Il miglior alleato della tecnocrazia può essere proprio il populismo che pretende di combatterla. Sarebbe singolare se, proprio mentre celebriamo la sovranità popolare, la politica perdesse la capacità di darle sostanza. È questo, forse, il significato più attuale della sovranità disarmata: forte in apparenza, ma sempre più povera degli strumenti necessari per tradursi in governo. Il commento di Guido Camera, presidente di Italiastatodiritto
C’è un paradosso nella politica contemporanea. Mai come oggi i leader sono stati capaci di parlare direttamente a milioni di persone, di identificare con sé stessi un partito e di trasformare un’elezione in un’investitura personale. Ma la forza politica non si misura soltanto nella capacità di conquistare consenso: conta anche la capacità di trasformarlo in decisione. Ed è qui che la personalizzazione del potere può nascondere una profonda debolezza.
La discussione sulla legge elettorale offre un buon punto di osservazione. Premio di maggioranza, indicazione del candidato premier, preferenze: discutiamo dei meccanismi attraverso i quali attribuire il potere politico. Ma stabilire chi governa non dice ancora molto su dove risieda, oggi, l’effettiva capacità di decidere.
«La sovranità appartiene al popolo», dice l’articolo 1 della Costituzione. Sappiamo chi ne è il titolare. Ma dove prendono realmente forma le scelte politiche? Una parte considerevole delle norme nasce negli uffici legislativi dei ministeri, nelle amministrazioni, nelle autorità indipendenti, nelle strutture tecniche nazionali ed europee. La magistratura è sempre più spesso chiamata a risolvere conflitti che la politica non è riuscita a comporre. È una legge naturale: il sapere produce potere. Il problema comincia quando la politica perde un proprio sapere autonomo.
La politica di bilancio ne offre forse l’esempio più evidente. Poche decisioni sono più politiche della scelta di come raccogliere e spendere le risorse pubbliche. Eppure si formano dentro una trama complessa di regole europee, previsioni macroeconomiche, compatibilità finanziarie e apparati altamente specializzati. Non significa che siano i tecnici a fare il bilancio. Significa che, quanto meno la politica dispone di competenze proprie con cui confrontarsi con quel sapere, tanto più rischia di dipenderne.
Ma la debolezza può manifestarsi anche nel modo opposto. Davanti alla complessità la politica può arretrare, affidandosi al sapere tecnico; oppure può fingere che la complessità non esista e sostituirle una risposta simbolica.
Il diritto penale ne offre proprio in questi giorni un esempio significativo. Dopo il caso Roggero è stato proposto di rendere non punibile, in presenza di un’aggressione armata in casa o in un esercizio commerciale, «qualsiasi reazione», anche indipendentemente dalla persistenza del pericolo e dalla natura difensiva della condotta. È una risposta politica immediata e comunicativamente potente. Ma una è una norma che pone problemi costituzionali difficilmente eludibili. Una legge concepita per reagire a una decisione giudiziaria rischierebbe così di tornare proprio davanti ai giudici, chiamati a definirne i limiti o a valutarne la compatibilità con la Costituzione.
Il legislatore pretende di ridimensionare il magistrato e finisce per consegnargli ancora più potere.
Sono dinamiche opposte, ma conducono allo stesso punto. Nel bilancio il sapere tecnico pesa a monte della decisione; nel diritto penale può acquistare spazio a valle. In entrambi i casi, una politica priva di cultura e competenze proprie rischia di essere più debole proprio quando pretende di mostrarsi più forte.
Abbiamo salutato la fine delle ideologie come una liberazione. Ma le culture politiche erano anche strumenti attraverso i quali una classe dirigente leggeva la realtà. Un liberale, un cattolico democratico, un socialista potevano non conoscere tecnicamente ogni dossier, ma possedevano una concezione della persona, dello Stato, del mercato, dell’autorità e della libertà attraverso la quale giudicarlo. E soprattutto non erano soli. Intorno a loro esistevano parlamentari, amministratori, studiosi, professionisti. Una classe dirigente, non soltanto un dirigente.
È a questo punto che il sovranismo pone una domanda che sarebbe sbagliato liquidare con sufficienza: quanto può dirsi pienamente democratico un sistema nel quale il luogo del consenso e quello della decisione tendono a separarsi?
La risposta è stata cercata soprattutto nella disintermediazione: rapporto diretto tra leader ed elettori, partiti sempre più identificati con chi li guida, riduzione di ciò che si frappone tra consenso e comando. Ma proprio qui emerge il paradosso. Governare una società complessa richiede conoscenze e strutture che non possono essere concentrate in una sola persona. Se la politica svuota i propri luoghi di formazione ed elaborazione, quel sapere non scompare: si sposta negli apparati tecnici, accrescendone il peso nelle decisioni.
I partiti novecenteschi erano luoghi di selezione e formazione. Possedevano scuole, fondazioni, uffici studi, riviste, correnti culturali. Quell’infrastruttura si è progressivamente impoverita. La politica è diventata straordinariamente sofisticata nel conquistare l’attenzione e assai meno attrezzata nel governare la complessità.
Gli apparati, invece, sono rimasti. Qualcuno deve scrivere il decreto, valutarne la compatibilità europea, prevederne le conseguenze finanziarie, interpretare una direttiva. È qui che populismo e tecnocrazia rivelano una sorprendente affinità. Il primo immagina una volontà popolare immediatamente riconoscibile; la seconda una soluzione tecnicamente corretta e, come tale, giusta. Entrambi diffidano di ciò che sta nel mezzo: rappresentanza, pluralismo, partiti, corpi intermedi.
Ma quello spazio apparentemente inefficiente è precisamente il luogo nel quale una democrazia trasforma il consenso in decisione e consente di attribuirne la responsabilità. Quando si svuota, non resta vuoto. Viene occupato da chi possiede gli strumenti tecnici per governare.
Il paradosso è allora completo. Il populismo nasce promettendo di restituire il potere al popolo, ma finisce per indebolire proprio le strutture politiche che consentono alla sovranità popolare di essere esercitata. Mentre il leader diventa più visibile, cresce il peso degli apparati.
Il miglior alleato della tecnocrazia può essere, dunque, proprio il populismo che pretende di combatterla. Sarebbe singolare se, proprio mentre celebriamo la sovranità popolare, la politica perdesse la capacità di darle sostanza. È questo, forse, il significato più attuale della sovranità disarmata: forte in apparenza, ma sempre più povera degli strumenti necessari per tradursi in governo.















