Se l’Europa non riuscirà a inserirsi in questa nuova fase come partner industriale credibile, gli altri attori internazionali, Cina e Russia in primis, consolideranno il proprio vantaggio strategico nella ridefinizione della geografia globale delle risorse. La riflessione di Mario Di Giulio, docente di Law of Developing Countries all’Università Campus Bio-Medico di Roma e avvocato attivo nei Paesi africani
L’Africa subsahariana sta sempre più assumendo il ruolo di soggetto attivo dell’estrazione mineraria globale. I vari paesi stanno, infatti, emergendo come attori politici sempre più assertivi, capaci di utilizzare il controllo delle materie prime come strumento di pressione nei confronti delle grandi potenze industriali. L’ondata di rinegoziazioni contrattuali e revoche di concessioni che sta attraversando il continente non risponde più soltanto a esigenze fiscali o a dispute commerciali isolate. Si assiste, piuttosto, all’emersione di una vera e propria “dottrina della sovranità mineraria”, declinata con modalità che, seppure differenti, sono convergenti nei principali paesi esportatori. I governi africani stanno utilizzando i contratti estrattivi per promuovere la local beneficiation, ossia la lavorazione e il valore aggiunto in loco delle materie prime, ridefinendo progressivamente i rapporti di forza nelle catene globali del valore. Di questo, noi europei dovremmo tenere conto, se vogliamo assicurarci una continuità negli approvvigionamenti.
Un diamante potrebbe non essere per sempre: De Beers alla prova del capitalismo di Stato
Una delle evoluzioni più significative di questa tendenza si sta manifestando nel mercato globale dei diamanti. Tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, Botswana e Angola hanno avviato strategie parallele che sembrano superare il tradizionale schema delle nazionalizzazioni forzate per approdare a forme più sofisticate di capitalismo di stato.
Dopo aver ottenuto da De Beers la gestione autonoma di quote crescenti di diamanti grezzi, il Botswana, in parallelo e in consultazione con l’Angola, starebbe valutando l’acquisizione di una quota azionaria strategica nella stessa casa madre, approfittando della ristrutturazione societaria voluta dalla capogruppo Anglo American che metterebbe in vendita la partecipata. Secondo indiscrezioni circolate all’inizio di quest’anno, l’Angola punterebbe a una partecipazione compresa tra il 20% e il 30% attraverso le società statali Endiama e Sodiam. L’obiettivo non sarebbe soltanto quello di aumentare i proventi derivanti dall’estrazione, ma anche quello di acquisire una maggiore capacità di influenza nel controllo internazionale del settore. Qualora tale operazione dovesse concretizzarsi, potrebbe contribuire a spostare parte del baricentro decisionale del mercato dei diamanti verso i principali paesi produttori dell’Africa australe, riducendo il dominio storico delle piazze finanziarie occidentali.
La maggiore sensibilità cinese rispetto all’Occidente
La crescente assertività africana si inserisce direttamente nella competizione strategica tra Stati Uniti, Europa e Cina per il controllo delle materie prime critiche. Il rafforzamento dei quadri normativi nazionali, come la decisione del Ghana nel 2026 di non rinnovare la concessione della miniera aurifera di Damang, precedentemente controllata dalla sudafricana Gold Fields, oppure il Minerals Regulation Commission Act dello Zambia per il controllo di rame e cobalto, sta mettendo sotto pressione il modello operativo tradizionale delle multinazionali occidentali.
In questo contesto, emerge anche il maggiore ricorso ai meccanismi di arbitrato internazionale sugli investimenti, in particolare presso l’ICSID (International Centre for Settlement of Investment Disputes), organismo collegato alla Banca Mondiale, istituito nel 1966 per dirimere le controversie tra stati e investitori stranieri. Il sistema si fonda principalmente su trattati bilaterali di investimento (BITs) e su clausole di protezione inserite nei grandi contratti estrattivi, che consentono alle imprese di citare in giudizio uno stato davanti a tribunali arbitrali internazionali qualora ritengano che nuove normative, nazionalizzazioni o modifiche fiscali abbiano danneggiato i propri investimenti.
Per decenni questo schema ha rappresentato il presidio giuridico della globalizzazione estrattiva, offrendo alle società occidentali una tutela contro instabilità politica, espropri o cambi normativi improvvisi. Il modello è stato progressivamente oggetto di critiche crescenti, soprattutto da parte dei paesi del Sud globale. Numerosi governi africani, latinoamericani e asiatici accusano, infatti, il sistema arbitrale internazionale di limitare la propria sovranità economica, scoraggiando politiche industriali, riforme fiscali o interventi ambientali per il timore di costosi contenziosi multimiliardari.
In Africa, queste contestazioni si intrecciano con la sempre più forte convinzione che i vecchi accordi minerari abbiano consolidato rapporti economici asimmetrici ereditati dall’epoca post-coloniale. La richiesta di local beneficiation nasce anche dalla volontà di superare modelli percepiti come troppo favorevoli alle multinazionali straniere.
Tale orientamento non riguarda soltanto i tradizionali grandi esportatori minerari. Anche Uganda e Kenya stanno progressivamente adottando politiche volte a privilegiare la trasformazione locale delle risorse e una maggiore partecipazione nazionale alle catene del valore. Nel caso del Kenya, il presidente Ruto ha recentemente affermato che le materie prime africane non possono più essere semplicemente esportate e lavorate altrove, ma devono generare valore industriale direttamente nel continente.
