Siamo nel secondo dopoguerra. Arriva l’esame di quinta elementare, necessario per la “licenza”. Si può essere bocciati. Un bimbo di dieci anni davanti al tema. Dilemma: cronaca o fantasia? Il foglio bianco, il pennino da intingere nella buca dell’inchiostro sul banco di legno. Un mondo lontano. Un racconto di Giuseppe Fiori
Ai miei tempi, il primo scoglio affiorante dalle acque agitate della scuola era l’esame di licenza elementare, in quinta, con la prova scritta più impegnativa: il “componimento”. Vale a dire, un piccolo tema in cui, a differenza del “dettato”, potevi sentirti libero di volare. Un volo controllato naturalmente, come quello di un aquilone, con lo spago tenuto dal polso fermo della maestra che ci aveva accolti analfabeti cinque anni prima e, probabilmente, dopo il superamento dell’esame di Stato ci avrebbe assegnato il nostro primo titolo di studio.
Un risultato per niente scontato, se nelle famiglie serpeggiava una giusta apprensione per questo giudizio esterno, da tempo abolito, perché, se è vero che gli esami nella vita non finiscono mai, c’è sempre una prima volta in cui tutto ha inizio. In quella prima volta, va ricordato, sei solo sulla scena, senza il supporto di nessuno. Erano tempi, quelli del dopoguerra, in cui la scuola pubblica si intrometteva molto nella vita privata dei futuri cittadini (le era rimasto, probabilmente, il vizio dal ventennio appena passato): voleva conoscere la professione di tuo padre, quanti fratelli e sorelle avevi, che tua madre fosse casalinga era scontato… Insomma, in barba alla futura privacy, tutto su di te e i tuoi cari (tipo, il nonno con la sua pensione vive in casa?).
Per carità, niente di male!
Ma l’intero apparato era lì per farti capire, senza alcuna violenza manifesta, di non aver solo provveduto alla tua istruzione, ma s’era pure pre-occupato della tua educazione (non a caso il Ministero apposito si chiamava, fino a poco prima, dell’Educazione Nazionale) E, con questo diploma, ti ricordava come i due compiti fossero stati assolti con energica determinazione per ben cinque anni. La traccia del temino della mia licenza elementare, più o meno, diceva così: “Che cosa vorresti fare in una mattinata di vacanza?” E ci deve essere una qualche recondita ragione se mi è rimasto impresso nella memoria così a lungo considerata la apparente banalità della domanda.
Forse era l’ennesima subdola intrusione per conoscere i tuoi gusti, oppure la domanda, da seconda elementare, serviva a darti solo un po’ di corda per vedere dove avresti svolazzato con la tua fantasia? Dopotutto, a distanza di tempo appare evidente che la generazione nata durante la guerra sarebbe stata l’ultima la cui fantasia era stata alimentata soprattutto dai racconti di disgrazie parentali, appena intersecati da qualche favola, dai pochi fumetti e dagli ancor più rari cartoni animati. I giacimenti di storie e di immagini tardavano ad essere esplorati.
Se con quella domanda si ripeteva ancora una volta il tentativo di frugare nel privato, con me erano cascati male: la mia era una famiglia di topi di città e il perimetro dei loro gusti andava poco oltre le mura di Roma. Nel senso che raramente ci si avventurava in un viaggio, seppur breve, e il concetto di “vacanza” aveva il suo compimento topografico dentro pochi chilometri quadrati. Infatti, Villa Borghese veniva considerata una destinazione ideale per una gita “tutti insieme”, rigorosamente entro le mura. Dopotutto, riflettevo, il “componimento” dava il limite temporale di una mattinata per quella breve sgabbiata dalla routine quotidiana e quindi non richiedeva sforzi alla Jules Verne. Dunque, mi buttai sulla seconda ipotesi, figurandomi essere un topo di città deciso a recarsi in campagna, da suo cugino e, con l’occasione, vivere l’esperienza di una passeggiata. Perché era un’ipotesi “fantastica”, nel senso che anni dopo avrebbe dato a tale lemma l’attento Tzvetan Todorov?
