Mentre gli Stati Uniti e la Cina competono per la supremazia spaziale, l’Europa rischia di rimanere indietro. La Cina, con una forte collaborazione tra settore pubblico e privato, sta rapidamente espandendo la sua capacità produttiva spaziale, mentre l’Europa soffre di frammentazione finanziaria e mancanza di coordinamento tra istituzioni. L’Europa deve adattare la sua politica industriale e promuovere la collaborazione tra settore pubblico e privato per competere efficacemente nella nuova corsa allo spazio
L’undici Aprile 2026, quattro astronauti statunitensi sono tornati sani e salvi dallo spazio come componenti della missione Artemis II. I quattro furono il primo equipaggio umano a farlo in oltre 50 anni (L’ultima missione del tipo fu nel 1973). Il successo di questa missione fu un trionfo simbolico per gli Usa, ma a Washington, tra gli analisti che contano, il sollievo durò poco. Tra i vertici dell’apparato di sicurezza rimane un’ansia profonda sul progresso della Cina nel ambito spaziale. Nuove ricerche statunitensi rivelano che la vera corsa allo spazio del ventunesimo secolo non sarà combattuta (e vinta) sulla Luna, ma nelle fabbriche. Quello che conta non è lo spazio quanto invece conta l’industria. Ed in questo Pechino fa degli avanzi rapidi e spaventosi. Nel sottofondo di tutto questo invece, resta un’Europa lenta e quasi immobile. Mentre gli Stati Uniti e la Cina lottano per paura di finire secondi, l’Europa non è neppure entrata in gara.
Quello che preoccupa di più gli analisti a Washington è la potente base industriale che il governo cinese sta costruendo nell’ambito spaziale. Usando una combinazione di investimenti statali e capitali ed investimenti privati, la Cina sta rapidamente creando capacità costruttive significative che potrebbero rivaleggiare con quelle statunitensi nel futuro prossimo. Nel 2014, l’anno in cui Xi Jinping autorizzo investimenti privati nell’industria spaziale con il “Documento 60”, la Cina aveva meno di una dozzina di aziende attive nel settore spaziale commerciale. Il think-tank americano Csis oggi stima che questa cifra sia cresciuta a più o meno 600 aziende. Gli autori dello stesso studio calcolano che oggigiorno questa nuova industria cinese possa creare dai 4 ai 5 mila satelliti per anno, distribuiti su 17 impianti industriali, uno più grande dell’altro. Secondo alcuni estratti tratti da un blog cinese dedicato al commercio e analizzati dal Csis, l’attuale capacità produttiva è pari a 4.050 all’anno distribuita su 36 stabilimenti, a cui si aggiungono altri 3.310 all’anno, per una capacità totale prevista di 7.360 all’anno. Nel 2024, il governo americano stesso, nel suo annuale threat report rilasciato dai vertici della comunità dei servizi segreti statunitensi, scrisse che Pechino è sulla buona strada per diventare uno dei principali concorrenti a livello mondiale entro il 2030 in questo ambito.
Il principale punto di forza dell’approccio del governo è la stessa interazione tra settore privato e pubblico che ha permesso loro di diventare potenza mondiale nella cantieristica navale, nelle telecomunicazioni 5G e nei droni. Le imprese conservano la loro struttura patrimoniale di tipo privato, ma nella pratica operano e diventano quasi imprese pubbliche. Queste aziende diventano allineate completamente alle politiche statali, essendo incluse nei piani di sviluppo provinciali, nelle nuove città dell’aerospazio e nei poli tecnologici. Ciò non si limita alle strutture attualmente esistenti: il governo prevede ulteriori espansioni e progetti che tengono conto anche di queste società private. Il Partito Comunista Cinese decide quindi di tollerare qualsiasi inefficienza e sovraccapacità derivante da questo approccio, purché ciò garantisca rapidità e dominio del mercato.
La Cina sta creando anche infrastrutture che sono esplicitamente finalizzate sia a scopi militari che economici. Questa strategia del “doppio uso” dimostra che, analogamente alla corsa allo spazio originaria, non si tratta semplicemente di un’impresa scientifica, ma piuttosto di un modo per Xi di incoraggiare la crescita economica, l’autosufficienza tecnologica, la modernizzazione militare e di espandere l’influenza geopolitica del suo paese. Un esempio lampante di ciò è rappresentato dagli sforzi del governo nel portare avanti due iniziative: il progetto “Mille Vele” e il progetto “Guowang”, guidati rispettivamente dalla Shanghai Spacecom Satellite Technology e dalla China SatNet. Entrambi questi programmi, diretti da aziende statali cinesi, consistono in reti satellitari con l’obiettivo di raggiungere oltre 10.000 satelliti e di rivaleggiare con Starlink. Sebbene nessuna azienda cinese abbia ancora recuperato o riutilizzato un razzo, e il progetto Mille Vele abbia subito guasti in orbita e ritardi, è improbabile che la Cina si discosti da questa traiettoria. Il suo impegno nella realizzazione di questa infrastruttura a doppia utilità è saldo e il Paese dispone certamente di risorse sufficienti per portare a termine questi ambiziosi programmi. Tutto ciò conferma la realtà di questa nuova corsa allo spazio e la volontà politica di Xi Jinping e del suo partito di fare tutto il possibile per non perderla.
