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Pechino a caccia di evasori. Strategia per risollevare l’economia

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Quella del governo cinese è una vera e propria caccia fiscale internazionale. Per riempire le casse dello Stato, le autorità inseguono chi non ha pagato le tasse – specialmente di patrimoni tenuti all’estero – e spera di riscuotere debiti risalenti a decenni fa. Ma potrebbe trattarsi di una nuova filosofia sulla ricchezza depositata fuori dalla Cina…

Con i conti in rosso e non poche difficoltà economiche e finanziarie, il governo di Xi Jinping ha deciso di iniziare una grande campagna fiscale improntata al recupero delle tasse non pagate sui patrimoni esteri. I primi debitori ad essere inseguiti da Pechino sono i cittadini cinesi più ricchi con denaro depositato fuori dal Paese.

Secondo il quotidiano britannico Financial Times, i funzionari hanno ricevuto l’ordine di riscuotere debiti risalenti a decenni fa (partendo dall’inizio del 2000), e di inasprire la supervisione sui patrimoni offshore e rafforzare il controllo sui flussi di capitali transfrontalieri. I controlli fiscali si concentrano sui guadagni derivanti da immobili, azioni, metalli preziosi, criptovalute e altri beni detenuti all’estero, con diverse fonti tra funzionari, banchieri e consulenti.

E l’operazione ha già cominciato ad avere i primi effetti nelle operazioni bancarie. Gli istituti finanziari, per esempio, stanno collaborando sempre più spesso con le autorità fiscali per congelare i conti dei depositanti più facoltosi fino a quando i funzionari non saranno certi che le tasse sui beni, conti e trust detenuti all’estero siano state pagate.

La campagna messa in atto sarebbe strettamente legata al deterioramento della situazione fiscale del governo cinese. Victor Shih, professore di Economia politica cinese all’Università della California di San Diego, ha dichiarato al Financial Times che la motivazione è “chiaramente di natura fiscale”. Le entrate di bilancio delle casse cinesi, che dipendono in larga misura dalla tassazione, sono rimaste sostanzialmente stagnanti dall’inizio della pandemia, diminuendo dell’1,7% a 21.600 miliardi di yuan (3.200 miliardi di dollari) nel 2025. Allo stesso tempo, le entrate derivanti dalla vendita di terreni, un tempo pilastro delle finanze pubbliche, sono crollate drasticamente da un picco di 8.700 miliardi di yuan nel 2021 a 4.150 miliardi di yuan, a seguito della prolungata crisi del mercato immobiliare.

Inoltre, ad aumentare la pressione sono state le nuove norme che regolano i trust offshore. “Il mese scorso, la Cina ha introdotto una serie di regolamenti che chiudono quello che era stato un meccanismo ampiamente utilizzato per proteggere il patrimonio all’estero – si legge sul Sri Lanka Guardian -. In base a una dichiarazione congiunta rilasciata dal Ministero delle Finanze e dall’Ufficio Nazionale delle Imposte, il reddito generato dai trust offshore sarà ora soggetto a un’imposta del 20% in più fasi”. Per il Financial Times, le riforme avvicinano il sistema fiscale cinese al modello americano, in base al quale i contribuenti sono generalmente tassati sul reddito globale.

L’avvocato David Lesperance ha spiegato al Financial Times che i progressi dell’intelligenza artificiale hanno permesso ai funzionari di analizzare in registra gli investimenti in modo molto più efficiente rispetto a prima, aggiungendo che almeno sei dei suoi clienti cinesi con patrimoni elevatissimi hanno deciso quest’anno di lasciare la seconda economia più grande del mondo.

Purtroppo, questa “caccia fiscale” sta anche generando molta incertezza tra i cinesi benestanti con patrimoni internazionali. Gli esperti prevedono che le autorità si concentreranno inizialmente sugli investitori che negoziano azioni statunitensi attraverso Hong Kong e altri canali offshore, prima di estendere i controlli ai conti bancari esteri, agli immobili e ad altre partecipazioni all’estero.


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