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Ankara 2026, il vertice che misura la capacità dell’Occidente di adattarsi all’era del caos

Di Giovanni Castellaneta e Pasquale Preziosa
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Il vertice Nato di Ankara (7-8 luglio) si apre in un contesto segnato da crisi simultanee – dalla guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente fino alla competizione con Cina e Russia – che impongono all’Alleanza un cambio di passo. Al centro il rafforzamento del ruolo europeo nella sicurezza, la capacità industriale della difesa e un sostegno a Kyiv che sia sostenibile nel lungo periodo. L’analisi di Giovanni Castellaneta e Pasquale Preziosa

Il Vertice Nato che si riunirà ad Ankara il 7 e 8 luglio non rappresenta soltanto un appuntamento periodico dell’Alleanza Atlantica, ma si svolge in un momento storico caratterizzato da una simultanea pressione proveniente da più teatri strategici: la guerra in Ucraina, l’instabilità mediorientale, la crescente assertività cinese e la trasformazione tecnologica della competizione militare, segnata dal ritorno del confronto tra grandi potenze e dall’emergere delle capacità ipersoniche sviluppate prima dalla Russia e successivamente dalla Cina. Tali sviluppi hanno contribuito a riaprire il dibattito sulla vulnerabilità dei tradizionali sistemi di deterrenza e difesa occidentali, inaugurando una nuova fase della dinamica strategica internazionale.

Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, la Nato è chiamata non tanto a gestire una crisi, quanto ad adattarsi a una condizione permanente di instabilità strategica. Il vertice di Ankara sarà chiamato, inoltre, a misurare non soltanto il grado di coesione politica dell’Alleanza, ma soprattutto la sua capacità di adattamento operativo, industriale e tecnologico a un ambiente strategico caratterizzato da crescente complessità, accelerazione dei processi decisionali e interdipendenza tra domini militari e non militari. Per oltre un decennio il dibattito interno all’Alleanza si è concentrato sul burden sharing, ossia sulla ripartizione dei costi della difesa. Ad Ankara il tema sarà più ambizioso. Washington non chiede soltanto agli alleati europei di spendere di più, ma di contribuire maggiormente alla produzione di sicurezza. Il passaggio dal burden sharing al burden shifting rappresenta uno dei cambiamenti più significativi emersi negli ultimi anni: una quota crescente delle responsabilità per la difesa convenzionale dell’Europa dovrà essere assunta dagli europei stessi.

La proposta di elevare progressivamente la spesa per la difesa fino al 5% del Pil è il segnale politico di questa trasformazione. La vera questione, tuttavia, non riguarda le percentuali di bilancio, ma la volontà politica e la capacità strategica dell’Europa di assumere un ruolo più autonomo nella propria sicurezza. Il secondo tema riguarda la produzione industriale della difesa. La guerra in Ucraina ha dimostrato che il problema non consiste soltanto nel possedere sistemi d’arma avanzati, ma anche nella capacità di produrli rapidamente, sostituirli dopo l’impiego e sostenerne il mantenimento nel tempo. Per decenni le economie occidentali hanno privilegiato l’efficienza delle catene di approvvigionamento globali, riducendo costi e scorte. Oggi, tuttavia, la priorità è diventata la resilienza. La Nato parla apertamente di una vera e propria “rivoluzione industriale della difesa”. L’obiettivo non è soltanto aumentare la spesa militare, ma rafforzare la capacità produttiva dell’Alleanza, ridurre le vulnerabilità delle filiere strategiche e garantire la disponibilità continuativa di munizioni, missili, sistemi di difesa aerea, droni e componenti tecnologiche avanzate. Il tema investe direttamente l’Europa poiché il livello di  deterrenza non dipenderà soltanto dalla qualità delle piattaforme militari, ma anche dalla capacità industriale di sostenerne l’impiego in conflitti prolungati e ad alta intensità. La base industriale della difesa è quindi tornata ad essere un elemento essenziale della sicurezza collettiva.

