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I cattolici popolari non sono i cattolici indipendenti di sinistra. L’opinione di Merlo

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La tradizione del cattolicesimo popolare e sociale rivendica la propria autonomia, distinguendosi nettamente dall’esperienza dei cattolici indipendenti di sinistra e dal loro percorso politico. L’intervento di Giorgio Merlo

Con buona pace dei Bettini di turno e pur sempre nel rigoroso rispetto di tutte le posizioni in campo, forse è anche arrivato il momento per dire con chiarezza, franchezza e trasparenza che il cattolicesimo popolare e sociale non ha nulla a che vedere – ma proprio nulla – con la tradizione, altrettanto nobile e significativa, dei cosiddetti “cattolici indipendenti di sinistra”. Cioè di quella esperienza che fu resa celebre per le candidature di alcuni cattolici all’interno delle liste del Pci negli anni ‘70 e ‘80. E che oggi, guarda caso, sta ritornando – seppur con una versione diversa e aggiornata – nel Pd di Schelin. Posizioni che, come ormai tutti sanno, non hanno nulla a che vedere con la storia, la tradizione, la cultura, il pensiero e la stessa prassi del cattolicesimo popolare e sociale italiano. Lo dico non per spirito di polemica ma per la semplice ragione che non si possono confondere le cose. Confusione che sarebbe negativa per entrambe queste concezioni che, è bene ripeterlo e ricordarlo, erano e restano profondamente alternative. E questo per due ragioni di fondo.

Innanzitutto la tradizione e la storia concreta dei cattolici popolari e dei cattolici sociali, nella vicenda democratica del nostro Paese, non sono mai state ornamentali, gregarie, irrilevanti o ininfluenti nei partiti in cui si impegnavano e nelle rispettive coalizioni. Questo filone di pensiero non ha mai avuto un comportamento remissivo o puramente testimoniale. Al contrario, è la storia stessa a dirci che questa tradizione, attraverso le donne e gli uomini che si riconoscevano in questa specifica cultura politica e negli strumenti dell’agire politico – appunto, i partiti e le coalizioni – non è mai stata marginale o periferica, seppur con gli alti e bassi che caratterizzano qualsiasi esperienza politica, culturale e programmatica.

Vogliamo fare degli esempi concreti della prima e della seconda repubblica? Certamente non mancano. Basti pensare alla sinistra sociale della Dc con Carlo Donat-Cattin, Franco Marini, Guido Bodrato e Sandro Fontana, solo per citarne alcuni. O alla sinistra politica di Base di Ciriaco De Mita, Luigi Granelli, Tina Anselmi, Giovanni Galloni, Mino Martinazzoli per fermarsi ad alcuni leader. Ma anche le altre espressioni dei cattolici impegnati in politica durante l’intera stagione della prima repubblica – i grandi leader e statisti come Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Emilio Colombo e molti altri ancora – hanno sempre avuto un ruolo da protagonisti politici e mai da comprimari. Come, del resto, per fermarsi alla seconda repubblica, la concreta esperienza del Ppi di Marini e Gerardo Bianco, la stessa Margherita o la prima esperienza del Pd. Un percorso che, oggi, si è bruscamente interrotto perché sostituito, purtroppo, da comportamenti che assomigliano sempre di più alla prassi dei “partiti contadini” di sovietica memoria che non alla storia originale e specifica dei cattolicesimo popolare e sociale.

In secondo luogo la storia, il pensiero e la cultura dei cattolici popolari e sociali non possono essere credibili, nonché coerenti, se sono presenti in partiti e in coalizioni che hanno un’altra ragione sociale, che coltivano altri valori, che perseguono progetti politici lontani se non addirittura alternativi rispetto al pensiero e alla tradizione storica del cattolicesimo popolare e sociale. Detto con parole ancora più semplici, una presenza politica che non riesce minimamente a costruire o a condizionare il progetto politico del partito in cui si milita perché, semplicemente, si è culturalmente estranei, è anche un modo per ridicolizzare e umiliare la stessa cultura in cui ci si riconosce.

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, non c’è alcuna correlazione, alcuna sintonia, alcun confronto e, in ultimo, alcuna convergenza tra esperienze politiche che hanno percorsi, metodi e comportamenti diversi se non addirittura alternativi tra di loro. Insomma, i “cattolici indipendenti di sinistra eletti nelle liste del Pci” sono altra cosa, tutt’altra cosa, rispetto alla storia secolare del cattolicesimo popolare e sociale e al concreto comportamento dei cattolici popolari e sociali impegnati nella vita pubblica del nostro Paese.


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