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L’algoritmo educativo e l’umanesimo digitale. La proposta di Caligiuri

Di Franco Mileto
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Il saggio di Caligiuri, “L’algoritmo educativo e i suoi nemici”, propone di riportare l’Intelligenza artificiale dentro una cornice pedagogica e politica, contrastando il dominio del capitalismo della sorveglianza e orientando gli algoritmi verso finalità critiche ed emancipative, con il decisore pubblico chiamato a guidare questa transizione. La recensione di Franco Mileto

Il saggio di Mario Caligiuri L’algoritmo educativo e i suoi nemici, recentemente pubblicato sul numero 2026-1 della rivista “Studi della Formazione” diretta da Alessandro Mariani, interviene nel dibattito sull’Intelligenza artificiale compiendo un’operazione teorica essenziale: sottrae l’innovazione tecnologica al mero determinismo ingegneristico per restituirla al dominio della responsabilità pedagogica e politica. L’autore inquadra con lucidità l’attuale egemonia del “capitalismo della sorveglianza”, delineando un ecosistema in cui le grandi piattaforme digitali monetizzano sistematicamente i comportamenti, le attitudini e le intenzioni dei cittadini.

Di fronte a questo scenario, in cui i colossi del web non hanno alcun interesse commerciale a promuovere il pensiero critico, la proposta di Caligiuri si distingue per il suo coraggio intellettuale: progettare algoritmi riconvertiti a fini cognitivi ed emancipativi. Se l’economia comportamentale ha dimostrato l’efficacia di questi strumenti nell’indurre al consumo attivando specifiche aree cerebrali, la scommessa è invertire tale sollecitazione neurocognitiva per stimolare la riflessività. Tuttavia, per cogliere appieno la portata di questa metamorfosi del mondo e sottrarre l’idea di algoritmo educativo al rischio di un’affascinante utopia, occorre compiere un passo ulteriore sul piano della prassi. Caligiuri evidenzia correttamente come la tradizionale media literacy si stia rivelando insufficiente di fronte a infrastrutture algoritmiche strutturalmente opache. Egli invoca, a ragione, un’inedita alleanza tra pedagogia, neuroscienze cognitive e ingegneria informatica per agire direttamente sulle architetture dell’apprendimento. Affinché questa alleanza si riveli feconda, appare necessario individuare ecosistemi applicativi concreti in cui testare tale riconversione.

Il banco di prova d’elezione per l’algoritmo educativo non risiede in astratti modelli di laboratorio, bensì nei cantieri complessi delle discipline umanistiche digitali e della conservazione della memoria. La digitalizzazione dei grandi archivi storici e letterari offre il terreno ideale per questa sperimentazione. Si pensi, per citare un caso di straordinaria densità, al complesso e rigoroso lavoro condotto sui manoscritti e sui carteggi del fondo Fortunato Seminara, che costituisce oggi uno spazio di ricerca vivo e consultabile (www.fondazioneseminara.it). Di contro, la dolorosa inaccessibilità di tanti altri archivi dimostra plasticamente quanto l’infrastruttura tecnologica della memoria sia fragile se priva di una cura sistemica e duratura. L’applicazione di un algoritmo educativo a simili patrimoni non si limiterebbe all’indicizzazione meccanica dei dati. Al contrario, addestrato sulla filologia, sulle varianti d’autore e sulle reti di relazioni intellettuali, il dispositivo si configurerebbe come un vero e proprio strumento maieutico. Invece di assecondare la rapida soddisfazione del consumo compulsivo, un algoritmo così declinato imporrebbe la lentezza dell’approfondimento critico, abituando lo studioso e il cittadino a decodificare la complessità testuale.

Questa prospettiva applicativa risolve, mettendolo a terra, il nodo squisitamente politico sollevato dal saggio. Caligiuri, richiamando la nozione di Stato innovatore di Mariana Mazzucato, invoca il ritorno del decisore pubblico come attore principale, capace di orientare lo sviluppo tecnologico verso il bene comune. Indirizzare gli investimenti verso la creazione di reti culturali avanzate, trasformando i poli archivistici e i parchi letterari in veri e propri presidi cognitivi territoriali, significherebbe tradurre l’algoritmo educativo in un’infrastruttura democratica tangibile. L’obiettivo ultimo, prendendo a prestito la pregnante formula di Edgar Morin ripresa nel testo, non è la mera accumulazione di nozioni, ma la formazione di una “testa ben fatta”.

Il lavoro di Caligiuri si impone dunque non solo come una diagnosi lucida della contemporaneità, ma come un imprescindibile manifesto per una nuova progettualità pedagogica. Promuovere questa visione significa riconoscere che l’Intelligenza artificiale non determina ontologicamente la fine del libero arbitrio, a patto che le istituzioni del sapere se ne assumano la regia. L’algoritmo educativo rappresenta, in ultima istanza, lo strumento attraverso cui la grande tradizione dell’umanesimo critico può non solo sopravvivere alla transizione digitale, ma diventarne il principio ordinatore.


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