Perché in una vera campagna non c’ero mai stato, neanche per una mattinata. Non avevo mai incontrato un animale da cortile; i fiori e la frutta l’avevo visti sui banchi del mercato a Piazza Vittorio Emanuele. E, in campagna, non avevamo parenti di nessun tipo. E vai. Intingi il pennino nel calamaio posto sul bordo del banco di legno e inizio il mio primo e, forse ultimo, viaggio fantastico in campagna. C’era assoluto bisogno di una bicicletta (che io non possedevo) per uscire dal mio quartiere e prendere il largo verso la vicina campagna romana sulla Salaria, ancora oggi attraversata, sui prati, da greggi di pecore che sembrano indifferenti alle ben più numerose greggi di SUV neri al pascolo accelerato sull’asfalto.
Bastarono un paio di righe per montare su una Bianchi nera e mettermi a pedalare allegramente come il silenzioso Jacques Tati, poco tempo prima, in Giorno di festa, con tutte le allegre tonalità del bianco e nero. Il mio desiderio di pedalare si immergeva nella gioia d’un mentale, ma “vero”, viaggio in bicicletta.
Non intendo dar conto dello “svolgimento” (anche se lo ricordo perfettamente) perché in quell’occasione, seguii semplicemente la via del minimo sforzo per ottenere un risultato accettabile. Valutai l’idea di inventare il personaggio del parente topo di campagna, ma i tempi per dar vita a personaggi credibili, non erano ancora maturi. E poi c’era il rischio – almeno di questo ero consapevole – di replicare maldestramente la favola di Esopo. Così, con la complicità di quell’inchiostro blu, descrissi l’astratta bellezza di un prato fiorito, dove, come suol dirsi, c’è molto di più di quanto i nostri occhi possano vedere.
Cercai di rendere orecchiabile la sinfonia dei colori della natura circostante e di dare nomi a fiori inesistenti dalle improbabili forme. Uno di essi era divoratore di insetti – per quella quota di crudeltà che c’è in ogni favola – e tentava di deglutire una farfalla con grandi ali arancioni a pois neri.
Anche se la vicenda della farfalla finiva bene, francamente sulla trama fui molto carente, d’altronde senza personaggi e con il solo flusso di coscienza dell’io narrante non si va troppo lontano neanche in un racconto, figuriamoci in un tema!
A fine mattinata, sulla strada del ritorno, bucai la ruota posteriore, ma non avendo la camera d’aria di ricambio continuai a pedalare con prudenza. Dopo un po’ il cerchione prese la forma di un uovo e la bici andava su e giù singhiozzante, ma riuscii ugualmente ad arrivare fino a casa, giusto in tempo per la merenda.
Lì per lì non fui soddisfatto del mio temino, ma rileggendolo prima di consegnarlo mi accorsi che non c’era niente di vero in quello che avevo scritto, ma che sembrava tutto vero! Soprattutto era vera la mia voglia di vedere un prato fiorito invece delle striminzite aiuole del giardinetto davanti casa.
Ma stretto dentro il banco di legno per l’esame di licenza elementare non c’era altro modo che inventarne uno: un prato fasullo aveva così preso il posto di uno sconosciuto prato reale. E forse la ragione della lunga permanenza di questo ricordo sta proprio nel fatto di essermi voluto affidare a una realtà immaginata piuttosto che a una risposta che avrebbe dovuto attingere alla cronaca quotidiana, specialmente in occasione del primo esame ufficiale con tanto di “licenza”.
Quanto felicemente ambigua sia la relazione tra realtà e immaginazione non lo puoi certo scoprire a dieci anni, ma quanto sia promettente questa ambiguità è una percezione che sfarfalla nella nostra mente fin dai primordi, e intendo non solo dalla nostra infanzia ma dall’infanzia dell’umanità.
Da quando esiste l’uomo c’è il racconto, e quell’impulso perenne a trasformare la realtà, a lavorare su quella materia prima per ottenere un risultato ulteriore. Forse meno denso, più leggero, perfino talvolta più significativo… certamente un risultato che vuole incantare chi lo legge, chi lo vede e chi lo ascolta.
