In questa tensione, la Cina appare avere un maggiore pragmatismo rispetto agli Stati Uniti e ai paesi europei. Mentre alcune società occidentali faticano ad adattarsi ai nuovi requisiti di partecipazione locale e ricorrono con maggiore frequenza agli strumenti arbitrali internazionali, le aziende di stato cinesi si mostrano generalmente più disponibili ad accettare joint-venture paritarie e a finanziare infrastrutture industriali locali, comprese raffinerie e impianti di trasformazione (quanto poi tutto ciò si dimostri di effettivo beneficio locale resta da vedere, considerato che normalmente le opere sono finanziate in project finance difficilmente sostenibili ed eseguiti da manodopera prevalentemente cinese). La strategia cinese appare, comunque, orientata non soltanto al rendimento finanziario immediato, ma soprattutto alla sicurezza di approvvigionamento delle proprie filiere industriali e al consolidamento della propria presenza geopolitica nel lungo periodo.
Questa capacità di adattamento è visibile in diversi contesti africani. Nella Repubblica Democratica del Congo, gruppi cinesi come CMOC hanno accettato di rinegoziare gli accordi sul rame e sul cobalto aumentando il coinvolgimento dello stato congolese e investendo nel potenziamento della raffinazione locale. Anche in Zimbabwe la flessibilità cinese è emersa con chiarezza. Di fronte al progressivo irrigidimento delle norme sull’esportazione di litio grezzo e ai nuovi obblighi di raffinazione locale imposti da governo zimbawese, diverse imprese cinesi hanno scelto di adeguarsi investendo direttamente in impianti di trasformazione nel paese, anziché ritirarsi dal mercato. Dopo la sospensione delle esportazioni di minerali grezzi annunciata dallo Zimbabwe a febbraio 2026, la stessa ambasciata cinese nella capitale Harare ha invitato ufficialmente le imprese cinesi a “rafforzare la prevenzione dei rischi e la consapevolezza in materia di compliance”, sollecitando un maggiore rispetto delle normative e delle politiche locali. In Guinea, inoltre, le aziende cinesi attive nel settore della bauxite hanno progressivamente ampliato gli investimenti infrastrutturali, ferrovie, porti e impianti energetici, per rispondere alle richieste governative di maggiore ricaduta economica locale. In tutti questi casi, la priorità cinese sembra essere la continuità delle forniture strategiche più che la difesa rigida di specifici modelli contrattuali.
L’oro del Sahel e il fattore instabilità
La tendenza a questo nuovo sovranismo delle risorse, tuttavia, non assume forme omogenee. Il modello negoziale adottato da paesi come Botswana o Zambia differisce profondamente dalla dimensione militarizzata osservabile nel Sahel.
Nei Paesi controllati dalle giunte militari dell’Alleanza degli stati del Sahel (AES), in particolare in Mali, la revisione dei contratti minerari tende, infatti, ad assumere una più marcata connotazione politica e anti-occidentale. Il lungo confronto tra il governo militare di Bamako e la compagnia canadese Barrick Gold per il controllo del complesso estrattivo di Loulo-Gounkoto si è attenuato soltanto dopo la decisione della presidenza maliana, nel gennaio 2026, di accentrare direttamente la supervisione del settore estrattivo attraverso la nomina di un ministro incaricato di vigilare sull’applicazione del nuovo codice minerario.
In questi contesti caratterizzati da elevata instabilità politica e sicurezza precaria, la rinegoziazione delle rendite minerarie risponde anche a esigenze di consolidamento interno dei regimi. Le entrate derivanti dall’oro assumono così una rilevanza strategica sia per sostenere l’apparato statale sia per mantenere rapporti con partner esterni nel settore della sicurezza, inclusi gli operatori russi dell’Africa Corps, erede della precedente galassia Wagner. La sovranità mineraria tende quindi a intrecciarsi con dinamiche di sicurezza regionale a danno della trasparenza economica.
La lezione per l’Europa e lo spazio per il Piano Mattei
L’Europa e l’Italia stessa non possono restare estranee a questa riconfigurazione delle catene globali del valore. Il messaggio che emerge da diversi paesi africani è relativamente chiaro: il modello puramente estrattivo, basato sull’esportazione di materie prime grezze verso centri industriali esterni, appare sempre meno sostenibile sul piano politico ed economico.
Per l’Unione Europea, anche attraverso strumenti come il Global Gateway, la sfida consiste nel costruire partnership considerate più equilibrate dai governi africani. In questo contesto potrebbero trovare spazio sia la strategia del Piano Mattei, promossa dall’Italia, sia il progressivo riposizionamento della politica africana francese sostenuto da Emmanuel Macron. Durante l’Africa Forward Summit di Nairobi del maggio 2026, il presidente francese ha insistito, infatti, sulla necessità di superare il tradizionale rapporto donatore-beneficiario in favore di una “partnership tra pari” fondata su co-investimenti, sovranità economica e sviluppo industriale condiviso.
Investimenti infrastrutturali, trasferimento tecnologico, formazione della manodopera locale e cooperazione energetica rappresentano elementi sempre più centrali per garantire un accesso stabile alle materie prime critiche e, al tempo stesso, offrire un’alternativa sia alla forte presenza infrastrutturale cinese sia all’influenza paramilitare russa in alcune aree del continente. Se l’Europa non riuscirà a inserirsi in questa nuova fase come partner industriale credibile, gli altri attori internazionali consolideranno il proprio vantaggio strategico nella ridefinizione della geografia globale delle risorse.















