Droni, guerra d’attrito e adattamento tattico convivono con un sistema di comando ancora fortemente centralizzato. Nell’analisi del Rusi emergono i limiti della Russia che impara e si adatta, nonostante la struttura politica del Cremlino continui a frenare una vera riforma delle forze armate
La guerra in Ucraina ha costretto la Russia a imparare, ma non a cambiare. Dopo oltre quattro anni di conflitto, le forze armate di Mosca hanno infatti dimostrato una notevole capacità di adattamento sul piano tattico e tecnologico, pur rimanendo ancorate a un modello di comando fortemente centralizzato e condizionato dalla logica politica del Cremlino. È questa la conclusione di un’analisi pubblicata dal Royal United Services Institute, firmata da Fabrizio Minniti e Giangiuseppe Pili, che individua nei limiti della struttura di comando e controllo il principale ostacolo a una trasformazione più profonda dello strumento militare russo.
Gli autori individuano fin da subito una differenza principale che contraddistingue le forze armate russe rispetto a quelle occidentali, una differenza che risiede nell’approccio strategico. Se gli eserciti Nato puntano su precisione, rapidità e coordinamento per ottenere risultati decisivi, Mosca continua a privilegiare massa, resistenza e capacità di assorbire perdite. Una logica che, osservano gli analisti, permette alla Russia di sostenere campagne di lunga durata anche a costo di significative inefficienze organizzative.
Lo studio prende come riferimento l’evoluzione delle esercitazioni strategiche Zapad, considerate una finestra privilegiata sull’evoluzione della dottrina russa. Dopo le edizioni del 2013, 2017 e 2021, incentrate sulla modernizzazione e sull’ipotesi di guerre brevi e controllate, l’edizione del 2025 dell’esercitazione tenuta nell’area occidentale del Paese mostra una forza armata costretta ad adattarsi ai vincoli imposti dalla guerra in Ucraina. L’esercitazione è stata ridimensionata, con un numero di partecipanti ufficialmente limitato a circa 13.000 militari, soglia che evita gli obblighi di osservazione previsti dal Documento di Vienna dell’Osce. Allo stesso tempo emerge un maggiore ricorso a unità di livello battaglione e compagnia, riflesso delle lezioni apprese sul campo.
Tra le principali evoluzioni individuate figura il crescente peso della cosiddetta “Initial Period of War”, cioè la fase iniziale del conflitto caratterizzata da attacchi in profondità contro centri di comando, basi aeree e infrastrutture logistiche. In parallelo, Mosca avrebbe consolidato un modello fondato sull’attrito, combinando artiglieria, droni e fuochi a lungo raggio per logorare progressivamente l’avversario piuttosto che ricercare rapide manovre decisive.
La guerra in Ucraina ha inoltre accelerato l’integrazione di tecnologie commerciali e sistemi senza pilota. Le forze russe hanno sviluppato una rete di attacchi coordinati contro linee di comunicazione, ponti e infrastrutture logistiche ucraine, sfruttando droni, ricognizione in tempo reale e sistemi di comunicazione adattati dal mercato civile. L’impiego di tecnologie iraniane e nordcoreane avrebbe inoltre ampliato il raggio e l’efficacia delle capacità di attacco. Tuttavia, sottolinea il rapporto, questi progressi non si traducono automaticamente in una superiore efficacia operativa.
Il nodo centrale rimane infatti il sistema di comando e controllo. Secondo gli autori, la struttura decisionale russa è plasmata più da esigenze politiche che militari. La forte centralizzazione del potere, unita alla tendenza a premiare la fedeltà rispetto all’iniziativa, rallenta il processo decisionale e limita la capacità di coordinare efficacemente le diverse componenti operative. Anche il limitato sviluppo di un corpo professionale di sottufficiali contribuisce a concentrare il processo decisionale sugli ufficiali, riducendo l’autonomia dei livelli inferiori.
Nonostante questi limiti strutturali, il Rusi riconosce che la Russia ha dimostrato una reale capacità di apprendimento. Le difese sono diventate più resilienti, l’impiego dei droni più efficace e la logistica ferroviaria ha confermato una resilienza superiore a quanto molti osservatori occidentali avevano previsto nel 2022. Si tratta però, precisano gli autori, di adattamenti incrementali che non modificano la struttura di fondo del sistema militare russo.
Per Pili e Minniti la principale lezione per l’Occidente consiste nell’evitare di giudicare la Russia esclusivamente attraverso i parametri delle dottrine Nato. Più che una forza incapace di imparare o una macchina militare pienamente modernizzata, Mosca rappresenta un sistema che si adatta selettivamente, secondo logiche afferenti a un modello politico e organizzativo altro rispetto al nostro, che privilegia il controllo del potere rispetto all’efficienza operativa. È proprio questa rigidità, conclude lo studio, a costituire non tanto un difetto militare quanto una soluzione funzionale alla sopravvivenza del regime.















