Il sondaggio Polling Europe nei ventisette Stati membri fotografa un’Unione divisa sull’ingresso dell’Ucraina, favorevole al rientro britannico e compatta nel chiedere una riforma delle istituzioni. Ecco le percentuali
L’allargamento resta il nodo su cui l’opinione pubblica europea fatica a trovare una sintesi. O almeno questo è quello che emerge dall’ultima rilevazione di Polling Europe, società nata dalla collaborazione tra l’italiana Swg e la francese OpinionWay. A partire dal tema “centrale”, ovvero quello dell’Ucraina, con solo il 49% dei cittadini dell’Unione che è favorevole all’ingresso dell’Ucraina, mentre il 39% lo respinge o lo rinvia. Ma della prima categoria solo il 19% vuole accogliere Kyiv “il prima possibile”, mentre il 30% subordina l’adesione al completamento delle riforme richieste agli altri candidati. Sul fronte opposto, il 18% preferirebbe una fase intermedia di associazione, con garanzie di sicurezza ma senza diritto di voto, mentre il 21% si oppone in modo netto.
La geografia del consenso smentisce l’intuizione più immediata. Il sostegno più alto non arriva dai Paesi di prima linea ma dalla Spagna (65%, con appena il 6% di contrari), mentre la Polonia si colloca all’estremo opposto: 42% di favorevoli, 28% di contrari e solo l’8% disposto ad accelerare. In Francia e Germania i favorevoli sono al 41%, mentre in Italia al 52%. Il vero spartiacque non corre lungo l’asse geografico, ma su quello politico: S&D al 67% di opinioni favorevoli, Ppe e Renew Europe al 59%, Verdi al 54%, Gue/Ngl al 48%, poi la discesa verso Ecr (43%), Patrioti (36%) ed Esn (21%).
Assai più univoca la risposta sul possibile rientro del Regno Unito, a condizione che accetti le stesse regole degli altri Stati membri: il 67% è favorevole, il 19% contrario. L’Italia guida con il 77%, davanti a Polonia (70%) e Spagna (67%); la Francia resta la più fredda, al 59%. Il dato politicamente rilevante è la trasversalità: anche tra gli elettori di Ecr il favore tocca il 67% e tra i Patrioti il 61%. La Brexit appare una parentesi da chiudere, seppure alle condizioni di Bruxelles.
Alto il consenso sull’inadeguatezza dell’assetto istituzionale europeo. Il 73% degli intervistati ritiene che il sistema vada riformato, il 34% in modo radicale, contro un 15% che lo giudica adeguato. La domanda di cambiamento è massima in Italia, dove i «radicali» sono il 47% e i soddisfatti appena l’8%, e in Francia (45% e 5%). Fa eccezione la Spagna, con il 23% di giudizi positivi.
Sull’ipotesi di una tassa europea sulle maggiori aziende tecnologiche mondiali, destinata a finanziare il prossimo bilancio comune, il quadro è in equilibrio: 39% d’accordo, 40% contrario. Ma la contrarietà è quasi tutta procedurale, non di merito: il 29% ritiene che la tassazione aggiuntiva vada applicata a livello nazionale e confluisca nei bilanci degli Stati, solo l’11% è contrario a tassarli in quanto tale. La partita si gioca sulle risorse proprie dell’Unione, non sul principio. Il favore è più alto in Italia (46%), scende al 36% in Germania e al 33% nell’Europa settentrionale, e prevale a sinistra e al centro: Gue/Ngl 51%, Ppe fermo al 41%.
Molto più ampio il consenso sull’EU Inc., la forma societaria semplificata proposta dalla Commissione per creare un’impresa valida in tutta l’Unione con una procedura digitale unica: il 69% la giudica importante, con motivazioni divise tra riduzione degli oneri burocratici (36%) e maggiore integrazione economica (33%). È la misura più trasversale della rilevazione: Renew Europe 85%, Ppe 81%, ma anche Ecr 67%, Patrioti 66%, Esn 60%.
Sulla disponibilità a pagare prezzi più alti per riportare in Europa le produzioni strategiche gli europei si dividono quasi a metà: 48% sì, 40% no, con forte omogeneità geografica. La divaricazione torna sull’asse politico, dove Renew Europe (62%), S&D (60%) e Ppe (59%) fronteggiano Patrioti (47%), Ecr (42%) ed Esn (41%). Il no secco raggiunge il 31% nell’Esn e il 23% tra i Patrioti, contro il 9% del Ppe: la retorica della sovranità economica trova un limite preciso nel portafoglio dei suoi elettori.
Quanto agli appalti strategici, l’opzione preferita non è la chiusura ma il perimetro allargato: il 38% riserverebbe l’accesso preferenziale alle imprese europee e a quelle dei Paesi terzi ritenuti affidabili, contro il 26% che lo limiterebbe ai soli operatori europei. Fa eccezione la Francia, unico Paese in cui la preferenza esclusivamente europea prevale (39% contro 30%). L’Italia è al 31%.
Ne esce un quadro coerente. L’opinione pubblica europea non rifiuta l’allargamento in linea di principio, ma lo condiziona al rispetto della condizionalità e a una revisione dei meccanismi decisionali. Chiede più Europa dove significa semplificazione e mercato unico, si divide quando significa fiscalità comune, sostiene l’autonomia industriale purché resti aperta ai partner affidabili.
















