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L’accordo Meloni-Schlein sull’AI ridà dignità alla politica. Scrive Palmieri

Di Antonio Palmieri
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Questo patto non risolve il problema della disinformazione, non ferma la circolazione di contenuti manipolati, non protegge automaticamente gli elettori. La politica non può impedire che la tecnologia falsifichi il mondo, però ha scelto di non falsificare se stessa. Un passo importante per restituire credibilità al dibattito pubblico e che indica una direzione chiara e inequivocabile: la democrazia si difende con la responsabilità. La riflessione di Antonio Palmieri

Un tempo dicevamo: “Non ci credo neanche se lo vedo”. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, siamo costretti a dire “Non ci credo anche se lo vedo.”

In un’epoca in cui possiamo usare la tecnologia per falsificare volti, voci, gesti, la cautela è un obbligo e un dovere per ciascuno di noi, soprattutto nell’anno delle elezioni politiche.

In questo contesto, l’adesione di Giorgia Meloni alla proposta di Elly Schlein di non utilizzare deepfake generati con intelligenza artificiale nella campagna elettorale è un segnale forte e rilevante.

La politica, almeno per quanto riguarda la leadership delle due principali forze politiche, sceglie di non falsificare se stessa, in un’era in cui la competizione democratica si gioca anche sul terreno della possibile manipolazione digitale.

Meloni e Schlein (scritte in ordine alfabetico e di consenso elettorale) affermano un principio: anche in campagna elettorale il diritto alla verità — o almeno alla sua possibilità — è un bene comune e quindi non si manipola l’identità dell’avversario.

Il loro è un gesto che restituisce dignità alla competizione, perché riconosce che la lotta politica non può essere drogata da contenuti sintetici che attribuiscono agli altri parole mai dette o azioni mai compiute.

La democrazia non è solo voto, è anche avere condizioni credibili per il confronto. Invece la manipolazione digitale è una forma di delegittimazione che colpisce la materia prima della democrazia: la fiducia.

In questo senso i deepfake non minacciano solo la qualità dell’informazione, ma la qualità della nostra percezione: interferiscono con la capacità di discernere, che è la prima forma di libertà.

Infine, l’accordo tra le due leader dimostra che la libertà nell’era digitale è una scelta sempre possibile, come scrivo nel mio libro “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale”.

Decidendo di non usare deepfake, Meloni e Schlein hanno usato bene la loro libertà e la loro grande responsabilità: hanno scelto di non delegare all’IA la falsificazione del nemico, di non sfruttare la vulnerabilità cognitiva degli elettori, di non trasformare la tecnologia in un’arma di distorsione di massa.

La politica, in questo caso, non solo ha dato un esempio, ma ha confermato che non è l’algoritmo a decidere per noi, siamo noi a decidere se e come usarlo.

In conclusione, è ovvio che questo patto non risolve il problema della disinformazione, non ferma la circolazione di contenuti manipolati, non protegge automaticamente gli elettori.

La politica non può impedire che la tecnologia falsifichi il mondo, però ha scelto di non falsificare se stessa.

Ora attendiamo che tutti gli altri leader e tutti i candidati sottoscrivano questo accordo, un passo importante per restituire credibilità al dibattito pubblico e che indica una direzione chiara e inequivocabile: la democrazia si difende con la responsabilità.


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