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Perché l’elettrificazione è la nuova politica industriale europea

Di Nicola Rotolo, Francesco Salustri e Carmine Soprano
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Non solo decarbonizzazione. Shock energetici e nuove tensioni geopolitiche hanno cambiato il significato della transizione energetica. L’elettrificazione diventa oggi una sfida di sicurezza economica, competitività e politica industriale. Prosegue il dibattito legato al volume Una bussola per l’Europa, a cura di Luigi Paganetto, che raccoglie i contributi di un anno di attività del Gruppo dei 20

L’Europa non deve soltanto produrre energia più pulita. Deve consumare energia in modo diverso. Potremmo riassumere così la lezione più importante lasciata dagli shocks degli ultimi anni. L’invasione russa dell’Ucraina, le tensioni nello Stretto di Hormuz e la crescente rivalità geoeconomica tra Stati Uniti e Cina hanno ricordato che l’energia non è soltanto una questione climatica. È una questione di sicurezza economica, competitività e autonomia strategica. Il quadro è noto. Nel 2024 la dipendenza energetica dell’Unione Europea era ancora pari a circa il 57%, con una forte esposizione alle importazioni di petrolio e gas. Se il rapido disaccoppiamento dal gas russo dopo il 2022 ha rappresentato un successo, le recenti tensioni in Medio Oriente hanno dimostrato quanto la volatilità dei combustibili fossili continui a riflettersi sui costi dell’economia europea. Non sorprende che oggi i prezzi dell’energia per uso industriale nell’Ue risultino 2,2 volte superiori a quelli statunitensi, 2 volte quelli cinesi e circa 1,2 volte quelli del Giappone.

È in questo contesto che l’elettrificazione assume un significato nuovo. Non rappresenta soltanto una politica climatica, ma una politica industriale. E’ uno dei pilastri della nuova Age of Electricity (copyright Agenzia Internazionale dell’Energia) nella quale mobilità, industria, riscaldamento, intelligenza artificiale e data centers saranno sempre più alimentati dall’elettricità. Eppure oggi quest’ultima copre appena il 22% dei consumi finali di energia, mentre circa il 60% dell’offerta energetica primaria continua a passare attraverso combustibili fossili prima di arrivare agli utilizzatori finali. È proprio qui che si gioca la sfida dell’elettrificazione: sostituire progressivamente petrolio, gas e carbone con elettricità prodotta da fonti a basse emissioni. L’opportunità non è soltanto ambientale.

Secondo l’Iea, entro il 2035 il mercato globale delle tecnologie legate all’elettrificazione – veicoli elettrici, batterie, pompe di calore, motori elettrici e infrastrutture di rete – sarà circa otto volte più grande di quello delle tecnologie per la sola produzione di energia rinnovabile. Secondo altre stime, portare il tasso di elettrificazione dei consumi finali europei al 35% entro il 2030 consentirebbe inoltre di generare risparmi fino a 250 miliardi di euro l’anno entro il 2040, grazie alla minore dipendenza dai combustibili fossili e alla maggiore efficienza energetica.

La competizione, tuttavia, è già iniziata. Se sul fronte delle rinnovabili Europa, Stati Uniti e Cina presentano quote di solare ed eolico nella generazione elettrica ormai simili – comprese tra il 15 e il 20% – sull’elettrificazione il divario è marcato. Nell’ultimo decennio la Cina ha aumentato di quasi 10 punti percentuali la quota di elettricità nei consumi finali, arrivando intorno al 30%. Europa e Usa sono invece rimasti fermi tra il 21% e il 23%, con l’Ue bloccata attorno al 21% da oltre dieci anni. A ciò si aggiunge un ritardo industriale che riguarda ricerca, innovazione e filiere strategiche: l’Europa investe in ricerca e sviluppo il 2,24% del Pil, contro il 3,46% degli Stati Uniti e il 4,9% della Corea del Sud, mentre rappresenta appena il 5% del venture capital mondiale, a fronte del 52% statunitense e del 40% cinese.

L’elettrificazione, però, non può limitarsi a sostituire una dipendenza con un’altra. Oggi l’Unione importa dalla Cina il 100% delle terre rare pesanti, circa l’85% di quelle leggere e il 98% dei magneti permanenti necessari alle tecnologie elettrificate. Per questo l’elettrificazione non rappresenta un’alternativa alla strategia europea sui minerali critici, sui semiconduttori e sulla sovranità tecnologica, bensì l’asse attorno al quale costruire un’identità industriale coerente con le sfide geoeconomiche del nostro tempo.

Negli ultimi due anni Bruxelles sembra aver preso coscienza della portata della sfida, intervenendo lungo tre direttrici. La prima riguarda il mercato elettrico, con la riforma del 2024 che punta a ridurre l’esposizione di famiglie e imprese alla volatilità del gas attraverso contratti di lungo periodo. La seconda concerne le infrastrutture abilitanti: il piano AccelerateEU mira ad aumentare la capacità europea di accumulo da 55 a 200 GW entro il 2030, mentre nel solo 2025 l’Unione ha installato 27,1 GWh di nuove batterie (+45% rispetto all’anno precedente), raggiungendo una capacità complessiva di 77 GWh.

La terza è di natura industriale: il Net Zero Industry Act punta a produrre nell’Unione almeno il 40% del fabbisogno annuo di tecnologie pulite, rafforzando al tempo stesso le filiere europee delle batterie, delle reti e delle altre tecnologie strategiche. Anche il ritorno del nucleare nel dibattito europeo può contribuire ad alimentare un sistema sempre più elettrificato, ma non modifica la priorità del prossimo decennio. Tempi di realizzazione, costi e nuove dipendenze lungo la filiera nucleare suggeriscono infatti che la sfida decisiva resti quella di accelerare l’elettrificazione dei consumi e consolidare le filiere industriali europee. La direzione intrapresa dall’Unione appare oggi più chiara rispetto al passato. Resta però da trasformare un insieme di iniziative ancora frammentate in una strategia industriale coerente e di lungo periodo. Perché la posta in gioco non riguarda soltanto la transizione climatica: riguarda la capacità dell’Europa di restare competitiva e autonoma in un mondo in cui energia, tecnologia e commercio sono sempre più strumenti di potere. Accettiamo la sfida?


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