Non ritengo valido giudicare la qualità e l’importanza dei Servizi di sicurezza basandosi su un articolo di giornale. Quando ciò accade, l’intelligence rischia di trasformarsi in argomento per leoni da tastiera o in terreno di scontro politico, ambito da cui i Servizi dovrebbero rimanere al riparo, se non per l’indispensabile e puntuale controllo. L’articolo su L’Express fa tuttavia scaturire una necessità fondamentale: l’esigenza di rafforzare nel nostro Paese la diffusione della cultura dell’intelligence. Il commento di Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di intelligence e direttore del master in Intelligence (Università della Calabria)
In genere diffido delle classifiche. Scetticismo rafforzato da quando nel 2020, il corso di laurea magistrale in Scienze pedagogiche dell’Università della Calabria, da me coordinato, risultò primo in Italia secondo le graduatorie del Censis.
Capisco bene che stilare classifiche o formulare giudizi è sempre difficoltoso se non a volte, oggettivamente, discutibile. Nei giorni scorsi L’Express, un importante settimanale di orientamento moderato, ha proposto un’inedita graduatoria delle Agenzie di intelligence europee.
Al periodico francese va riconosciuto il merito di avere sottolineato, in una fase particolarmente delicata, l’importanza dei Servizi di Intelligence e l’efficienza del loro funzionamento, poiché rappresentano una risorsa sempre più necessaria per le democrazie.
Ho trovato interessanti alcuni spunti del dossier, in particolare la descrizione di alcune Agenzie: quelle ucraine, a cui viene attribuito un ruolo nel sabotaggio del gasdotto Nord Stream; quelle olandesi, che hanno affinato le capacità dopo l’istituzione nel loro territorio del Centro Europeo di Intelligence Antiterrorismo; quelle tedesche, competenti nelle analisi ma deboli nelle operazioni sul campo; quelle polacche, a rischio politicizzazione; quelle scandinave, forgiate durante la Guerra Fredda, con il caso emblematico della Finlandia dove le Agenzie operano in stretta collaborazione con la popolazione, rappresentando un interessante esempio di “citizen intelligence”.
Nel nostro Paese questo articolo ha suscitato un vivace dibattito. Da accademico della materia, francamente conosco poco il funzionamento interno di gran parte dei Servizi europei. Da anni, però, ne analizzo con attenzione le evidenze di alcuni.
Tanto che vale la pena soffermarsi sul primo Servizio in classifica, l’MI6 britannico. Esso ha indubbiamente molti meriti, tra cui quello di aver anticipato l’invasione dell’Ucraina e, soprattutto, di condurre un reclutamento di alta qualità nelle università, tradizione che risale addirittura all’epoca elisabettiana di sir Francis Walsingham. Consuetudine che negli ultimi anni si sta facendo strada anche in Italia.
Giova però ricordare che l’MI6 è la stessa Agenzia che nel 2003 contribuì alle false prove di intelligence sull’invasione dell’Iraq, modificando per sempre l’ordine mondiale. Circostanza messa nero su bianco nelle conclusioni della Commissione presieduta da sir John Chilcot nel 2016, giunte dopo sette anni di lavori.
Al secondo posto troviamo la Dgse francese, che rappresenta anch’essa un’altra eccellenza, specie in campo economico.
Va però ricordato come l’intero comparto dell’intelligence francese sia stato colto di sorpresa dall’ondata degli attentati terroristici del fondamentalismo islamico negli anni 2015 e 2016, anticipati in forma minore nel 1995 e nel 2012.
Nello stesso periodo, e anche negli anni successivi, nessun attentato del genere ha riguardato il nostro Paese, unico finora indenne tra le grandi nazioni del Vecchio continente.
L’Italia è quindicesima su ventuno. La nostra posizione è di 9 punti contro i 251 dei britannici e 169 dei francesi. Quando si parla dei nostri Servizi, nell’articolo si fa riferimento a un caso specifico emerso dalla cronaca e che offre una lettura limitante, anche se al nostro Paese viene unanimemente riconosciuta la grande competenza sull’Africa e in particolare sulla Libia. Peccato non sia stata considerata nelle vicende del 2011.
Il settimanale d’Oltralpe ha realizzato un ranking delle agenzie di intelligence in base al giudizio di 60 professionisti del settore, nell’ambito di un’inchiesta che ha complessivamente coinvolto circa un centinaio di esperti.
Per comprendere il reale significato di questa classifica bisognerebbe innanzitutto analizzare i criteri.
Se ne indicano alcuni: infiltrare una “talpa” nei centri decisionali di potenze strategiche competitrici dell’Occidente, come Russia, Cina o Iran; svolgere operazioni e sabotaggi; sviluppare il ciclo dell’intelligence attraverso la raccolta, l’analisi e la condivisione delle informazioni. E se ne precisano altri: qualità delle fonti umane; organizzazione delle operazioni clandestine; affidabilità delle analisi;
fiducia degli altri servizi europei; efficacia della cooperazione internazionale. Non si spiega, tuttavia, come vengano valutati tali aspetti, né quale peso sia attribuito a ciascuno di essi. Di sicuro, sono ambiti riservati che difficilmente nella loro interezza vengono condivisi con gli operatori dell’intelligence delle altre nazioni.
Pertanto, sulle valutazioni di chi ha contribuito a definire il ranking, oltre alle esperienze, influiscono inevitabilmente le opinioni personali, che per loro natura sono poco scientifiche, oltre che gli inevitabili interessi dei rispettivi Paesi, che rendono l’esito poco oggettivo.
In ogni caso, non ritengo metodologicamente valido giudicare la qualità e l’importanza dei Servizi di sicurezza basandosi su un articolo di giornale. Quando ciò accade, l’intelligence rischia di trasformarsi in argomento per leoni da tastiera o in terreno di scontro politico, ambito da cui i Servizi dovrebbero rimanere al riparo, se non per l’indispensabile e puntuale controllo.
L’articolo su L’Express fa tuttavia scaturire una necessità fondamentale: l’esigenza di rafforzare nel nostro Paese la diffusione della cultura dell’intelligence. Questo passaggio non va considerato come una critica, ma come uno stimolo per fare di più.
Infatti, una buona parte dei commenti letti finora conferma questo bisogno, poiché si oscilla tra l’ovvio e i luoghi comuni.
La diffusione della cultura dell’intelligence è un tema strategico che deve coinvolgere la classe politica e il mondo economico, le scuole e le università, il sistema dell’informazione e i cittadini.
Nell’articolo introduttivo della rivista si citano le “misure attive”, ossia le azioni di disinformazione condotte sulle popolazioni da Stati esteri. Un fenomeno che va contrastato appunto aumentando la cultura dell’intelligence per rafforzare il pensiero critico delle persone.
Questa riflessione richiama anche una questione più ampia. Le interpretazioni proposte da un grande intellettuale francese, Régis Debray, hanno profondamente orientato la mia convinzione che, in generale, i più efficaci attori della disinformazione all’interno degli Stati siano le multinazionali finanziarie e digitali, insieme ai rispettivi governi e parlamenti.
Inoltre, come sta emergendo da un’approfondita ricerca di prossima pubblicazione, la narrazione dell’intelligence proposta dai media d’élite nazionali è in parte positiva, in misura maggiore negativa, ma nella stragrande maggioranza dei casi neutra.
Pertanto in Italia dovremmo prioritariamente impegnarci per un forte investimento culturale sull’intelligence. È questa la premessa indispensabile della sicurezza nazionale, un bene che non è di destra né di sinistra, ma si colloca in alto, dove si trovano i valori fondanti della Repubblica.
















