
Il progresso tecnologico in sanità non si misurerà dalla potenza dei modelli. Si misurerà da un dato solo: se, dopo tutto questo, un paziente che entra in un ambulatorio sente che c’è un essere umano dall’altra parte. Qualcuno che lo ascolta. Che ha tempo per lui. Che c’è. Questo è l’obiettivo. Tutto il resto è strumento.
(Healthcare Policy 19)
