La guerra in Ucraina ha infatti riportato al centro un principio che molti ritenevano appartenente al passato: la superiorità tecnologica, se non accompagnata da un’adeguata capacità produttiva, rischia di trasformarsi rapidamente in una vulnerabilità strategica. In un conflitto di lunga durata, la capacità di produrre, riparare, sostituire e innovare può risultare altrettanto decisiva della qualità dei sistemi impiegati sul campo di battaglia.

Il sostegno all’Ucraina rimane il terzo pilastro del vertice, ma anche su questo dossier il dibattito è profondamente cambiato. Mentre nel 2022 la domanda era come aiutare Kyiv a resistere all’aggressione russa, oggi la questione centrale è come rendere sostenibile nel lungo periodo il sostegno militare, economico e politico all’Ucraina senza compromettere la capacità di deterrenza e di prontezza operativa degli alleati. La posta in gioco va oltre il destino dell’Ucraina. È in discussione la credibilità stessa dell’Alleanza Atlantica, la sua capacità di sostenere nel tempo gli impegni assunti e di dimostrare che la pressione strategica esercitata da una potenza revisionista non può modificare con la forza gli equilibri di sicurezza europei.

Anche la scelta di Ankara come sede del vertice possiede un significato geopolitico che trascende il protocollo. La Turchia occupa una posizione strategica unica all’intersezione tra Mar Nero, Mediterraneo, Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale. La guerra in Ucraina, la crisi iraniana, le dinamiche energetiche e la crescente instabilità regionale hanno riportato la Turchia al centro della geografia strategica euro-atlantica. Per il presidente Erdoğan, il vertice rappresenta un’importante occasione per riaffermare il ruolo del Paese quale attore indispensabile della sicurezza regionale e ponte strategico tra Europa, Medio Oriente e Asia. Ankara punta, inoltre, a consolidare la propria centralità all’interno dell’Alleanza e ad accrescere la propria partecipazione alle iniziative di difesa e ai programmi industriali occidentali.

Non è casuale che la Nato si riunisca proprio in Turchia. Se Bruxelles rappresenta il centro politico dell’Alleanza, Ankara ne rappresenta oggi uno dei principali punti di contatto con le aree di instabilità che stanno ridefinendo l’ambiente strategico contemporaneo.

Esiste però una dimensione meno visibile che attraversa tutti i dossier del vertice. Le minacce contemporanee non si manifestano più come fenomeni isolati, ma come elementi interconnessi di uno stesso sistema. La sicurezza euro-atlantica è oggi il risultato dell’interazione simultanea tra dimensioni militari, energetiche, industriali, informative, cyber e cognitive. La guerra in Ucraina influenza la produzione industriale e le catene di approvvigionamento, la crisi iraniana condiziona i mercati energetici globali, le campagne di disinformazione alterano la percezione delle opinioni pubbliche e le vulnerabilità digitali possono incidere direttamente sulla capacità operativa e militare degli Stati.

La Nato si trova quindi di fronte a una sfida nuova. Non si tratta più soltanto di difendere il territorio degli alleati, ma di operare efficacemente all’interno di sistemi complessi caratterizzati da interdipendenze crescenti, effetti a cascata e dinamiche non lineari. La tradizionale distinzione tra sicurezza militare, economica, tecnologica e cognitiva tende progressivamente a dissolversi, lasciando il posto a un ambiente strategico nel quale ogni crisi può propagarsi rapidamente da un dominio all’altro.

Ankara potrebbe dunque essere ricordata come il vertice nel quale l’Alleanza ha preso pienamente atto che la normalità strategica non coincide più con la stabilità, ma con l’incertezza. In questo contesto, la capacità di adattamento, la resilienza e l’apprendimento continuo diventano importanti quanto la stessa deterrenza.

Per l’Europa la posta in gioco è particolarmente elevata. Se non riuscirà a trasformare il proprio peso economico, tecnologico e industriale in capacità strategica, rischierà di rimanere uno spazio attraversato dalle strategie altrui. E questa, più che una sfida militare, è una sfida geopolitica e storica.


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