Ciò solleva quindi una domanda: che ruolo ha l’Europa in tutto questo? Mentre Pechino e Washington si sfidano in questa nuova ed agguerrita corsa allo spazio, l’Europa non è nemmeno entrata in gara, anche se vorrebbe. L’esempio più lampante è il programma Iris2 dell’Unione, destinato a diventare la costellazione di connettività sicura e sovrana dell’Ue. Il programma avrebbe dovuto fornire un servizio globale nel 2027, con i primi lanci previsti nel 2025. Tuttavia, in occasione della Conferenza spaziale europea del 2026, la tempistica è stata posticipata. I primi lanci avverranno solo nel 2029, con l’avvio dei servizi governativi previsto per il 2029 o il 2030 e l’entrata in piena operatività solo entro il 2031 o il 2032. Si tratta di un ritmo incredibilmente lento, e la portata del divario tra gli sforzi e la determinazione della Cina e dell’Europa si comprende appieno solo quando si confronta l’ambizione cinese di oltre 10.000 satelliti per singolo progetto (il che significa un minimo di 20.000 satelliti in totale) con il misero obiettivo dichiarato da Iris2 di 290 satelliti. Sebbene i due progetti siano di natura diversa, è difficile ignorare la rapidità con cui la Cina sta avanzando verso i propri ambiziosi obiettivi rispetto all’Europa, che fatica a lanciare una frazione di quel numero entro un decennio dall’inizio del progetto.
La ragione di questi risultati deludenti non è necessariamente una mancanza di impegno o di ambizione, ma piuttosto un problema strutturale. L’Europa sta facendo quasi l’opposto di ciò che sta facendo attualmente la Cina. I finanziamenti sono fortemente frammentati tra programmi nazionali e a livello dell’Ue (Commissione europea, Agenzia dell’Ue per il programma spaziale e Agenzia spaziale europea), e mentre gli Stati Uniti utilizzano investimenti pubblici coordinati su larga scala per stimolare la crescita del settore privato, l’Europa non riesce a creare segnali di domanda forti per il capitale privato. Gli Stati Uniti hanno guidato la propria transizione attraverso scelte politiche deliberate che hanno favorito la concorrenza e consentito alle imprese private di espandersi, e la Cina sta seguendo sempre più un percorso simile, combinando una forte guida statale con un crescente dinamismo commerciale. Nel frattempo, l’Europa ha faticato ad adattare i propri quadri istituzionali e industriali a questa nuova realtà e, di conseguenza, ad attrarre imprese e investimenti. L’Europa non riesce quindi a coinvolgere in modo significativo ed efficace sia il settore pubblico che quello privato, il che significa che mentre la Cina allinea lo Stato e le imprese verso un unico obiettivo strategico, il denaro pubblico europeo è disperso tra istituzioni che non si coordinano tra loro. Questo spiega la chiara differenza osservabile nei risultati.
Il quadro della politica industriale europea rimane ancorato a un’epoca passata di attività spaziale guidata dallo Stato, continuando a privilegiare le imprese consolidate attraverso norme sugli appalti basate sul principio del ritorno geografico, che assegna gli appalti in base ai contributi nazionali piuttosto che alla competitività. Si tratta di un difetto strutturale grave, dato che l’Europa finanzia i contratti spaziali in base a “chi ha versato” anziché a “chi è il migliore”, il che è quasi l’opposto della logica cinese basata su velocità e scala. Inoltre, un’azienda europea che vende un satellite a un cliente in un altro paese europeo deve comunque ottenere una licenza di esportazione. Sebbene lo Space Act dell’Ue fosse inteso ad armonizzare le leggi e a creare un mercato unico, le aziende rimangono scettiche sul fatto che l’attuale bozza possa raggiungere tale obiettivo.
Il problema quindi è la visione ed il coordinamento. Mentre la Cina misure il proprio successo in fabbriche e capacità produttiva, e gli Stati uniti, nonostante il trionfo di Artemis II ed i piani concreti del nuovo programma Artemis, rimangono ossessionati dalla paura di restare indietro, l’Europa continua a misurare i propri progressi in trattati, bozze legislative e conferenze. Anche l’Italia, che pure vanta una base industriale in crescita tra aziende come Avio, Leonardo e Telespazio, rischia di restare intrappolata in questa stessa logica se l’Unione non trova il modo di adattarsi alle nuove realtà della corsa per lo spazio. La domanda che il rapporto del CSIS pone a Washington, ovvero se gli Stati Uniti si stiano muovendo abbastanza velocemente da competere con Pechino, Bruxelles non ha neanche iniziato a porsela. In una corsa dove non vince chi inventa di più ma chi costruisce di più e più in fretta, l’Unione rischia di restare fuori dalla competizione completamente. Questo rischio potrebbe avere ripercussioni fatali nel futuro prossimo, quando l’arena della competizione tra le grandi potenze, sia sul piano economico che su quello militare, si sposterà dalla Terra allo spazio.
















